di MARTINA TAZZIOLI.

 

 

 

17 dicembre, isola di Lampedusa: 250 eritrei, tra cui donne e bambini, detenuti da quarantacinque giorni sull’isola “rei” di non aver accettato di dare le proprie impronte, urlano all’unisono “no fingerprints, out of the camp” sfilando nelle strade del paese1. A Lampedusa, infatti, a essere prigione è l’isola stessa, dove la maggioranza dei migranti detenuti nell’ hotspot restano per ben più delle 72 ore previste per legge, soprattutto coloro che si rifiutano di lasciare le proprie tracce biometriche in Eurodac. il database europeo che decide in quale stato UE il singolo migrante può chiedere asilo. La doppia trappola spaziale del “sistema hotspot”, presentato per la prima volta nella European Agenda on Migration nel mese di maggio, si concretizza in una strategia di contenimento a sud: chi non lascia le impronte non va via dall’isola, chi lascia le impronte sarà comunque costretto a chiedere asilo in Italia. Tutto questo secondo una logica dell’invisibilizzazione opposta a quello dello “spettacolo del confine” esercitata prima dell’inizio di Mare Nostrum e che aveva Lampedusa come palcoscenico centrale. Adesso ciò che accade sull’isola e dentro l’hotspot resta affare per gli occhi dei pochi addetti ai lavori: le pratiche di smistamento, selezione e identificazione devono avvenire senza la luce dei riflettori.

In realtà la detenzione negli spazi-frontiera ai confini dell’Europa si trasforma spesso in un meccanismo di illegalizzazione, in un allontanamento ed esclusione dai canali dell’asilo senza espulsione effettiva dal territorio. Un foglio di via” – il “decreto dei 7 giorni”  – che intima ai migranti di lasciare l’Italia entro una settimana dall’aeroporto di Fiumicino con i propri mezzi, e che di fatto significa esclusione preventiva dal sistema dell’asilo e immediata clandestinizzazione. Espulsione dall’asilo, e detenzione, contenimento a sud: attorno a queste tattiche di imbrigliamento della mobilità sembra essersi ristrutturato dopo l’avvio ufficiale del primo hotspot – quello di Lampedusa – il sistema italiano di prima accoglienza, o prima detenzione a seconda che a guardarlo siano gli operatori dei centri o i migranti che provano a proseguire il proprio viaggio verso nord. Ed è sulla base delle nazionalità che si effettua essenzialmente la partizione tra coloro a cui viene concesso di fare domanda di asilo e coloro che, invece, vengono resi “deportabili” fin dall’inizio. E tuttavia, da qualche giorno anche alcuni eritrei, finora differenziati da tutti gli altri, hanno cominciato a ricevere fogli di via, in particolare coloro che non cedono alla richiesta delle impronte.

Anche lungo la rotta balcanica quello della nazionalità sembra essere il criterio su cui si è giocata la partizione che il sistema hotspot mette in atto, in questo caso non tra chi deve restare e i deportabili, ma tra chi può attraversare i confini e chi verrà bloccato. Eidomeini camp, al confine greco-macedone, è ormai diventato l’icona delle “partizioni di confine”, effettuate per lo più dai numerosi operatori Frontex dispiegati in Grecia, un hotspot nei fatti anche se non sulla carta: iracheni, siriani e afghani autorizzati a entrare, per gli altri la Macedonia chiude le porte.

In Grecia però, l’hotspot ufficiale si trova, come in Italia, sulle isole-prigione: Lesvos innanzitutto, l’isola su cui quest’estate sono stati registrati picchi di 25.000 migranti in un solo giorno, e dove i rifugiati in arrivo attendono anche dieci giorni prima di essere registrati e poter essere trasferiti sulla terra ferma. Italia e Grecia, che secondo i piani UE dovrebbero trasformarsi in frontiere di pre-selezione, con l’attivazione degli hotspots ancora in stand-by in alcuni centri italiani così come in quelli greci, funzionano in questo momento come spazi di illegalizzazione che rendono molti dei migranti e delle migranti che arrivano soggetti a deportazione.

