di COLLETTIVO 34R e RADIO STRIKE.

TRA PROPRIETA’ E PROCESSI DI LIBERAZIONE
TRE GIORNI DI SEMINARI, TAVOLI DI LAVORO E ARTE A FERRARA

Il 13, 14, 15 Dicembre come Collettivo 34R e Radio Strike proponiamo un appuntamento seminariale con l’intenzione di produrre una pratica di conricerca, volta ad installarsi nei problemi pragmatici che emergono ogni giorno dalle nostre lotte e ad interrogare il mondo comune che abitiamo dal punto di vista di chi desidera e sperimenta delle pratiche di resistenza e di liberazione.
Pertanto le giornate seminariali sono costruite attorno a momenti teorici, a tavoli di lavoro e ad eventi performativi che attraversano gli spazi universitari e quelli resistenti. Infatti, crediamo che proprio nel transitare tra il mondo universitario e gli spazi autogestiti si possano rendere operanti gli elementi e i rapporti di conflittualità tra il comando del capitale e il lavoro vivo che produciamo dentro e fuori le sedi accademiche.
Rispondendo all’esigenza di coniugare due tra le critiche più radicali al capitalismo, quella di matrice ecologica e quella marxiana, si vuole far risaltare il dominio problematico della proprietà1 nell’epoca del capitalismo postfordista e tecno-finanziario e i modi in cui si determina nel discorso giuridico, nella produzione e fruizione dei saperi e nella governance del territorio. Quest’ultimo vogliamo pensarlo sia come spazio geopolitico e simbolico che si costituisce mediante la dinamica ambivalente dell’assoggettamento e delle pratiche di soggettivazione, sia come luogo di co-esistenza, talvolta di ibridazione, dell’umano e del non-umano.

Figura per eccellenza nella quale si esprime questo campo di tensioni e di possibilità istituenti è il territorio urbano, la Metropoli. Ed è dal cuore delle città che muove il nostro fare decostruttivo, insieme al desiderio di disegnare nuove forme di convivenza sociale e di espressione biopolitica2, di liberazione dell’immaginario e delle differenze. Abitando le città e lottando affinché queste possano divenire topoi di una buona vita, anche se lontani da ogni idealità utopica, cercheremo di problematizzare le pratiche reali nelle quali siamo inscritti. Si tratta di poter inverare il desiderio di valorizzare in modo autonomo ed immanente, all’incrocio delle prassi simboliche e materiali e in senso destituente rispetto alla predazione capitalista, le relazioni concrete tra le nostre soggettività, negli affetti, nei linguaggi e nell’ambiente nel quale siamo implicati. All’orizzonte di questo discorso insiste la modificazione biopolitica che investe l’obsoleta divisione tra tempo di vita e di lavoro, per essere riconquistata proprio nel suo potenziale rivoluzionario di divenire accesso al comune e diritto al reddito universale.

Di seguito proviamo a delineare in maniera schematica la prospettiva da cui ci muoviamo.

