di WANG HUI.

 

Wang Hui è uno dei più importanti intellettuali critici della Cina. Una figura di spicco della ” nuova sinistra cinese”. Il suo lavoro ha cercato di tracciare le condizioni intellettuali e politiche della Cina contemporanea. Contro la ristrutturazione neoliberale della Cina, e dei suoi propagandisti ufficiali, il lavoro di Wang ha continuato a impegnarsi per un progetto di ala sinistra il cui scopo è stato fare un bilancio della storia e delle conseguenze della modernità cinese. 

 

In questa intervista con la rivista “Foreign Theoretical Trends”, pubblicata originariamente in cinese e inclusa come appendice nel saggio “China ‘s Twentieth Century”, di recente pubblicazione, Wang disserta sulle linee di sviluppo in Cina e in tutto il Sud del mondo, sul patrimonio intellettuale e politico del maoismo, e sulle speranze di un nuovo movimento anti – capitalistica a livello globale.

 

Le tendenze teoriche estere (di seguito, “Tendenze”): L’attuale dura crisi del capitalismo globale costituisce un punto di svolta storico per la Cina e il mondo. Quali cambiamenti pensa che ciò porterà nell’ordine internazionale? Per quanto riguarda le opzioni della Cina nel nuovo ordine mondiale, alcuni pensano che, poiché la scala della produzione manifatturiera cinese continua a crescere, proseguendo su questa strada la Cina potrà entrare nel club degli stati capitalisti sviluppati. Altri pensano che, a causa delle contraddizioni sia in Cina che a livello globale, la Cina non può assolutamente da sola infilarsi nel club e potrebbe invece imbattersi in una grande crisi. Pertanto, questa parte pensa che la cosa migliore per la Cina sia ad aderire alla “Teoria dei Tre Mondi” del 1970 e promuovere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Che tipo di strategia internazionale pensa che la Cina dovrebbe adottare in seguito alla crisi finanziaria globale? Quali tipi di risorse teoriche vecchie e nuove dovremmo combinare per trovare una nuova possibilità e una nuova direzione nei rapporti della Cina con il mondo?

 

Wang Hui: Le sue domande sono centrate sulla “Cina” piuttosto che sulle diverse regioni e classi e sulle loro relazioni in Cina. Esiste una relazione tra le due prospettive, ma porre la questione come fa lei da per scontata la possibilità per la Cina di perseguire uno sviluppo autonomo, o presume che la questione ruoti intorno al come la Cina possa perseguire uno sviluppo autonomo. Le istituzioni finanziarie cinesi e le istituzioni del mercato hanno incontrato gravi difficoltà, che ci costringono a ripensare il modello di sviluppo attuale. Il ripensamento di questo modello di sviluppo è iniziato qualche tempo fa, ma non ha portato buoni frutti. Il problema non è il livello intellettuale, piuttosto l’intreccio di interessi è tale che non vi è alcun modo per spostare questo ripensamento sul piano della politica pubblica. Alcuni hanno proposto un’ulteriore globalizzazione, mercatizzazione e privatizzazione; altri hanno proposto il socialismo democratico. A mio avviso, la questione critica fondamentale è se oggi non possa esserci una riforma in senso socialista, e se è possibile muoversi in questa direzione. Se il punto è la direzione piuttosto che un semplice adeguamento tecnico, allora la questione emergerà da quali tipi di esperienze e pratiche possono essere mobilitate per la creazione di un nuovo modello di sviluppo.

 

 

