di GIROLAMO DE MICHELE.

Trainspotting: hobby che consiste nel collezionare il numero delle locomotive e dei treni che si vedono passare.

Il 29 settembre scorso, al Conservative Party di Birmingham, il Cancelliere dello Scacchiere britannico George Osborne ha annunciato £ 3.2 milioni di tagli al welfare per 10 milioni di famiglie, rifiutando al tempo stesso di colpire i redditi più alti (che votano Tory), e di esentare dai tagli già decisi i pensionati (che non votano Toy). Normale macelleria sociale – A freeze bombshell, titola la stampa britannica –, se non fosse per la chiusa retorica, una chiamata alle armi che gli è valsa l’applauso a scena aperta dalla platea (nella quale si distingueva un entusiastico David Cameron, che si chiede se Osborne sarà il “Gordon Brown Tory”):

«Choose jobs. Choose enterprise. Choose security. Choose prosperity. Choose investment. Choose fairness. Choose freedom. Choose David Cameron. Choose the Conservatives. Choose the future».

Ricorda qualcosa, vero?
È il monologo iniziale di Traispotting (il film).

«Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television. Choose washing machines, cars, compact disc players and electrical tin openers. Choose good health, low cholesterol, and dental insurance. Choose fixed interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisurewear and matching luggage. Choose a three-piece suit on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who the fuck you are on a Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing, spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pissing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked up brats you spawned to replace yourselves. Choose your future. Choose life…»1.

A dirla tutta, Renton concludeva: «But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life. I chose something else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin?»2

Irvine Welsh, l’autore di Trainspotting (il romanzo) l’ha presa bene, tutto sommato: da un iniziale “George Osborne is a fucking twat [G.O.è un fottuto coglione]” è passato a un più ragionevole “Obviously not impressed by Osborne’s Trainspotting refs, but there are bigger reasons to detest that twat than him ripping off a poxy book [Non che sia stupito dal riferimento di Osborne a Traispotting, ma ci sono ben altre ragioni per detestare ‘sto coglione che il suo rubare citazioni da un libretto]”, non senza un arguto tweet: “Would rather have Fred and Rose West quote my characters on childcare than that cunt Osborne quote them on choice” – un po’ come dire che avrebbe preferito che Olindo e Rosa Romano avessero citato i suoi personaggi nella stesura del regolamento condominiale.

Irvine-Welsh-Tweet

È probabile che tra le ragioni per “detestare quel coglione di Osborne” ci fosse l’entusiasmo dei Tory per l’esito del referendum sull’indipendenza della Scozia, nel quale Welsh aveva sposato la causa della sinistra scozzese che vedeva nell’indipendenza un’occasione per liberare la Scozia – e, con un effetto domino, anche l’Inghilterra – dal dominio classista di «élite delle scuole pubbliche, l’aristocrazia, i banchieri d’investimento della City di Londra, i lobbisti del mondo degli affari, i guerrafondai imperialisti e la stampa apologetica e cospiratrice»3. Per Welsh lo slogan separatista “A better future” «significa destinare le risorse nazionali all’istruzione, alla sanità e agli alloggi – anziché dirottarle nei conti offshore dei super-ricchi o dissiparle in sordidi conflitti all’estero istigati dagli incapaci per l’arricchimento dei loro finanziatori. (Ecco che cosa intendono quando parlano di “peso sulla scena mondiale”)». «In ogni caso – aggiunge – sia che vinca sia che perda, ormai il genio è uscito dalla lampada, e di certo non svaniranno né il dibattito sollevato, né la consapevolezza dei cittadini che hanno da poco scoperto il proprio potere».
Sono parole che non stupiscono il lettore del narratore post-punk scozzese che ha raccontato lo squallore dei ghetti di Edimburgo con un sano odio per la middle class e i suoi campioni – a partire da quel Tony Blair descritto come un cinico fighetto borghese quando era ancora un giovane turco del labour scozzese (ma Veltroni, che nel 1996 si commuoveva evocando la simultanea vittoria elettorale di Prodi e Blair, aveva altre letture).

Ma che dire di George Osborne?
È l’inconscio, baby, e tu non puoi farci niente – certo… Ma l’inconscio, come ci hanno spiegato Deleuze e Guattari, è meno un deposito sotterraneo, una cattiva coscienza che nasconde i peccati di gioventù, che una macchina che procede per montaggi sempre parziali. Perché, dunque, l’inconscio macchinico di Osborne ha montato una reminiscenza di Traispotting con l’estorsione della ricchezza sociale prodotta da una working class sempre più sub-precarizzata (soprattutto in Scozia)? Che nesso c’è tra il capitale estrattivo nell’epoca della crisi globale, e l’estrazione di una citazione dal romanzo d’esordio di Welsh?

osborn(e)2Soffermiamoci un momento sulla fisiognomica del giovano Osborne, e incrociamola col suo albero genealogico. George Gideon Oliver Osborne discende dalla baronia anglo-irlandese degli Osborne di Ballentaylor and Ballylemon: quattro secoli scarsi di nobiltà, e una discreta capacità imprenditoriale (l’azienda paterna ha prodotto la carta da parati con cui Bill e Hillary Clinton hanno arredato la Casa Bianca). Il suo (di GGOO) volto non sfigurerebbe nella galleria di personaggi di un film tipo The Skulls: in una torbida storia di giovani rampolli della futura classe dirigente dediti a notturne perversioni elitarie. Ma a ben guardarlo, GGO Osborne ricorda in modo sorprendente un’altra Osborn Family, della quale sembra essere il figlio minore che riesce laddove il maggiore ha fallito: quella di papà Norman, industriale megalomane privo di scrupoli, ma con aspirazioni monopolistiche (le nom du Père), e del suo figliolo Harry, che attraverso un’assunzione incontrollata di allucinogeni ha interiorizzato la follia allucinatoria del padre (les non dupes errent). Si, avete capito bene: stiamo parlando delle prime incarnazioni del Green Goblin, il più malvagio dei villain di Spider Man.