Il capitale, da leggere sempre come rapporto di forze in divenire, si relaziona alla terra e ai territori, agli ecosistemi e alla biosfera nel suo complesso, considerandoli come beni da mettere a valore nell’articolazione dei propri processi produttivi3. Basti pensare che questa estrazione di ricchezza generale da parte dei flussi capitalistici, non solo si rifiuta di assumere la portata delle nefaste conseguenze ecologiche che comporta, ma implementa il proprio profitto mediante la messa a valore delle stesse catastrofi ambientali (come testimonia, ad esempio, la compravendita delle emissioni di CO2, ossia l’acquisto del diritto ad inquinare).
Nella Metropoli la sussunzione capitalista è ancora un modo di organizzare e governare le esistenze, attraverso un’imponente mobilitazione tecnocratica e mediatica e una smaterializzazione dei territori reali in favore di processi di codificazione della vita, del sociale e delle singolarità all’insegna della mercificazione totale.
La spazialità propria dell’Urbe si configura come un “ambiente assediato”4: aumentano i dispositivi securitari e con essi un latente immaginario collettivo legato al rischio e alla paura; i nostri corpi e le nostre menti, con la propria disposizione ad essere plastici, sono i “destinatari complici” di queste tecniche di controllo e di disciplinamento, la cui efficacia impronta di sé gli spazi lisci5 del mondo attuale. Infatti la normalizzazione e la governamentalità dei corpi e dei codici affettivi e linguistici avviene proprio in forza della capacità del capitale di articolare le differenze e di caricare di magnetismo emotivo i propri prodotti e le spazialità che informa, riuscendo comunque a riprodurre una paradossale omologazione: questo avviene attraverso la capitalizzazione e la messa a valore dell’intera vita degli individui, del vivente e dell’ambiente nella sua totalità. Dal punto di vista propriamente umano, i saperi e la sfera emotiva sono così catturati affinché si riproducano senza sovvertire l’ordine del potere tecno-finanziario.
L’intero processo che comprende la produzione, le tecniche di marketing, il consumo, per realizzarsi nella sua onnipervasità e performatività, procede ad uno spossessamento delle intelligenze e degli spazi sia mediante una logica meramente proprietaria, sia in forza dei dispositivi di autorappresentazione di sé che i poteri usano per raddoppiare, frammentare e negare il reale mediante la scrittura di metanarrazioni parziali, violente e arbitrarie. In definitiva l’efficacia di questa logica consiste nel sostituirsi a e mediare ogni relazione sociale, amicale, politica che definiscono la vita pubblica, l’ozio e l’ambito dell’agire libero ereditati dalla polis.

Questo ci sembra essere il punto centrale dell’analisi, la prima linea di fuga, il senso del nostro esodo.

sanchoAssistiamo quindi ad un doppio movimento, da una parte l’intensificazione della logica di mercato che media ogni forma dell’essere-al-mondo e di essere-con, dall’altra, come suo necessario correlato, la sottrazione di ogni spazio comune, non soltanto materiale, ma come possibilità del vivente di avere un mondo, che sia aperto al senso e alla pluralità delle significazioni, che accresca la potenza della vita e la sua intrinseca relazionalità6.
Riconosciuto questo, il nodo proprietario è di assoluta priorità nello svolgere il nostro discorso.
La mercificazione della vita e la sua totale messa a valore nei termini di sfruttamento e alienazione, la privazione della dimensione relazionale effettuata dalla coptazione mercantilista, sono dunque rese possibili dalla selvaggia sottrazione di dimensioni comuni, nelle quali solo si disegnano le possibilità di un dialogo, di un incontro, passibili di sostare all’ombra di una condivisione dei saperi e delle affettività. Rifuggendo soluzioni esotiche, esoteriche o incontaminate dalle tecnologie, pensiamo invece ad attitudini capaci di percorrere le nervature materiali ed immateriali delle esistenze e dei territori e di tradursi in ricerca condivisa di un’autonomia e di un’eterogenesi7, di una cultura della tecnica che sia capace di porre se stessa e l’interazione con l’ambiente attaverso un’imprescindibile ragione (auto)critica8.

Contro l’impoverimento, la capacità di saper ri-codificare e ri-territorializzare degli spazi che sono da riconoscere, fenomenologicamente, come spazi comuni a priori (spazi semiotici, spazi simbolici, spazi materiali fucine delle nostre pratiche resistenti). Contro l’omologazione e la regolamentazione della condotta dei corpi come corpi individuali e sociali del Consumatore, saper frequentare le proprie passioni e l’altro nella dimensione politica dell’ospitalità e di una prossimità che abbia cura di una distanza infinita che ci separa e ci unisce nelle nostre singolari differenze. Contro la pauperizzazione della vita del pianeta, la moltiplicazione delle voci e la difesa dei sin voces9 che lo abitano e la ricomposizione reale di questa cacofonia nella concretizzazione di pratiche di autonomia e di liberazione, in un orizzonte ecosofico così come T. Villani l’ha definto:

