di FANT PRECARIO.

Con questo scritto prende l’avvio la serie di recensioni di dischi del ’68, preannunciata dal testo-manifesto Il ’68 è la prosecuzione della legge del valore con altri mezzi [qui]

****

IL POVERO YORICK
presenta
“La musica del ‘68” – Cinquant’anni di plusgodimento acefalo

****

Vol. I: JEFFERSON AIRPLANE, CROWN OF CREATION – 7 SETTEMBRE 1968

1. Il senso di una recensione

Si attendeva l’uscita di un disco. Poi, via di corsa in edicola a cercare, tra le “riviste specializzate”, l’opinione di chi sapeva; magari negli USA era già stato pubblicato e Rolling Stone, Melody Maker, Billboard… oppure Ciao 2001, e alla radio Per voi giovani

La recensione è giudizio, tecnico, tranciante tratto di penna chiarificatore e immaginifico. Illumina l’immediatezza del prodotto musicale e lo stima; atto di consulente, fulmineo e simbolico. Forse necessità di una traduzione, di un aiuto per assumere (come e meglio di ogni surrealistic pillow) la novità. E allora giù a sparare minchiate su “chitarre lancinanti”, “distorsioni apocalittiche”, “drumming torrenziale”, “buone vibrazioni”…
A distanza di anni, la recensione può essere, anche, omaggio alla carriera. Oppure ricostruzione a posteriori di suoni e gesti ormai perduti, e allora giù a struggersi sul fango di Woodstock (mica quello di Glasto…) oppure a organizzare convegni sul perché Clapton arrivò tardi al wah wah
La recensione è comunque un sigillo temporale, lampo o fotografia (magari sbiadita), assolo d’improvvisazione cristallizzato nel supporto cartaceo.

Tutto questo era, e non è più. Oggi un cartellone pubblicitario annunciava il concerto dei Simple Minds per la data dell’11 luglio 2018. Facciamo due conti: i Simple Minds arrivano a Genova nel 1980, come spalla a Peter Gabriel. Nascono nel 1977, il primo disco è del 1979… quarant’anni.
Ora immaginatevi la scena: estate 1973, bar “Ring” di Piazza Petrella:
Ciao Pino, stasera ci vieni all’Alcione?
E chi suona?
Carlo Buti … presenta le sue hit, Chitarella, Fez, Faccetta Nera, Miniera, Cara Piccina…
Ma vaffanculo, Silve…

La cesura era non solo politica. Inimmaginabile soltanto ricordare i nomi dei cantanti del decennio precedente, Nico Fidenco, Peppino Di Capri, figurarsi quelli di quasi mezzo secolo prima. Un mondo morto che neppure si doveva seppellire, autodissoltosi com’era nell’esplosione colorata di cambiali dell’operaio-massa, nella Nagasaki della soggettivazione.
Ma cos’è cambiato? Perché possiamo ascoltare – senza ribrezzo né velleità archeologiche – Madonna, U2, Rolling Stones (ma qui forse il discorso è diverso perché si dovrebbe entrare nella palude dell’eternità, del superamento di Dio da parte di Jagger – e non è il caso), Simple Minds, appunto? E perché questi appaiono contemporanea espressione musicale, anziché pensionati in fuga dall’ENPALS?
È vero, da sempre si vanno a vedere le “vecchie glorie”: ma non speri di vedere Pulici fare 11” sui cento, ti nutri del ricordo di Giagnoni. Fa senz’altro piacere guardare spezzoni di Monterrey o del primo Reading. È pure divertente commentare davanti alla TV e a una bottiglia di bianchetta il testone simpatico di Peter Brotzmann o il costato di Iggy, annusare l’intelligenza di Robert Wyatt.
Ma questa è un’altra cosa: i succitati esprimono un senso artistico persistente, modificato nel flusso delle sonorità alterate dall’intelligenza e dagli anni.
Nel caso di Jim Kerr è diverso: si andrà (chi ci andrà) al porto antico “come se” fossimo negli anni ’80 che fossero adesso, “come se” tutti (dai teenager ai sessantenni) fossimo 18enni, nella ripetizione di un rituale tanto più ambiguo quanto più la commistione è putrescenza e non presa di posizione o intimità.
Ai nostri occhi il trascorrere del tempo s’è fatto invisibile, come se la vita fosse una pellicola tutta srotolata: con uno sguardo puoi vedere la tua nascita e immediatamente dopo il fotogramma del tuo cadavere (o quello di Bono, magari).
I ricordi sono svincolati dal rispetto di ogni cronologia: “due anni fa il Che sulla sierra…” “ma minchia, la Pantera? Una vita fa..” “l’Italia ha vissuto 50 anni di comunismo”, “io ho sedici anni, mia figlia 24”. Insomma: Berlinguer è un brav’uomo.