Frantumazione del montaggio di ritagli di realtà e sua sostituzione con la macchina paranoica del significante dispotico, che pretende la riduzione della vita, del bios alla macchina astratta della propria allucinazione: non è forse il terreno comune tra la paranoia del super-villain mascherato da folletto verde (colore che, si ricorderà, nell’inconscio americano fa segno al dollaro) e l’inconscio macchinico del capitale finanziario, sul quale si gioca quel tentativo sempre fallito di una saldatura tra il despota (che cerca di totalizzare il significabile e il conoscibile entro le maglie della totalità sociale esistente) e il tecnocrate (che pretende di accordare i rapporti sociali al ritmo delle acquisizioni tecniche) che ha per nome “biopotere”?
Se l’operaio fordista aveva uno straccio di tempo di vita esterno alla miseria del ritmo tayloristico del lavoro, da riempire con gli scampoli di riappropriazione della ricchezza prodotta sotto forma di welfare, nell’epoca post-fordista della finanziarizzazione l’intera vita è messa al lavoro: tanto il corpo quanto l’intelletto, tanto l’individualità quanto la capacità di costruire relazioni sociali sono messi a valore. Quale migliore metafora, allora, della vita del tossico che ci si mostra nelle narrazioni di Welsh e Boyle? «L’eroina è un lavoro a tempo pieno», afferma l’io-narrante Renton: una forma potente di razionalizzazione della percezione di insensatezza e impotenza sotto un significante dispotico univoco, una sorta di grande Altro lacaniano che occupa e sovradetermina l’intero campo dell’immaginario e lo ristruttura ogni volta che il reale irrompe a scompaginarne la struttura:

«La nostra sola risposta fu di continuare a mandare tutto a farsi fottere, accumulare miseria su miseria, ammucchiarla in un cucchiaio e dissolverla con una goccia di bile, poi spararla in una schifa di vena purulenta e ricominciare daccapo. Andare avanti alzarsi uscire rapinare rubare fottere la gente spingendoci impazienti verso il giorno in cui tutto sarebbe andato storto. Perché non importa quanta roba rimedi o quanto rubi: non ne hai mai abbastanza. Non importa quante volte esci per rubare o inculare la gente: hai sempre bisogno di ricominciare».

Sostituite l’eroina col denaro, il tossico col brocker, la perversione della capacità di relazionarsi nel comune che caratterizza i personaggi di Welsh con il bellum omnium contra omnes del mercato globale, e vedrete che i conti torneranno: non a caso, nel sequel di Trainspotting (Porno), il tossico tornerà sotto veste di imprenditore!
L’innesto del ricordo di una nascosta trasgressione – poco importa se di una visione o un’esperienza – nella macchina astratta della lingua di Osborne (GGO) non ha dunque nulla di misterioso o inspiegabile. Ma, come sempre nelle illusioni del tecno-despota ubriaco di (bio)potere, sir GGOO dimentica ciò che non vuol ricordare: il senso ultimo del choose-mantra. Renton, col tradimento degli amici, ha “scelto la vita”. Una vita in cui alla merce perfetta dell’eroina (perfetta perché il consumo della merce acquistata è al tempo stesso l’acquisto del consumatore da parte della merce stessa) si sostituisce la serie illimitata degli oggetti parziali, delle merci da acquistare per assumere lo status sociale richiesto: la dissoluzione immediata del valore d’uso (lo sballo) nell’astrazione del valore di scambio (la nuova dose), che svela la vera natura dell’eroina, è rimpiazzata dall’illusione di permanenza nel consumo del valore d’uso della merce acquistata, che scivola con andamento lento o sincopato (a seconda delle esigenze del mercato) nel desiderio di un nuovo gadget da acquistare.

Questo è il mondo in cui viviamo: una collezione di scatole vuote prive di senso – poco importa se siano le merci con cui riempire il vuoto dell’esistenza, o le esistenze vuote accatastate l’una sull’altra a creare un vuoto ancora più grande, i vagoni dei treni che si guardano passare o le iperboliche promesse del giovane ed elegante politico (non importa se british o fiorentino), ciascuna delle quali ha come unico fine quello di far dimenticare la precedente. L’unico senso di tutto questo è la morte, l’unica cosa da determinare è chi morirà, l’unica decisione da prendere è se accettare la morte differita giorno dopo giorno, o infliggerla a un mondo che non merita di durare un giorno di più:

«La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai»4.

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  1. «Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita»: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=rkyrzulS-t0">qui</a>. 

  2. «Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?». 

  3. Irvine Welsh, <em>Il sì è per la democrazia un primo passo per spazzare il potere corrotto delle élite</em>, “Repubblica”, 8 sett. 2014, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/09/08/il-si-e-per-la-democrazia-un-primo-passo-per-spazzare-il-potere-corrotto-delle-elite14.html?ref=search">qui</a>. 

  4. «The truth is that I’m a bad person. But, that’s gonna change — I’m going to change. This is the last of that sort of thing. Now I’m cleaning up and I’m moving on, going straight and choosing life. I’m looking forward to it already. I’m gonna be just like you.The job, the family, the fucking big television. The washing machine, the car, the compact disc and electric tin opener, good health, low cholesterol, dental insurance, mortgage, starter home, leisure wear, luggage, three piece suite, DIY, game shows, junk food, children, walks in the park, nine to five, good at golf, washing the car, choice of sweaters, family Christmas, indexed pension, tax exemption clearing gutters, getting by, looking ahead, the day you die».