«L’ecosofia critica, infatti, è una fuoriuscita radicale dal modello sociale, economico, culturale dominante, modello disegnato su configurazioni attualmente permeate da quel modello, poichè implicate nella sfera dei poteri e del dominio piuttosto che sulle relazioni altre, capaci di sperimentare forme di soddisfazione non immediatamente mercificate. Il piano ecosofico è per sua natura relazionale, ambientale e in divenire, è in sostanza il vivente chiamato in partecipazione e articolazione tra impronte diverse»10.

Assumere il sapere nel chiasma della sua generalità e concretezza, significa da una parte scontarne l’irriducibilità rispetto alla proprietà esclusiva di ogni soggetto, e quindi riconoscere il suo farsi nel movimento impersonale e collettivo della manipolazione di abilità e computazione di codici linguistici, dall’altra riuscire a vedere la produzione dei saperi nella propria genesi materiale. In questo senso, se i mezzi di produzione del general intellect in parte coincidono con le capacità e l’incorporazione di conoscenze delle soggettività, dall’altra li vediamo funzionare esclusivamente all’interno dell’organizzazione capitalista del lavoro. Pertanto il sistema di valorizzazione del capitale seziona il piano immanente della produzione per coagularlo in nuclei d’elites proprietarie, in assetti gerarchici ed interessi corporativi. A questo si aggiunga che le tecnologie impiegate per la realizzazione e l’utilizzo dei supporti materiali delle nostre conoscenze (pensiamo ai pc, agli smartphone ecc.) e per il mantenimento del nostro stile di vita, implicano tanto nella reperibilità delle materie prime, quanto nelle fasi del ciclo produttivo, sfruttamento, saccheggio e barbarie.

Ora, possiamo lasciare che queste contraddizioni vengano di volta in volta neutralizzate e riassorbite dal movimento del capitale, oppure cercare di assumerle nella conflittualità molteplice e reale che innescano, giocando il potenziale di liberazione della vita e delle sue possibilità contro la violenza del comando su di essa. Crediamo che, un primo passo, possa darsi nella riappropriazione di quei mezzi di produzione che identifichiamo con le nostre intelligenze e le nostre capacità di partecipare alla produzione dei saperi.
Il tavolo di lavoro dedicato al diritto d’autore ed alla proprietà intellettuale intende fare emergere puntualmente questo problema e questa differenza biopolitica: se da un lato infatti urge pensare a forme di tutela delle produzioni intellettuali, dall’altro è però necessario riconoscerne la genesi comune e garantire il libero accesso ai saperi. La parzialità di questa lotta, che al pari di altre altre insorge da specifiche condizioni materiali (si pensi ad esempio alla critica femminista del lavoro domestico e del mondo della cura11), obbliga ad istituire un orizzonte condiviso quale la rivendicazione di un reddito universale che favorisca la nostra mobilità, flessibilità e creatività sovvertendo la condizione di soggetti precari e redistribuendo in parte la ricchezza che produciamo.
Tanto le pratiche virtuose conquistate nei territori, senza distinzioni di merito tra produzione materiale ed immateriale (dagli orti condivisi alle radio libere, da Genuino Clandestino alle forme di licenza come il Creative Commons o il Copyleft), quanto il modo in cui il capitale mette al lavoro e si impossessa indebitamente di tutte le capacità, abilità e saperi che i soggetti implementano nel corso della propria esistenza, richiedono di ripensare le teorie del valore classiche, assolutamente inadeguate a descrivere l’estrema promiscuità attuale tra tempo di lavoro e tempo di vita. Se il capitale, come già Marx aveva previsto, è eminentemente finanziario e la ricchezza di cui si nutre è quella del corpo e delle intelligenze nella loro generale produttività, allora contro i meccanismi di estrazione, di accumulazione e di appropriazione della ricchezza prodotta dal nostro agire sociale, affermiamo che il valore dei saperi e degli spazi debba fondarsi su pratiche di partecipazione e di inclusione. Così, il valore di un luogo, di un territorio urbano è quello sedimentato dalle significazioni e dai vissuti, è quello costantemente trasformato dal lavoro vivo delle nostre differenze e da quanto quest’ultimo arricchisca l’ambiente e sappia restituirlo più ricco di virtualità, più ospitale, più aperto e capace di liberare desideri e tracciare linee di fuga.
Ci troviamo quindi di fronte ad un ambito profondamente problematico: portare fino in fondo le premesse qui esposte significa minare alla base il fondamento della proprietà e, quindi, della stessa sovranità moderna. Siamo consapevoli che proprio nel solco approfondito della critica alla sovranità si gioca sia l’apertura di orizzonti rivoluzionari e di emancipazione, sia il rischio di derive reazionarie. Si rende allora necessario pensare e praticare delle istituzioni che siano all’altezza del Comune, elaborando un diritto che vada oltre l’ormai inattuale dicotomia tra privato e pubblico, verso una gestione autonoma e cooperativa delle nostre relazioni nel mondo.

