Presentiamo qui gli articoli che compongono il Quaderno di EuroNomade dedicato al Contropotere. Il Quaderno può essere scaricato cliccando qui o sull’immagine di copertina in calce.


DI CHIARA GIORGI E MARIA ROSARIA MARELLA

1. Ragionare attorno a nuove istituzioni, a istituzioni del comune, è oggi un’impellenza dettata dalle trasformazioni che coinvolgono i processi di creazione di nuove soggettività, e, per converso, dalle stesse trasformazioni dello Stato. Da un lato, quest’ultimo si trova a essere più che mai disarticolato, frammentato, nonché in certi ambiti e meccanismi allineato alle logiche del capitale e penetrato da criteri imprenditoriali[1]. Dall’altro, le nuove soggettività e i conflitti in corso esprimono l’esigenza di istituzioni altre, fondate su pratiche politiche radicali, espressive delle nuove rivendicazioni di uguaglianza, libertà e democrazia, capaci di esprimere e consolidare un “contropotere”.

Senza voler ripercorrere per intero un lungo dibattito proprio della tradizione comunista, tornano alla mente le indicazioni di Marx (dopo l’esperienza della Comune di Parigi) e di Lenin sull’urgenza di riprendere quella oramai nota questione del “dualismo di potere”, dell’invenzione cioè di istituzioni altre, alternative, basate su principi diversi, esterne rispetto alle strutture statali[2]. Costruire nuove istituzioni – istituzioni di chi le produce e le usa – a partire da determinate pratiche politiche, da esperienze già in atto, dall’agire in comune, diviene allora una questione politica e teorica di primo piano, profondamente connessa a quella del contropotere.

È la stessa definizione di istituzione che va ulteriormente indagata e riformulata. Riconcettualizzata in una prospettiva materialista, l’istituzione rinvia a un universo in cui «le persone, le cose e le azioni del mondo non sono frutto di un destino bensì di una destinazione»[3], dove è la pratica dell’uso che ne qualifica la stessa natura e le forme di esistenza. In questa prospettiva le istituzioni verrebbero a porsi tanto come una garanzia delle libertà pubbliche, «contro la corruzione dei costumi» e per il governo di un popolo libero (per riprendere le parole di Sant-Just); quanto – in un orizzonte di trasformazione e di contropotere – come luoghi di soggettivazione e di intensificazione/espansione della democrazia (rielaborata a sua volta nei termini di un autogoverno dei produttori associati, di autogoverno del corpo sociale).

Rintracciare le combinazioni che si danno tra consolidate relazioni di potere e atti di resistenza, tra dispositivi di assoggettamento e pratiche di soggettivazione, tra reiterati meccanismi di continuità istituzionale e sperimentazioni di forme alternative di potere, può essere l’operazione chiave per individuare dove le istituzioni assumono la logica dinamica del cambiamento e divengono altra forma di governo (di autogoverno), istituzioni altre.

Seguendo questa pista, potrebbe allora affermarsi che nelle istituzioni del comune sono la cooperazione sociale, l’agire in comune, le pratiche di auto-organizzazione provenienti da molteplici, plurali ed eccedenti soggettività politiche a farne strumenti e spazi di re-immaginazione di un presente gravido di futuro. Come espressione di autogoverno collettivo e di contropotere, come ambiti della riappropriazione delle forme di vita espropriate, le istituzioni del comune – espansive e produttive – divengono uno strumento prezioso ai fini di una ripoliticizzazione atta a modificare i rapporti di forza esistenti, gli stessi rapporti di potere.