Ma questa questione non riguarda solo la Cina. Per esempio, molte persone criticano il movimento Occupy Wall Street per la mancanza di un programma concreto, ma ciò dimostra proprio che questo movimento sta cercando di affrontare le questioni fondamentali della direzione piuttosto che semplici questioni di tattica. Il movimento riconosce che i problemi di oggi sono sistemici, che non si tratta di singoli problemi che possono essere risolti attraverso adeguamenti tecnici. Il movimento afferma che siamo diventati il 99% in lotta contro l’1%; ha portato avanti la questione del rapporto tra noi e i nostri avversari, ha proposto un fronte unito e delineato una strategia politica. Questo non è certamente dire che il movimento può ottenere rapidamente risultati, in primo luogo perché se una società ha creato un sistema in cui c’è un 99% contro l’1%, cambiare il sistema implicherebbe necessariamente una rivoluzione; in secondo luogo, pur volendo prendere in considerazione la rivoluzione, dopo le trasformazioni che hanno avuto luogo alla fine del XX secolo, sono completamente cambiate le condizioni, le forme e le premesse della rivoluzione. In assenza di un lungo periodo di accumulazione e con l’emergere di una nuova situazione, ottenere un cambiamento di base sarà estremamente difficile. Rispetto alle rivoluzioni del XIX e XX secolo, oggi viviamo in un periodo post-rivoluzionario. Come dovremmo analizzare la nostra situazione e quali azioni dovremmo considerare alla luce della crisi sistemica del presente? Si tratta di una domanda reale con cui molte persone stanno lottando. Nonostante ciò, questa è la prima volta dalla fine della guerra fredda che la questione è stata sollevata in questa forma e su tale scala. Anche se il movimento è in parte immaturo e preliminare, vale la pena rifletterci attraversandolo.

 

La transizione della forma di sviluppo della Cina è attualmente inquadrata in termini di “riqualificazione e aggiornamento” e di riconversione della produzione. Dalla primavera araba a Occupy Wall Street, molte persone – dalla prospettiva di aspirazioni politiche molto differenti – hanno predetto che si sarebbe verificata una situazione simile e addirittura ne hanno incoraggiato il verificarsi in Cina. Ma, purtroppo per queste persone, questa prevista “rivoluzione” in Cina non è ancora comparsa, mentre la street revolution è già diffusa in Euro-America. Perché? Non è perché in Cina non esistano contraddizioni sociali e conflitti, o perché non ci siano problemi con i modelli di sviluppo cinesi. Piuttosto è a causa di due motivi: in primo luogo, il fatto che la Cina è vasta e che le regioni si siano sviluppate in modo non uniforme ha ironicamente agito come un tampone nel contesto della crisi finanziaria. La disparità regionale, la disparità rurale-urbana, la disuguaglianza tra ricchi e poveri e così via, hanno tutte predisposto spazi di adattamento. In secondo luogo, la Cina ha vissuto effettivamente, nel corso degli ultimi dieci anni, in un costante processo di adeguamento/adattamento. Questo adeguamento risulta da una serie di pratiche sociali, tra cui manovre interne, lotta sociale, dibattito pubblico, cambiamenti politici, esperienze locali e così via. Gli esperimenti sociali e i dibattiti sulle diverse modalità di sviluppo continuano nella società cinese. Questo indica che vi è ancora la possibilità di auto-dirigersi, di una riforma autonoma. Ma dal momento che la situazione sta cambiando così rapidamente, se l’azione in questa direzione non ha presa immediata, questa possibilità potrebbe essere fugace e scomparire rapidamente. L’introduzione di qualcosa di simile a un “rivoluzione colorata” dal di fuori, a me pare possa indurre solo agitazione e difficilmente può produrre un risultato positivo.

 

Azioni risolute sono necessarie, ma senza una chiara visione socio-politica, la questione della direzione che i macro-cambiamenti dovrebbero intraprendere diventerà sempre più pressante. I dibattiti che circondano il “modello Chongqing” e il “modello Guangdong” sono andati al di là di questi specifici esperimenti e dei relativi dettagli tecnici. Anche i dibattiti sull’adeguamento tecnico sono saliti al livello politico. All’interno di questi dibattiti, l’interesse delle persone verso la teorizzazione e lo sviluppo di modelli di riforma completamente diversi non è radicato nel tentativo di esagerare il livello in cui essi possono essere implementati nelle attuali condizioni, piuttosto nella necessità di ristabilire consapevolmente gli obiettivi sociali che le riforme mirano a realizzare. Per quanto riguarda le strategie di sviluppo, obiettivi diversi condurranno alle lotte sociali. Se vogliamo analizzare le opzioni della Cina per il futuro, dobbiamo analizzare le contraddizioni primarie e secondarie che Cina deve affrontare oggi, gli aspetti primari e secondari di queste contraddizioni, le forme che queste contraddizioni assumono, in modi diversi, nei panorami nazionali e a livello internazionale, le dinamiche e le possibilità della loro trasformazione.