territori_urbaniIn ragione della sua portata cominceremo le giornate seminariali frequentando il tema dei Diritti consapevoli che, nel registrarlo tra le pratiche della nostra civiltà, si presenta come l’istituzione di una differenza che ci costituisce non solo come i soggetti e gli oggetti delle pratiche giuridiche che adottiamo, ma anche come la storia dei suoi effetti. Vogliamo parlare del Diritto come campo di forze in continua e dinamica espansione, del suo tradursi nuovamente in istituzioni capaci di ri-disegnare ogni volta un dentro e un fuori, consapevoli di assumere un punto di vista parziale e militante che muove dall’interno di quegli stessi processi di lotta che possono riconfigurare la macchina giuridica e dunque i possibili modi d’essere dell’esistente.
Nell’epoca della governance che vede il progressivo svuotamento di sovranità dello stato nazione, le cui funzioni sono ormai esclusivamente poliziesche e burocratico-amministrative, il dominio pubblico statale viene sempre più espropriato e si presenta come un apparato della contrattazione mercantilista, fondata sul rapporto debitore-creditore12. Constatando questa marcata de-territorializzione del potere sovrano verso elites tecno-finanziarie, il fronte stesso delle nostre lotte deve attestarsi sulla possibilità di pensare e praticare una Costituente, in grado di tutelare le forme di vita singolari e sociali, l’ambiente e l’intera produzione del Comune13. Si tratta di immaginare e realizzare un patto costituente differente che sappia rispondere alla sfida di istituire una mediazione tra le soggettività, traducendo (senza tradire!), anche in costellazioni normative, la proliferazione eterogenea delle istanze di legittimazione emergenti dalle nostre pratiche di liberazione e la riappropriazione del Comune che è di tutti e dev’essere per tutti.

Il programma dei tre giorni è sui siti di Radio Strike, del Laboratorio Sancho Panza e su facebook

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  1. Precisiamo che non sarà questo il luogo per occuparci di una possibile genealogia del <i>modus operandi </i>che il mondo capitalista alle proprie origini istituisce, reinvestendo un magma di attitudini e concezioni riguardo la natura, il lavoro, il potere ascrivibili alla storia occidentale e che sulle soglie di queste epocali trasformazioni si riconfigurano lungo inediti assi, sistemi di conoscenze, di pratiche e di possibilità. Tenendo conto di questa quasi-assenza nella tematizzazione del nostro discorso, desideriamo comunque mantenere l’istanza genealogica come indice di uno sfondo imprescindibile rispetto al quale si stagliano le nostre questioni e che necessita oggi più che mai di essere portato all’attenzione cosciente. 