L’orizzonte di una nuova e creativa proliferazione istituzionale, che guardi anche agli esempi molteplici del passato e che nondimeno faccia propria la possibilità di una riappropriazione democratica di alcune istituzioni esistenti (ad esempio quelle del welfare) ai fini di un uso comune – e quindi di loro profonda trasformazione –, consente il ripensamento degli stessi strumenti della partecipazione[4]. Da una prospettiva alternativa a quella dell’attuale ordine neoliberale, il significato del termine partecipazione si amplia, estendendosi dall’ambito politico a quello della distribuzione/redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, ma soprattutto a quello della produzione/riproduzione e appropriazione/riappropriazione. A ciò si lega quanto attiene alla natura ambivalente del potere, quale «rapporto tra chi comanda e chi obbedisce, o meglio, tra chi comanda e chi resiste»[5]. Il potere è così riformulato nella sua dimensione relazionale, ma anche spaziale, e in una prospettiva transnazionale. Ancora una volta tornano alla mente le riflessioni di Lenin, ma anche di Gramsci relative al “dualismo di poteri”, ovvero alla necessità di giungere alla forma e alla sostanza di un potere politico altro, espressione dell’autogoverno dei subalterni, dei soggetti antagonisti. In questo senso il concetto di un potere politico altro, di tipo completamento diverso, può essere ricondotto alla definizione marxiana della Comune, quale «forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro»[6]. Assunto in questa prospettiva l’ordine del discorso implicato nelle nuove istituzioni, le istituzioni del comune, è quello di una resistenza che va oltre e si pone sul terreno della rottura, dell’alternativa, della concreta trasformazione.

2. Volendo seguire una illuminante e recente indicazione, che parte dal desiderio di «cartografare il nostro presente alla ricerca di forme embrionali di auto-organizzazione che possano tradursi in istituti di contro-potere»[7], uno degli ambiti in cui ci sembra poter rintracciare questa “dimensione”/movimento è quello attinente al welfare, e in particolare a quelle istituzioni di welfare nate, non a caso, dalle lotte e dalle mobilitazioni radicali degli anni Settanta. Ciò ci porta a ricordare come le vicende ruotanti attorno al welfare siano indissolubilmente legate a quelle dei modi di produzione, al modo di produzione capitalistico e di converso a quello fondato sul comune. In termini più complessivi e infatti, «le produzioni dell’uomo per l’uomo – assicurate tradizionalmente dalle istituzioni del welfare – rappresentano anche una parte crescente della produzione e della domanda sociale, che, finora, almeno in Europa, è stata soddisfatta principalmente al di fuori della logica del Mercato». Esse, nel loro duplice aspetto di sistema di distribuzione e produzione, «sono state tra i settori motore della transizione verso un’economia fondata sulla conoscenza» di cui di continuo si nutre il capitalismo cognitivo e finanziarizzato[8]. Ma proprio qui tuttavia risiede la loro rilevanza, in ordine all’alternativa tra le sempre più diffuse strategie neoliberali di loro smantellamento/mercificazione e un «progetto di risocializzazione dell’economia» fondato sulla loro riappropriazione democratica, «sulla centralità delle produzioni» dell’essere umano per l’essere umano. In ordine cioè all’«alternativa tra due modelli polari di regolazione d’una economia fondata sulla conoscenza»[9].