 

L’attuale rapporto tra le regioni, tra la città e la campagna, e la generalizzata ineguale distribuzione della ricchezza indicano che c’è ancora molto spazio per la riconversione della produzione e l’aggiornamento, e l’urbanizzazione e l’industrializzazione proseguiranno in un processo ancora relativamente lungo. Con la crisi finanziaria, una grande quantità di potenza (competenza) eccedente è apparsa nelle industrie produttive della Cina, e mentre i mercati internazionali si sono ristretti, è stato alimentato il mercato interno. Tutto sommato credo che il processo di industrializzazione non cesserà. Penso anche che la Cina sia in procinto di vivere un processo ascesa all’interno del sistema capitalistico mondiale, non solo nell’immediato presente, ma per i prossimi venti anni. Le crisi, le battute d’arresto e l’intensificazione delle contraddizioni sociali non hanno cambiato questa traiettoria all’interno del sistema, ma sono, piuttosto, i suoi effetti collaterali.

 

Quindi non sono d’accordo con la previsione per la quale la Cina collasserà. Credo che la Cina sia in procinto di crescere. Ma questo non è in accordo con la proposta sviluppista per la quale la crescita economica risolverà le contraddizioni sociali – sono convinto che il processo di ascesa della Cina comporterà l’intensificazione delle contraddizioni sociali. Anche se ci sono state discussioni rispetto alla sperimentazione di vari modelli di sviluppo e di alcune parziali trasformazioni politiche, la modalità di base dello sviluppo non cambierà. La massiccia transizione sociale provocata dall’urbanizzazione, lo sviluppo della produzione e dei conseguenti conflitti e contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda le relazioni regionali e rurali – le relazioni urbane – non decresceranno.

 

In breve, la Cina continuerà a crescere all’interno del sistema capitalistico mondiale, ma lo sviluppo economico non comporta che le contraddizioni spariranno da sole. La disparità sociale ci circonderà per lungo tempo. Il procedere dell’industrializzazione e della massiccia espansione delle aree urbane aumenterà la domanda di energia e di altre risorse, e questo comporterà anche l’acuirsi dei conflitti internazionali. In realtà, il rapporto fondamentale tra la crescita economica e l’accumulo di contraddizioni sociali è stato una caratteristica costante del capitalismo. Il periodo del rapido sviluppo del capitalismo nel XIX secolo e nella prima metà del XX secolo è stato proprio un momento di feroce lotta di classe in Europa, il tempo dei più gravi conflitti internazionali.

 

 

Abbiamo bisogno di studiare le caratteristiche del conflitto sociale, rispettivamente durante i periodi di ascesa e di declino, e la differenza tra la Cina e le altre economie emergenti e dei paesi euro-americani rispetto alle traiettorie di cambiamento. Il conflitto sociale in Cina può intensificarsi, non perché il paese è sul punto di crollare, ma perché si sta spostando verso l’alto nel sistema mondiale. L’acuirsi del conflitto sociale è proprio il risultato di questo processo.

 

Questo è stato il mio punto di vista per qualche tempo. Più di un decennio fa, ho cominciato ad assumere questa visione, quando qualcuno sollevò l’argomento che la Cina sarebbe crollata nel breve futuro. Perché la Cina è in crescita, ed anche se ci possono essere cambiamenti in alcune zone, la sua modalità base di sviluppo non cambierà, e quindi è inevitabile che le contraddizioni sociali e di classe si intensificheranno. Se vogliamo cambiare questa situazione, quindi, abbiamo bisogno di discutere la questione di come cambiare la modalità di sviluppo. Senza un cambiamento di orientamento, la situazione attuale non può cambiare. Quando si parla di sviluppo economico, alcune persone dicono che io sono ottimista; quando si parla di conflitti sociali e delle contraddizioni, alcune persone dicono che io sono pessimista. Ma in realtà, non ha senso impiegare “ottimismo” e “pessimismo” in questo modo. Il cosiddetto “ottimismo” potrebbe diventare “pessimismo” e viceversa. Il capitale è potente e le relazioni tra i diversi interessi sono impigliate in una rete complessa. Pur segnalando che le crisi sono insite in questo modello, senza l’emergere di una nuova situazione, il cambiamento nella struttura è ancora abbastanza lontano.