E allora, cosa resta della recensione? Cos’è una recensione, quando il disco prescelto è suono puro che si estende per 50 anni? fluisce nel torrente riarso del tuo corpo? Compare, scompare, carsico e pur, immenso, placido Don. Schiuma di potenza e genuflessione.
Ecco, sarebbe bello dare un’immagine di questo: cinquant’anni di ascolto, della stessa canzone, nello stesso modo, ma con gli accidenti che spiazzano le note. I capelli che cadono, le forze che mancano, il dolore, i denti nuovi. La stessa canzone ascoltata al mare in vespino, poi in auto, poi ancora al lavoro, infine in coda ad aspettare la pensione o all’obitorio.
Stesse le note, differente la cadenza, straziante il mutare della percezione.
Cosa resta di Grace & Paul? E di Jorma e Jack? E perché tanti cambi di batteristi? BOH!?!
Non c’entrano gli artefici, i musicanti, gli strumenti. A nulla rileva che Paul è trapassato, Jorma probabilmente non è più tanto agile sui pattini, Grace si è persa nelle ridicole canzoncine eighties
Le note si scarnificano, avvizziscono, come pelle sulle mani si colorano di macchie marroni, come capo calvo brillano al sole di questo giugno del cinquantennale. Resta il suono, il suono di una vita, la mia, che distilla e contorce le stesse note ogni giorno, modificando il ricordo, rendendolo attuale e pur perento.

Epitaph
The cows are almost cooing
Turtle doves are mooing
Which is why a poo is pooing
In the sun
Sun.

2. You are the Crown of Creation / and you’ve got no place to go

Marzo 1968, archiviata l’estate dell’amore da un capitale ansioso di vendere più magliette e dal desiderio proletario di andare oltre la distorsione della Gibson verso la distruzione di un corpo forgiato nell’acciaio da Genova a Detroit per la redenzione della diversità malata e indolente dello scansafatiche eretto a simbolo rivoluzionario, l’Airplane non se la passa certo male. Sorvola tutti i maggiori raduni estivi emettendo suoni al confine tra virtù e virtuosismo. La sezione ritmica è compatta e potente, la chitarra dispensa gemiti e graffi inusitati nel panorama musicale ancora sconcertato dall’arrivo-Hendrix, ragazzo indolente che morirà prima di potersi chiedere “suono o son gesto”, lasciando la domanda inevasa a tutti i Page del mondo che tronfi d’ignoranza, eviteranno il quesito e si riprodurranno di Slash in Slash nel pattume più fetido che nemmeno la differenziata ci salverà.
La British Invasion è cosa remota: ora i britannici soggiornano e operano negli USA, Sandy Denny imita Grace Slick, non sono più gli americani a fingersi Ray Davies (che tanto non ci riuscivano). Soffia il vento protrazzista del country a confondere le acque, anche dei migranti economici come Graham Nash.
L’album precedente è stato bellissimo: Spare Chaynge resiste al terzo posto della mia personale Hit Parade da quarantacinque anni.
Gli aeroplani riescono a confermare la prestazione, la suddivisione in clan è più palese, i ruoli si consolidano; amici vecchi e nuovi accorrono a rendere la marmellata di suoni e testi ancora più dolce.