Le istituzioni del welfare, i servizi collettivi del welfare, sono dunque l’essenziale bersaglio delle politiche di austerity e di neoliberalizzazione, volte a smantellarle/privatizzarle, immettendole nel circuito mercantile e finanziario della valorizzazione; ma sono al contempo la posta in gioco del conflitto di classe – non solo di classe, bensì anche di lotte “intersezionali” – di ieri e di oggi. Su questo terreno, lo stesso su cui il capitale va «perseguendo il proprio sviluppo», si danno potenzialità di resistenza e contropotere, prefiguranti forme alternative di organizzazione sociale[10]. In questo senso è su questo medesimo terreno che alcuni esempi provenienti da quelle esperienze di lotta e autorganizzazione degli anni Settanta approdati all’invenzione di nuove istituzioni possono fornirci una indicazione più che mai promettente. Ricordandoci come la stessa controrivoluzione neoliberale sia stata una risposta a queste “invenzioni” dal basso. Ricordandoci al contempo quanto teorizzato (e praticato) da Rosa Luxemburg a proposito del nesso riforme-rivoluzione, ossia del legame tra singoli obiettivi della lotta quotidiana e prospettiva rivoluzionaria/”scopo finale” (abolizione del sistema salariale e della proprietà privata), ma anche, in polemica con i socialdemocratici revisionisti, a proposito di un “controllo sociale” difensivo dello «sfruttamento capitalista»[11]. Assumendo metodologicamente una prospettiva foucaultiana dell’analisi dello Stato sociale, è possibile leggere in modo diverso le vicende che portarono ad esempio all’istituzione del Servizio sanitario nazionale, come ad altre istituzioni del welfare di quegli anni, nate in una determinata stagione politico-sociale, intrecciate indissolubilmente ai conflitti sociali dell’epoca, all’emergere di nuove soggettività, di nuove pratiche e saperi[12]. È soprattutto nell’ambito della sanità e della salute[13], che si diedero sperimentazioni informate da pratiche inedite di autogestione e organizzazione. Sperimentazioni fondate su forme di coproduzione dei servizi – la quale diventa quindi uno degli elementi qualificanti di «un modello di Commonfare post-burocratico» – volte a mettere in discussione la distinzione e separazione tra gestori/utenti, erogatori/destinatari. Istituzioni capaci di costruire «un nuovo modello di welfare basato sul Comune»[14], opposto alle logiche burocratiche, familistiche, patriarcali, corporative, frammentarie e autoritarie proprie di molti ambiti dello Stato sociale italiano. Tralasciando le stesse vicende legate al SSN[15], che in parte e nella sua ideazione più radicale potrebbe rientrare nella stessa cartografia menzionata, basteranno alcuni rapidi esempi. I consultori, istituzionalizzati con la legge quadro del ’75 (n. 405); le istituzioni nate attorno al progetto di Franco Basaglia e Franca Ongaro. Ma anche, potrebbero citarsi, i consigli di fabbrica, i comitati di quartiere, fino agli odierni centri antiviolenza.

Rispetto al primo istituto, la sua specifica genesi e il percorso di approvazione della legge istitutiva mostrano come un’esperienza nata da processi di soggettivazione ampi e radicali come quelli degli anni Settanta e soprattutto dalle lotte del movimento femminista, sia stata capace di farsi istituzionale, espressiva di un contropotere – il potere di decidere sul proprio corpo e sulla propria vita – di dispositivi di auto-organizzazione e contro-informazione. L’apporto dato dai collettivi femministi che a metà degli anni Settanta diedero vita a consultori autogestiti, facendo proprie pratiche contraccettive (e abortive) «intese come pratiche di libertà dei corpi femminili, di libertà delle scelte di vita e dei tempi e modi della riproduzione», ebbe un ruolo fondamentale[16]. Lo ebbe sia in ordine alla crescita di consapevolezza sulla salute, sui diritti e sul corpo delle donne; sia rispetto a un’ampia attività di sensibilizzazione; sia relativamente al rapporto tra cittadine/i e sanità pubblica, tra organizzazione territoriale e nazionale, partecipazione istituzionale e gestione diretta, tra servizio sanitario e soggetti destinatari. Il compromesso che ne seguì, nella stessa denominazione (i “consultori familiari”) non ne mutò l’approccio universalista, di servizio gratuito volto al benessere complessivo delle persone e soprattutto delle donne, di istituzione in grado di rispondere alle richieste più avanzate portate nelle piazze dalle donne in quegli anni, a istanze di libertà e autodeterminazione femminile[17]. Sebbene, dunque, l’impostazione della legge istitutiva tradisse un’impostazione familista, con un accento posto sulla procreazione responsabile piuttosto che sull’espressione libera della sessualità, l’inversione di tendenza che si registrò fu notevole. In virtù di essa lo Stato si assunse gli oneri derivanti dalla “somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo (c.n.) in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica degli utenti” (art. 1, 1° co., lett. b). Un dato di grande rilevanza, in un momento in cui la mobilitazione delle donne occupava la scena politica italiana proprio a partire dalla scoperta del corpo femminile.