  2. Cfr. M. Foucault, <i>Nascita della Biopolitica. Corso al Collége de France </i>(1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005. 

  3. Questo rapporto di forze per essere guadagnato a <i>nostro </i>favore (<i>di Chi?</i>) deve poter inverare nella propria prassi quella modificazione di visioni e di posture etiche insorte dal piano immanente delle lotte. Si tratta di farsi carico di un mondo che non è esclusivamente umano e quindi di agire <i>in favore di un’alterità</i>, di volta in volta determinata e concreta (e che allo stesso tempo figura già come orizzonte, suolo, rovescio dei nostri mondi costituiti), evitando sia un atteggiamento antropocentrico e soggettivista quanto un naturalismo ingenuo. Questa prospettiva, qui appena accennata, interroga dal profondo le nostre concezioni e le pratiche che definiscono i nostri stili di vita, i nostri modelli produttivi e di consumo. 

  4. T. Villani, 2008, <i>I territori della smaterializzazione, horror vacui e processi di mercificazione nella trasformazione urbana del presente, </i>in <i>Millepiani, </i>numero 33, pag. 28. 

  5. «Lo spazio sedentario è striato da muri, recinti e percorsi tra i recinti, mentre lo spazio nomade è liscio, marcato soltanto da “tratti” che si cancellano e si spostano con il tragitto […]. Lo spazio liscio è proprio quello dello scarto minimo: non ha quindi omogeneità che all’interno di punti infinitamente vicini e il raccordo tra le vicinanze si fa indipendentemente da ogni via determinata […] la variabilità, la polivocità di direzioni è una caratteristica essenziale degli spazi lisci», cfr. G. Deleuze, F. Guattari, <i>Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, </i>Castelvecchi, Roma 1987, pp. 540-41, 557. 

  6. Cfr. A. Gorz, <i>Économie de la connaisance, exploitation des savoirs </i>(intervista realizzata da Yann Moulier-Boutang e Carlo Vercellone.) in <i>Multitudes</i>, n. 15, 2004 

  7. «Vale a dire un processo continuo di ri-singolarizzazione. Gli individui devono diventare contemporaneamente solidali e sempre più differenti. (Lo stesso vale con la ri-singolarizzazione delle scuole, dei comuni, dell’urbanistica ecc.)», cfr. F. Guattari, <i>Les trois écologies</i>, Galilée, Paris 1989, trad.it. Riccardo d’Este, Sonda, Casale Monferrato 1991, p.43 

  8. <i>Come </i>affrontare le manipolazione tecno-scientifica del mondo è oggi più che mai un problema di ordine politico, da riguadagnare sul terreno della discussione pubblica, distanti da ogni pretesa neutralità del fare scientifico e da una difesa essenzialista della Natura. 

  9. Parafrasando gli zapatisti vogliamo però intendere qui tutti i <i>divenire-minoritari </i>(divenire-donna, divenire-animale, ecc.). 

  10. T. Villani, <i>Ecologia politica</i>. <i>Nuove cartografie dei territori e delle potenze di vita</i>, Manifesto Libri, Roma 2013. 

  11. Per questa problematica e per quella concernente la femminilizzazione del lavoro salariato, cfr. C. Morini, <i>Per amore o per forza, femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo</i>, ombre corte/<em>Uni</em>Nomade, Verona 2010 e A. Del Re, <i>Produzione-riproduzione e critica femminista</i>, in <i>Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente</i>, a cura di G. Roggero e A. Zanini, ombre corte/<em>Uni</em>Nomade, Verona, 2013. 

  12. Cfr. M. Lazzarato, <i>La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista</i>, DeriveApprodi, Roma 2012. 

  13. Cfr. S. Chignola (a cura di), <i>Il diritto del comune. Crisi della sovranità, proprietà e nuovi poteri costituenti</i>, ombre corte/<em>Uni</em>Nomade, Verona 2012.