L’album si apre con l’acustica e un sottofondo di “macchinette” che avrebbero fatto felice Graham Coxon. Anche la storia dell’amico “schiuma” che compie trent’anni e si rifiuta di fare come il sergente Dow Jones (presagio del cambio di paradigma dai carri armati di Jonhson alla finanziarizzazione di Nixon? anche il richiamo alla “sedia in banca” è segno di preveggenza) non gli sarebbe spiaciuta:

Lather was thirty years old today,
They took away all of his toys.
His mother sent newspaper clippings to him,
About his old friends who’d stopped being boys.
There was Harwitz E. Green,
just turned thirty-three,
His leather chair waits at the bank.
And Seargent Dow Jones, twenty-seven years old,
Commanding his very own tank.
But Lather still finds it a nice thing to do,
To lie about nude in the sand,
Drawing pictures of mountains that look like bumps,
And thrashing the air with his hands.

In Time rimane fintamente pacifica nell’uso di chitarre acustiche mixate all’elettrica di Kaukonen. Sotto le voci di Marty Balin e Grace, chitarra e basso svolgono un’attività compulsiva che dilata i tempi e la percezione. A distanza di cinquant’anni, quando il basso avvia il borbottio, la chitarra smuove i tendini e dimentichi anche la cervicale e la Lega al governo.

Greasy Heart è la maturità del cinismo saccente della liceale che ha abbandonato coniglietti e millepiedi che fumano. La voce si eleva, rantola, squinterna i sogni consumeristi in netto (e poetico) anticipo sui tapini del codacons:

Lady, you keep asking why he likes you how come
Wonder why he wants more if he just had some
Boys, she’s got more to play with in the way of toys
Ladies eyes go off and on with a finger full of glue
Lips are drawn upon her face in come-to-me tattoo
Creamy suntan color that fades when she bathes
Paper dresses catch on fire & you lose her in the haze
Don’t ever change lady, he likes you that way because
He just had his hair done and he wants to use your wig
He’s going off the drug thing cause his veins are getting big
He wants to sell his paintings but the market is slow
They’re only paying him two grams now for a one-man abstract show
Don’t ever change people even if you can
You are your own best toy to play with remote control hands
Made for each other made in Japan
Woman with a greasy heart automatic man
Don’t ever change people your face will hit the fan
Don’t ever change people even if you can
Don’t change before the empire falls
You’ll laugh so hard you’ll crack the walls

È l’orrore dell’iperrealismo, quando ancora si poteva alternare disgusto a melodia, mescolando creme da sole e fingerpicking, per una vendetta dei corpi abbronzati anche senza schiene schiantate a raccogliere pomodori.

Come scriveva, nell’ottobre del 1968, Jim Miller:

Of special interest is Triad, a David Crosby composition. One of the great losses to the rock world was Crosby’s departure from the Byrds where his writing (not to mention his singing) was always a bright spot. Triad, with its acoustic guitar arrangement, texturally is reminiscent of the Joni Mitchell set Crosby produced; like so many Crosby songs, this one is rather sad, and (as usual with his work) Triad makes a haunting impression. Its inclusion in Crown of Creation is a big plus for the album, doing credit to both Crosby and the Airplane.

La canzone è, invero, nenia infinita, tratta dal peggior repertorio dell’uccello panzuto che privo dei compari – lesti riciclatori di Dylan – correva veloce verso il super-gruppo degli zombies post-elettrici (che riprenderanno la canzone nel dimenticabilissimo 4 way street).

La bellezza del pezzo sta nel senso della “concertazione” (quasi che gli Airplanes fossero ispirati da Cariglia o predecessori di Cofferati), parole un po’ porno soft (una sorta di quel gran pezzo dell’Ubalda, con vanità intellettuali alla Bertolucci costretto dal culto di Onan a rivangare il maggio): ma l’intreccio di chitarre, saliscendi sinuoso di leziose turbative, conserva potente rigore e lucida avversione allo schema Hudson-Day.

3. Would you like a snack

Doveva essere inclusa nell’album una canzone composta da Grace con Frank Zappa, idea poi abbandonata e inserita nella riedizione del 2003 in CD [qui]:

Went on the road
For a month touring
What a drag…
You gotta go
Even if you’d rather be at home
Flaked out
In Hollywood
Drove to Inglewood and then we dumped
All our shit into the plane at five-O-three
( What’s it gonna be? )
Chicken, beef or turkey?
La La La La Would you like a snack?