 

D’altra parte, il capitalismo globale è caratterizzato da uno sviluppo irregolare, che attribuisce alla crescita di alcune regioni un significato speciale. Ad esempio, lo sviluppo in Cina, India, Brasile e in alcuni paesi africani ha alterato l’iniquità delle relazioni nel sistema internazionale e la riduzione dello statuto egemonico dell’Europa e degli Stati Uniti. Alcuni Paesi in Africa e America Latina hanno accolto nel complesso e fino ad oggi, piuttosto con favore il nuovo ruolo svolto dalla Cina proprio perché l’ascesa della Cina ha destabilizzato la vecchia struttura egemonica. Con la stessa logica, lo sviluppo delle regioni periferiche all’interno della Cina facilita relazioni più eque tra campagna e città e tra regioni. La sfida, lo stimolo attuale è che lo sviluppo delle regioni periferiche abbia una stretta relazione con la riconversione della produzione. Ma mentre tutto ciò cambia la vecchia iniqua struttura sviluppo, altrettanto non rende necessario un cambiamento nella modalità di sviluppo.

 

 

Mao Zedong afferrò le caratteristiche dell’imperialismo del XX secolo. La contraddizione tra il Primo e il Terzo Mondo era aumentata al punto da diventare la contraddizione principale, e la divisione internazionale del lavoro aveva portato a un cambiamento nella natura della classe a livello internazionale. Con la divisione internazionale del lavoro, la disparità tra le classi e all’interno della società cinese nel suo complesso è peggiorata. Ma queste disparità sono il prodotto della divisione internazionale del lavoro e, come tali, sono aspetti di più grandi contraddizioni sistemiche. L’iniquo sviluppo su scala internazionale e nazionale, richiede che analizziamo attentamente le principali contraddizioni e la loro trasformazione.

 

Poco tempo fa, mentre mi preparavo per una discussione sui cambiamenti politici in Cina dopo la rivoluzione del 1911, ho riletto  un articolo di Mao Zedong del 1926 sulla questione contadina ed un suo  articolo del 1936 sulla guerra anti-giapponese, e ho trovato che ci fosse una differenza importante tra i due. Nel 1920, la visione dominante era che il significato di una guerra tra stati andasse ben oltre – adombrando la portata di una guerra civile interna – la lotta di classe. Oggi alcune persone continuano a mantenere questo punto di vista nazionalista. Mao Zedong non fu d’accordo con questo e pensò che, come la prima guerra mondiale ha dimostrato, la guerra tra stati impallidì nella comparazione con la portata delle lotte nazionali interne. La Rivoluzione d’Ottobre è stata il miglior esempio a dimostrazione di come le lotte interne potevano determinare eventi internazionali. Mao quindi ha sottolineato l’importanza della lotta di classe, quando era impegnato nel movimento contadino nel 1926. Nel 1930, nel bel mezzo di una situazione globale in cui l’invasione totale della Cina da parte del Giappone era imminente e la minaccia del fascismo internazionale molto più grave, il punto di vista di Mao è cambiato. Egli arrivò a credere che la contraddizione si era spostata dalla lotta di classe ai conflitti tra le nazioni, e che quindi il partito comunista avrebbe dovuto impegnarsi non solo nella lotta di classe, ma anche nella costruzione di un fronte unito. Pertanto, a livello nazionale, la borghesia nazionale e la classe padronale sarebbero dovute essere incluse nel fronte unito. A livello internazionale, anche i paesi capitalisti impegnati nella lotta contro il fascismo sarebbero dovuti essere inclusi nel fronte unito. Mao non rinunciò a un’analisi di classe ma pensò che la contraddizione principale aveva subito un importante cambiamento in quelle particolari condizioni storiche.

 

Questa analisi strategica non vale per sé, ma la metodologia che è ancora utile per spiegare l’ascesa dell’economia cinese. Gli intellettuali cinesi, sia di sinistra che di destra, non hanno spiegato con successo questo problema. Lei ha posto la questione del se la Cina potrebbe spingere la sua strada verso club dei paesi sviluppati seguendo il vecchio percorso di sviluppo. Questa non è una domanda facile a cui rispondere. In primo luogo, il club dei paesi a capitalismo avanzato si fonda sul rapporto impari tra il Nord e il Sud del mondo. Perché la Cina, che ha sofferto a lungo sotto l’oppressione del colonialismo e dell’imperialismo e che per un certo tempo ha attraversato un percorso socialista, dovrebbe volersi spingersi nel club della classe dirigente globale? Questo non dovrebbe essere l’obiettivo dello sviluppo della Cina. Invece, lo sviluppo della Cina dovrebbe creare l’opportunità di cambiare il rapporto impari tra il Nord e il Sud.