3. A sua volta, a connotare i servizi territoriali, le cooperative sociali, le comunità terapeutiche nate attorno alla psichiatria radicale (in particolare nel seno dell’esperienza di Gorizia ma diffusa anche in altre realtà italiane) fu un doppio gesto. O meglio fu, come è stato scritto da uno dei suoi principali protagonisti, la contaminazione di due gesti espressi nella istituzione negata e nella istituzione inventata[18]. L’idea e la pratica della deistituzionalizzazione (dei manicomi e della stessa follia) fu così intesa come un processo istituente capace di creare, produrre, inventare, immaginare forme alternative, mobilitanti come protagonisti «i soggetti sociali coinvolti», trasformative dei rapporti di potere tra istituzioni e pazienti, produttive di strutture sostitutive a quelle dell’internamento (l’ospedale psichiatrico), nate «dallo smontaggio e riconversione delle risorse materiali e umane» qui depositate[19]. Quella esperienza riaprì il concetto stesso di istituzione, sia riconducendolo a pratiche di autorganizzazione e autonomia volte a far fronte a bisogni e desideri misconosciuti dallo Stato e dalla famiglia (sino allora pilastro fondamentale del welfare), sia riportandolo sul terreno di un ampio conflitto. Conflitto capace di investire la vita quotidiana e le sue strutture, lo stesso sistema di welfare, il territorio e l’ambiente, la condizione delle donne, i nessi tra produzione e riproduzione, le relazioni tra Stato, cittadini e corporazioni, i rapporti tra locale e nazionale, il significato della democrazia medesima. Quella esperienza assunse in proprio una sorta di “doppio movimento”, quello necessario «a garantire l’efficacia di un’azione antagonistica rispetto alle modalità operative del capitale contemporaneo»[20]. Precisamente il doppio movimento del negare uno spazio di organizzazione sociale che continuamente limitava la libertà soggettiva, e al tempo stesso del re-inventarne un altro, alternativo alle logiche assistenziali e imprenditoriali del welfare. Uno spazio nel quale l’autonomia della riproduzione sociale, «l’eccedenza della società», sfidasse quotidianamente chi gestisce, riforma o inventa le istituzioni, mettendone in crisi le stesse logiche della riproduzione interna, a partire dalla co-produzione[21]. Di qui le premesse a una riscrittura universale del welfare, assunto «come cuore della produzione stessa, come motore di sviluppo delle potenzialità della società», a partire dalla trama di nuove politiche di cura rispondenti ai bisogni di ciascuno/a, in una dimensione comune e del comune[22]. Di qui anche, le premesse di un cantiere analitico e politico nel quale nuove istituzioni, istituzioni “inventate”, siano parte di una nuova costituzione materiale fondata sul comune e su quelle istanze di egalibertè mai sopite, ma anzi di continuo risignificate, rivivificate, sempre eccedenti e spiazzanti.

4. Se volessimo ora introdurre esempi dell’oggi, di nuove istituzioni che si danno nella fase attuale e che possiamo identificare come istituzioni del comune, dovremmo in primo luogo registrare il differente rapporto che tali odierne istituzioni instaurano con il pubblico statale e le sue declinazioni decentrate (regioni, in primo luogo) rispetto al passato. Se negli anni Settanta le istituzioni prodotte dal basso, dalle lotte messe in campo dai movimenti politici, sono state riconosciute e assunte dal pubblico come proprie – ciò che ha complessivamente innovato il tessuto democratico del paese e arricchito di nuove istanze la sfera pubblica nella sua dimensione istituzionale – le nuove istituzioni di oggi fanno i conti con decenni di smantellamento del welfare. Ancor più nettamente esse configurano quindi manifestazioni di contropotere, pur quando con il pubblico intrattengono relazioni stabili – sub specie, ad esempio, di finanziamenti reclamati e ottenuti. Pensiamo in questa direzione agli esempi offerti dai centri antiviolenza o dalle forme di affordable housing organizzate su base privatistica per far fronte alla scomparsa dell’edilizia residenziale pubblica.