Oltre a isole-frontiera di detenzione e partizione, in realtà è l’identificazione di chi arriva che preme in modo particolare alle autorità europee, soprattutto dopo gli attentati di Parigi che hanno sancito un ulteriore slittamento nelle politiche di produzione e gestione dei confini. Tutti i migranti che arrivano sono sospettati di esser potenziali foreign figthers o finti rifugiati; in particolare i siriani, prima modello del rifugiato genuino e adesso oggetto emergente di sospetto, all’indomani degli eventi di Parigi, quando una serie di falsi passaporti siriani sono stati improvvisamente trovati in vari luoghi d’Europa. La caccia al migrante-terrorista comincia ben prima dell’arrivo negli hotspots, sulle navi della missione Triton, dove operatori di Frontex compiono indagini prima ancora che i migranti abbiano toccato la terraferma.

Con l’avvio ufficiale dei primi hotspots, nel mese di settembre, attivisti, avvocati e organizzazioni non governative si sono interrogate sulla effettiva novità di questo sistema di identificazione e accoglienza-detentiva rispetto ai precedenti, chiedendosi in fondo di cosa “hotspot” fosse il nome.  Al tempo stesso, spazi di confinamento come Calais hanno cominciato sempre più ad assumere la funzione di luoghi di “tri”, partizione, e respingimento verso i paesi di primo arrivo, trasformandosi in un certo senso in hotspots di transito, situati più a nord sulla rotta verso l’ Inghilterra in modo da impedire gli attraversamenti oltre la Manica. Oltre alla trappola spaziale, il sistema hotspot produce una cattura temporale a velocità differenziali. Alcuni, come i 250 eritrei bloccati sull’isola per aver disobbedito alla legge delle impronte, restano settimane nei centri di accoglienza-detentiva prima di essere trasferiti in altre strutture o di ricevere il foglio di via; altri invece vengono celermente esclusi dai canali dell’asilo e illegalizzati “on the spot”, oppure dichiarati richiedenti asilo “genuini”. Difficile cogliere gli ingranaggi e i criteri attraverso cui questa macchina a più velocità produce continuamente soggetti deportabili; se non altro perché lungi da esservi una logica unica in atto, la presenza dell’agenzia europea Frontex all’interno degli hotspots e sulle banchine dei porti produce una partita di sorveglianza e contro-sorveglianza giocata dalle autorità nazionali da un lato, e dai controllori europei dall’altro. Gli opeatori di Frontex mobilitati ufficialmente in supporto della polizia nazionale, monitorano che quest’ultima non si allei con i migranti in fuga disertando al compito di prendere le impronte, anche con l’uso della forza, come l’ultima direttiva europea prevede. Gli attori dell’umanitario in tutto questo assicurano che la procedura di espulsione preventiva possa avvenire senza imprevisti: “se vuoi fare domanda di asilo” chiosa un operatore di UNHCR a Lampedusa a un ospite dell’hotspot, “devi attendere di essere trasferito in Sicilia, se non ti danno il foglio di via puoi depositare la richiesta”.

Da qualche mese, il Ministero dell’ Interno italiano ha confezionato un formulario destinato a tutti i migranti in arrivo sulle coste italiane, in cui viene chiesto alla persona perché ha deciso di venire in Italia: “for poverty”, “for family reunification”, “for working”, qualunque di queste caselle si decida di barrare si resta fuori in automatico dai canali della protezione internazionale. Non resta che la quarta casella, “for other reasons”, soggetta peraltro a interpretazioni arbitrarie da parte dell’ufficiale di polizia che in quel momento si trova davanti al migrante appena sbarcato. Il termine “guerra”, vale la pena rimarcare, non sussiste tra le ragioni soggettive che, secondo il Ministero, portano le persone ad attraversare il Mediterraneo. La guerra viene dunque omessa come realtà vissuta dalla maggioranza dei migranti che arrivano e resta soltanto come azione che gli stati europei perpetuano nei confronti dei cosiddetti “stati canaglia” e contro lo stato non-stato IS, da cui molti degli stessi richiedenti asilo fuggono.