Più che da uscita da Freak Out, sembra preludio a Over Nite Sensation (I am gross and perverted / I’m obsessed ‘n deranged / I have existed for years, but very little had changed / I am the tool of the Government and industry too, / for I am destined to rule and regulate you / I may be vile and pernicious, but you can’t look away / I make you think I’m delicious, with the stuff that I say / I am the best you can get / Have you guessed me yet?).

È vero, Zappa era nel pieno del periodo “accelerazionista” che lo avrebbe condotto alla patacca di Hot Rats. Produceva musica come un Miles Davis che avesse voluto sfidare il sibilo di una locomotiva in corsa, utilizzando come metronomo il pistone di un Gilera 50 regolarità competizione; peraltro, la presenza degli Aeroplani limitò lo spirito agonistico del fumatore chitarrista e ne uscì un simpatico siparietto quasi Nico, registrando Marble Index non avesse avuto istinti suicidi. Si potrebbe dire che Grace, più che la Marlene di Vincitori e Vinti sembra la Barzizza con Totò nella scena del pesce in Fifa e arena, ma la dolcezza del ricordo mi impone rispetto. Invero, anche Zappa mitigò le velleità mitteleuropee di Grace; infatti, poco dopo, lasciatala in balia degli abituali compagni di strofe, ella partorirà una delle più brutte canzoni di tutti i tempi Never Argue with a German if you’re tired of european song, che, sempre a livello di nostalgie prussiane spiazza anche l’inascoltabile attacco di Berlin di Lou Reed – che se potessimo intervistarlo ora al proposito, sarebbe costretto nei panni dell’ispettore Rock: «non è esatto! Anch’io ho commesso un errore, sono stato amico di David Bowie».

4. Riprendiamo il discorso

Il disco è bellissimo. Merita un ascolto attento perché il fraseggio strumentale non è evidente come in tanti prodotti del tempo; c’è poca voglia di competizione, tanta di spingere all’estremo l’uso dell’attrezzo, ma non in quanto tale, orpello di espressione tecnica, bensì incorporato, e ciò se vale per la voce, tanto più rileva quando sia la chitarra a scolpire mani e braccia. Le spruzzate di psichedelia, le venature blue, il carattere composito nell’esplosione delle singolarità che attraversano i solchi ci consegnano un’opera che ascolto imperterrito a cadenza settimanale.

Non importa se tutto è cambiato, se da bambino a vecchio, “vado incontro alla sera”, la musica si è modificata nella percezione, suona più barocca, prodiga di amuleti, bottoni dorati, ottoni lucenti che il tempo ha inciso nella mente. Al contempo, le note appaiono più secche, smagrite, perché private della contingenza.
Il tempo ha fatto giustizia; l’onda sonora si è infranta contro il ponte di San Francisco, come per la corsa all’oro. La tensione a stelle e strisce trovato il limite ultimo nella terra ferma ha percorso in un decennio tutta la nazione e si è frantumata in California.
Il triunvirato Cipollina, Garcia, Kaukonen si è illanguidito in magnolie zuccherose, sentieri felici, e tonni caldi. Tutto proiettato sulla frontiera e sul concetto espansivo del basso Les Paul, il democraticismo delle camicie a fiori risuonava all’inizio dei grandi echi di un continente da (ri)conquistare. Forse Crown of Creation spiega la ridondanza astratta della summer of love, laddove l’individualismo riprende il sopravvento e la “comune” resta una villa di 20 vani al numero 2400 di Fulton Street. Got a revolution Got to revolution divenne soltanto una canzone, come il fucile di un vecchio partigiano appeso in una sede dell’ANPI. La chiosa rivoluzionario/patriottica, il riconoscimento dello stato nazione nell’ammissione di essere Volunteers of America chiudeva un ciclo.

Ma come osservava quel tale, il potere costituente americano è sempre vivo, anche se la strada verrà ripercorsa a ritroso. E come nel 1913 ad Akron il nuovo proletariato, incarnatosi in un gruppo di strani ragazzi con strani vestiti, patirà l’ennesima sconfitta: quella dell’inutilità.

Download this article as an e-book

Print Friendly, PDF & Email