Il finanziamento regionale dei centri antiviolenza (d’ora in poi CAV) non è tale da mutarne la natura di istituzioni delle donne per le donne[23]. Nonostante il finanziamento pubblico, i CAV restano luoghi autogestiti sulla base di saperi e pratiche femministe. Sono cioè istituzioni in senso materialista, che rappresentano un agire situato, una pratica di contropotere, in quanto articolazioni della società in una società che però conserva una impronta patriarcale, come la stessa violenza sulle donne appunto dimostra. Di qui il rapporto dialettico con il pubblico. Lo chiarisce bene la controversia innescata di recente dall’adozione nel 2017 del piano antiviolenza Boschi[24] che, nell’avvalersi dell’attività dei CAV, intendeva imporre loro obblighi propri del servizio pubblico. Palesemente il Piano usa in modo intercambiabile i termini di servizio pubblico e centro antiviolenza, portandosi dietro la retorica della sussidiarietà orizzontale (art. 118 4° co., cost.) nella sua accezione meno democratica, per la quale l’attività dei privati è riconosciuta dallo Stato nella misura in cui realizza obiettivi decisi a monte dall’autorità statale. Ma il CAV non è erogatore di un servizio pubblico e l’operatrice non è un’incaricata di pubblico servizio; pertanto non è tenuta, come invece si pretendeva, alla denuncia di un reato di cui venga a conoscenza in ragione del suo ruolo e che possa essere perseguito d’ufficio, poiché questo è in contrasto con il modo in cui le pratiche femministe si confrontano con la violenza maschile e con l’autodeterminazione delle donne. Il CAV insomma non è un terminale della sovranità statale, al contrario esso opera, pur con il riconoscimento dell’autorità pubblica, contro la logica patriarcale in difesa delle donne.

Sul fronte del diritto all’abitare, complesse architetture giuridiche danno sostegno a nuove istituzioni sociali ideate per consentire l’accesso a prezzi sostenibili e la gestione democratica del bene casa a quei gruppi sociali che il mercato immobiliare espelle e che il pubblico non garantisce più. L’esperienza, nata negli anni Sessanta negli Stati Uniti presso alcune comunità afro-americane e poi diffusasi in tutto il paese con il nome di Community Land Trust (CLT), si è successivamente diffusa anche in UK e di recente in alcuni paesi dell’Europa continentale (Belgio, Francia) che ne hanno adattato lo schema operativo alle proprie strutture giuridiche. Sostenibilità economica e gestione in comune sono rese possibili da vincoli di destinazione associati alla separazione della proprietà del suolo – spesso in mano pubblica, vincolata e inalienabile – dalla proprietà delle singole unità abitative, a loro volta non inalienabili, ma soggette nella circolazione a limiti stringenti e prezzi calmierati che impediscano manovre speculative e assicurino nel tempo l’avvicendarsi di residenti a basso reddito[25].

Il complesso funzionamento del marchingegno ha a monte importanti finanziamenti pubblici, eventualmente in forma di trust, o addirittura la stessa proprietà pubblica del suolo, ma si sviluppa a valle in forme di autogoverno dei complessi residenziali da parte dei coinquilini organizzati in organi deliberativi e gestionali dotati anche di autonomia regolamentare. Sebbene siano presenti cornici regolative fornite da leggi nazionali o regionali, l’autonomia di queste istituzioni si esprime nel potere di regolare accesso e fruizione delle abitazioni e delle parti comuni degli edifici, così come il prezzo di vendita delle unità abitative, secondo una logica che riduce la rendita a un ruolo insignificante.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ruolo del pubblico assai diverso da quello proprio del welfare state tradizionale: un pubblico che interviene a sostegno della cooperazione sociale senza sussumerne le forme di auto-organizzazione. I CLT (e simili) offrono dunque un ulteriore esempio di istituzione “dal basso”, che mentre prende forma e si diffonde nel contesto neoliberale, ne contrasta le premesse, in questo caso i meccanismi fondamentali del mercato immobiliare, primo fra tutti quello della rendita.