E a barrare la casella giusta, o piuttosto quella che sancisce l’esclusione definitiva dalla procedura di asilo, non sono sempre i migranti. “Non abbiamo letto nessun documento, qui al centro; la polizia ci ha solo chiesto di firmare un foglio, scritto in inglese, e compilato da loro, ma non sappiamo cosa ci fosse scritto”. Tra i 250 eritrei in protesta a Lampedusa un piccolo gruppo si avvicina quando domandiamo che cosa ne sia del questionario con le quattro domande, ma nessuno di loro ha mai segnato alcuna casella, qualche ufficiale di polizia ha provveduto al loro posto. Solo una volta che verranno trasferiti con il traghetto a Porto Empedocle, se mai qualcuno di loro cederà a rilasciare le impronte, sapranno se verrano indirizzati in una struttura di accoglienza o all’aeroporto di Fiumicino. Nel mentre che i migranti “sostano” per alcune settimane nell’ hotspot di Lampedusa, o per alcune ore sulla banchina del porto di Pozzallo, gli operatori di Frontex ne approfittano per procedere a ciò che definiscono “debriefing activity”: interviste, anonimizzate, attraverso cui il migrante diventa fonte di estrazione di un sapere sulla logistica degli attraversamenti, sulle rotte e l’economia degli spostamenti, sui punti di transito fuori Europa, sulle reti di smugglers usate per arrivare. Da qui, verranno poi generati scenari futuri e mappe di rischio che indicano i prossimi spazi di governamentalità in cui intervenire, per deviare, bloccare, filtrare i migranti lungo il viaggio. Questi stessi dati poi verranno consegnati alle autorità italiane e incrociate con quelli sensibili di Europol, l’agenzia europea preposta alla “lotta al terrorismo e alla criminalità” che invece archivia dati individuali e produce profili di soggetti a rischio, come gli smugglers.

In fondo, per leggere il sistema hotspot oltre le mura dei centri di detenzione in cui materialmente si realizza, bisogna spostarsi oltre la sponda nord del Mediterraneo e osservare la trasformazione in corso, ormai da più di un anno, della “scena del salvataggio” messa in atto da Mare Nostrum, in uno spazio di contenimento: il mar Mediterraneo diventa il luogo in cui i migranti non devono essere lasciati arrivare, evitando che diventino vite naufraghe da salvare. Gli accordi bilaterali siglati a fine novembre tra UE e Turchia hanno sancito una tappa decisiva nella strategia del blocco alle pre-frontiere dell’Europa: da quella data quasi 4000 migranti sono stati arrestati e detenuti dalle autorità turche, in cambio dei tre milioni di euro donati dall’Unione europea. Sulla sponda sud invece, la prima operazione militare europea di guerra ai migranti, presentata come una guerra ai trafficanti provenienti dalla Libia,  – Eunavfor med – ha per ora sortito un effetto di deterrenza. Infatti, dopo la conclusione della prima fase di intelligence, nella seconda fase che prevede la “cattura” delle navi degli smugglers ma che non può spingersi in acque libiche a causa del mancato via libera delle autorità libiche, gli smugglers hanno cambiato tattica: come affermano gli stessi militari impegnati nella missione, per evitare di arrivare in acque internazionali ed essere arrestati, i “trafficanti” lasciano le imbarcazioni dei migranti a pochi chilometri dalle coste libiche, rendendo i viaggi ancor più pericolosi. “Se a Frontex interessa chi e quanti migranti attraversano i confini europei, a noi interessa chi ce li manda” dicono dal quartier generale della missione a Roma. In realtà, è la logistica degli attraversamenti che l’operazione vuole minare alla base, bloccando in Libia potenziali vite naufraghe da salvare. Se con Mare Nostrum il piano di una possibile critica si poneva rispetto all’articolazione tra militare e umanitario nelle operazioni di salvataggio, il sistema degli hotspots, sia dichiarati che informali, mostra che dei meccanismi di accoglienza-detentiva e di selezione si può parlare in questo momento senza mobilitare il pur contestato termine “umanitario”. I compiti polizieschi degli stessi attori dell’umanitario come UNHCR e la funzione di partizione ed illegalizzazione degli hotspots ridefiniscono la presa sulle vite dei e delle migranti attraverso isole-frontiera in tutta Europa.

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