5. Mentre scriviamo stiamo sperimentando il lockdown da pandemia. L’emergenza sanitaria ha messo drammaticamente a nudo i limiti di un servizio pubblico indebito da logiche di privatizzazione che ne hanno tradito lo spirito originario, di istituzione nata dall’alleanza fra lotte agite da soggettività diverse, tutte ugualmente determinate, pur con accenti differenti, a rivendicare la centralità della riproduzione sociale. Chi ora invoca il ritorno salvifico dello Stato non può ignorare che il capitalismo neoliberale e le politiche di privatizzazione si siano affermate più che per l’assenza dello Stato, per il suo diverso modo di interagire con il mercato rispetto al passato. E non a caso, proprio in questa drammatica situazione, torna a ripresentarsi la questione relativa ai rapporti tra pubblico e statale, dinnanzi alle stesse forti tensioni a cui è nuovamente sottoposto lo Stato, che infatti non manca di produrre «ingiunzioni contraddittorie», alle quali si reagisce in modo opposto, diffidando e rifuggendo da dispositivi di controllo individualizzato; rivendicando un maggiore intervento volto a «compensare le devastazioni causate dalle politiche neo-liberiste di privatizzazione dei servizi pubblici» [26].

Sullo sfondo è l’obsolescenza del binarismo individuo/Stato e l’emergere definitivo e inequivocabile della collettività come soggetto, dato reso ormai chiaro dalla pandemia e dalla conseguente nuova centralità assunta dalla salute come interesse, appunto, della collettività.

In questo panorama, siamo convinte che la risposta vada ricercata nella cooperazione sociale e nelle istituzioni del comune, oltre la falsa opposizione Stato/mercato, e in particolare in un servizio sanitario pubblico universalista fondato sulla socializzazione dei saperi, gestito in modo partecipato e democratico, distante dai prevalenti modelli verticali del rapporto Stato erogatore/cittadino utente proprio di un welfare state tradizionale. Ma anche lontano dalla gestione aziendalistica neoliberale portatrice dei disastri che tutte/i stiamo pagando come collettività e come singole/i.

Davanti al rischio di un welfare sempre più sotto finanziato, che la crisi economica prodotta dalla pandemia va prospettando, uno sforzo di invenzione istituzionale è indispensabile e urgente. Le cause ambientali del contagio mettono sempre più in evidenza il legame strettissimo fra salute e territorio[27]. Nuove sperimentazioni istituzionali sono dunque necessarie per realizzare un nuovo e diverso controllo sociale del territorio, condiviso e diffuso, capace di coniugare il monitoraggio delle matrici ambientali alla programmazione delle attività economiche e dello sviluppo urbano. La costituzione “dal basso” degli ecodistretti in alcune regioni italiane rappresenta già una significativa progettazione istituzionale in questa prospettiva.

In questa direzione, proprio volgendo lo sguardo a quanto prodotto e agito negli anni Settanta, alle istituzioni del welfare sorte in quegli anni, alcuni degli esempi menzionati possono fornirci una indicazione promettente per il presente e il futuro, nel segno di una riscrittura universale e democratica del welfare, nel segno della soddisfazione di antichi e nuovi bisogni, nel segno dell’inestricabile intreccio tra istanze di libertà e uguaglianza, nel segno di una appropriazione politica «di quegli aspetti della riproduzione sociale» abbandonati o resi esclusivi dallo Stato o dal capitale[28]. La necessità di prospettare un’alternativa all’attuale assetto strutturale, alle derive autoritarie, alle politiche della paura richiede ogni sforzo di immaginazione, ogni nuovo tipo di mobilitazione che sappia puntare a un’altra forma di vita, oltre a un’altra organizzazione economica e sociale. Dalla combinazione delle lotte, da una politica delle alleanze può rimettersi in campo un progetto radicale comune e collettivo informato da principi di democrazia, dalla cooperazione sociale, da una socializzazione della cura (delle relazioni e della società).


Note:

[1] S. Mezzadra, B. Neilson, The State of Capital Globalization, in “Viewpoint Magazine”, 4, 2014.

[2] Si rinvia alle considerazioni di Lenin in Stato e rivoluzione. Come noto, Marx, rettificò nel 1872 (ne La guerra civile in Francia), quanto formulato in proposito nel Manifesto, affermando che la Comune aveva fornito la prova che la classe operaia non poteva impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini. Si rinvia a É. Balibar, Cinque studi di materialismo storico, Bari, De Donato, 1976.

[3] P. Napoli, Ritorno a instituere: per una concezione materialistica dell’istituzione, in F. Brancaccio, C. Giorgi (a cura di), Ai confini del diritto. Potere, istituzioni e soggettività, Roma, DeriveApprodi, 2018, p. 78.

[4] I problemi posti dal restringersi progressivo del Welfare State e dalla conseguente privatizzazione dei servizi pubblici sono stati altresì affrontati nella cornice teorica dei beni comuni (si rinvia per brevità a M.R. Marella, The Commons as a Legal Concept, “LawCritique”, 27, 2016). Con il tramonto dello Stato sociale e il mutare del ruolo del pubblico rispetto ai rapporti fra servizi d’utilità generale e riproduzione sociale, diventa sterile far riferimento allo schema classico che contrappone al diritto (sociale)/pretesa del cittadino l’obbligo della prestazione da parte del pubblico. Più adeguato ai tempi – certamente più adeguato della contrapposizione fuorviante Stato/Mercato – è concepire i servizi pubblici come prodotto della cooperazione sociale e dunque pensare gli utenti dei servizi come co-gestori dei servizi stessi in quanto “produttori di comune”.

[5] A. Negri, Lo stato dello Stato, in F. Brancaccio, C. Giorgi (a cura di), Ai confini del diritto, op. cit., p. 33.

[6] K. Marx, La guerra civile in Francia [1871], Roma, Editori Riuniti, 1990, pp. 40-41.

[7] S. Mezzadra, B. Neilson, Potere, in C17 (a cura di), Comunismo necessario, Milano, Mimesis, 2020, p. 111.

[8] C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione. Per una critica dell’economia politica dei beni comuni, Verona, Ombre corte, 2017, pp. 67 ss.

[9] C. Vercellone, Modelli di welfare e servizi sociali nella crisi sistemica del capitalismo cognitivo, in “UniNomade”, 14 novembre 2011. http://www.uninomade.org/modelli-di-welfare-capitalismo-cognitivo/

[10] M. Hardt, A. Negri, Impero, vent’anni, in “Euronomade”, 16 dicembre 2019. http://www.euronomade.info/?p=12801

[11] R. Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione [1899], Roma, Prospettiva Edizioni, 2009, p. 37.

[12] In questa direzione, come è stato da ultimo osservato (P. Costa, Lo Stato sociale come problema storiografico, in “Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno”, 46, 2017, tomo I), che «le esperienze “welfariste” non possono venire ricostruite come una “declinazione” di un’unitaria e compatta entità statuale. Se lo Stato è la risultante di un intreccio di strategie politiche e di relazioni di potere e al contempo una pedina nell’interazione socio-politica, se esso è momento e tramite di un’azione governamentale, l’espressione “Stato sociale” non rinvia tanto a un tipo o a una forma di Stato, quanto evoca un insieme di pratiche, saperi, apparati e istituzioni che convergono nel “trattare” i processi vitali della popolazione».

[13] Significativamente si scriveva in un volume pionieristico di quegli anni che se «la salute è modo di lavorare e di vivere, ritmi di lavoro, sviluppo produttivo economico e urbanistico, equilibrio ecologico, uguaglianza sociale, libertà, discriminazione e segregazione allora essa è un tema rivoluzionario». S. Biagioni, Introduzione. I temi della lotta per la salute, in AA.VV., La salute in fabbrica, vol. I, Roma, Savelli, Roma, 1974, pp. 8 ss.

[14] C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune, op. cit., p. 69 e p. 81, a cui si rinvia per l’importanza del concetto di coproduzione implicante «lo sviluppo di forme di democrazia diretta e partecipativa», tratto «saliente del passaggio» a un paradigma cosiddetto post-burocratico dell’amministrazione pubblica.

[15] Del progetto istitutivo del SSN vanno comunque ricordate le istanze universalistiche, di partecipazione democratica, di decentramento territoriale, di innovata visione della salute ricondotta a fatto sociale e politico, di prevenzione, di tutela dell’ambiente di lavoro e fuori dal lavoro. Caratteristica fondamentale delle lotte e delle figure (in specie Giulio Maccacaro) che ne promossero l’istituzione furono: una visione unitaria e integrata della salute – fisica e psichica, individuale e collettiva, legata alla comunità e al territorio; una concezione politica dell’ambito medico-sanitario e con essa una riconduzione della salute a fatto sociale; una consapevolezza delle responsabilità del capitalismo avanzato e dei suoi dispositivi di controllo e assoggettamento. A ciò si sommò una nuova impostazione del rapporto tra medico e paziente, nonché l’opzione per un’organizzazione sanitaria periferica e decentrata, per una sua gestione diretta e partecipata, per la centralità del momento preventivo (e qualitativo) su quello curativo (e quantitativo) dell’intervento sanitario. Da ultimo si rinvia a C. Giorgi, https://www.centroriformastato.it/la-sanita-da-riscoprire-le-radici-politiche-del-servizio-sanitario-nazionale-1/; http://lantivirus.org/la-salute-in-tempi-di-emergenza-e-in-tempi-di-normalita/

[16] Così A. Del Re, Alcuni appunti sulla riproduzione sociale, in “Euronomade”, 21 gennaio 2016. http://www.euronomade.info/?p=6574

[17] Sull’esperienza del primo consultorio autogestito e femminista di Padova, si rinvia a B. Mura, I consultori familiari, in A. Del Re e L. Perini (a cura di), Gender politics in Italia e in Europa, Padova, Padova University Press, 2014.

[18] Cfr. F. Rotelli., L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010, Merano, Edizioni Alphabeta, 2015. Per una ricostruzione storica complessiva della psichiatria radicale si rinvia da ultimo a J. Foot, La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Milano, Feltrinelli, 2014.

[19] F. Rotelli, O. De Leonardis, D. Mauri, citati in C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune, op. cit, p. 82.

[20] S. Mezzadra, B. Neilson, Potere, op. cit., p. 109.

[21] P. Ramas, Presentazione, in L’istituzione inventata, “Euronomade”, 7 dicembre, 2015. http://www.euronomade.info/?p=6266

[22] A. Amendola, Costituzioni precarie, Roma, Manifestolibri, p. 72.

[23] In questo senso R. Pompili, Marea. Il divenire-donna della lotta di classe, in “EuroNomade”, 3 dicembre 2016. http://www.euronomade.info/?p=8434

[24] Il piano è stato adottato con una delibera del Consiglio dei Ministri, previa intesa con Conferenza unificata Stato-Regioni.

[25] L’accento sulle limitazioni alla rendita fondiaria è posto da D. Kennedy, The Limited Equity Coop as a Vehicle of Affordable Housing in a Race and Class Divided Society, “Howard Law Journal”, 46, p. 85 ss., che analizza altresì i possibili effetti di cross-subsidy all’interno di questo particolare tipo di CLT. In Italia il fenomeno è studiato solo di recente: cfr. A. Vercellone, Il Community Land Trust. Autonomia privata, conformazione della proprietà, distribuzione della rendita urbana, Milano, Giuffrè Francis Lefebvre, 2020; S. Zolea, L’enfiteusi dal mondo rurale alle politiche abitative urbane. Note comparatistiche sulle esperienze francesi e italiane, in “Riv.crit.dir.priv”., 2019, p. 369 ss.

[26] Cfr. É. Balibar, L’Europa è in crisi, o si reinventa solidale o esplode, Il Manifesto, 26 aprile 2020.

[27] Lo chiarisce bene Roberta Pompili anche a proposito di alcune esperienze regionali di governo dell’attuale emergenza sanitaria. R. Pompili, Le infrastrutture della salute, in “EuroNomade”, 23 aprile 2020. http://www.euronomade.info/?p=13328.

[28] Così e guardando ad alcune significative esperienze e tradizioni di un «dualismo del biopotere», A. Toscano, La peste e lo stato in “Micromega – Il rasoio di Occam”, 20 aprile 2020. http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/04/20/la-peste-e-lo-stato/

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