 

Inoltre, il club dei paesi capitalisti sviluppati è un club economico, ma anche un club politico. Per entrare in questo club, c’è un “test politico”.

 

Il sistema politico in Russia ha già subito una trasformazione secondo il modello occidentale, ma deve ancora superare gli standard occidentali e, quindi, non è stato in grado di entrare nel club. La Cina è diversa dall’Occidente con riguardo al sistema politico e sociale, ed è anche un paese asiatico. Nessun paese occidentale pensa davvero che la Cina potrebbe essere un membro del loro club. In secondo luogo, se la Cina può entrare nel club dipende non solo dalla situazione cinese, ma anche sulla situazione internazionale. Durante l’ ”International North South Media Forum” di Ginevra (che si è tenuto dal 10 al 14 ottobre 2011), l’economista indiano Gopalan Balachandran ha sostenuto che la scala di sviluppo economico dei paesi BRICS è molto più piccola rispetto a quella dei paesi sviluppati. L’Occidente, però, ha cominciato a ingigantire notevolmente l’importanza delle economie BRICS, con l’obiettivo di sottrarsi agli obblighi internazionali che i paesi occidentali dovrebbero sopportare. Mentre la globalizzazione ha cambiato la precedente struttura del mondo in un modo tale che la “Teoria dei Tre Mondi” non è più del tutto adeguata, la lotta tra i paesi del Primo Mondo e del Terzo Mondo o tra Nord e Sud è ancora la principale contraddizione, quando si tratta di questioni di cambiamento climatico, del problema energetico e di altri negoziati in materia di obblighi internazionali.

 

Certamente, a differenza di prima, questa grande contraddizione, si sviluppa intorno al problema di come cambiare la modalità di sviluppo a livello globale. La crisi della disuguaglianza nel mondo di oggi ha le sue radici nel rapporto Nord-Sud e nella disuguaglianza strutturale insita in quel rapporto. Non ci sono molti dubbi sul fatto che la Cina diventerà la più grande economia del mondo entro i prossimi venti o trenta anni, ma dobbiamo prendere seriamente in considerazione le implicazioni di questo. Ci sono stati grandi cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura economica globale. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno la più grande economia, ma è un paese debitore. La Cina è povera, ma è un paese creditore. Anche se l’economia cinese diventa più grande, i cambiamenti strutturali più larghi connessi con questo cambiamento potrebbero non essere del tutto vantaggiosi per la Cina.

 

L’International North South Media Forum che si è tenuto quest’anno al Palazzo delle Convenzioni di Ginevra si è focalizzato sui paesi BRICS. Il primo giorno si è concentrato sulla Cina, il secondo sul Brasile, il terzo sull’India e il quarto su Russia e Sud Africa (ho partecipato durante i primi tre giorni). Ogni paese è stato collegato ad un tema in base a questa sequenza. Il tema per la Cina è stato “fabbrica del mondo”, il tema per il Brasile era “paniere alimentare del mondo” e il tema per l’India è stato “ufficio del mondo”. Questi temi descrivono una nuova tendenza nella divisione globale del lavoro, e l’industrializzazione della Cina in realtà si adatta ad essa in questo trend. A differenza di altri paesi in ritardo di sviluppo, la Cina non ha mai sperimentato una completa colonizzazione, ha una lunga tradizione agraria e ha esperienze di sviluppo autonomo nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. La sua struttura economica è molto più diversificata rispetto a quella di molti paesi in via di sviluppo. Dopo l’indipendenza, molte ex colonie hanno ancora un’economia di base specializzata in un singolo prodotto, per esempio il caffè, lo zucchero o l’olio. Alcuni paesi hanno avuto sin dall’origine un’economia più diversificata, ma sono cresciuti specializzandosi con una velocità superiore a quella del periodo coloniale; il Brasile e l’Argentina, per esempio, sono diventati esportatori agricoli in un brevissimo periodo di tempo. La loro agricoltura è controllata da aziende monopolistiche produttrici di sementi ed è diventata parte della divisione globale del lavoro e assoggettata al mercato globale. L’economia cinese è relativamente diversa e un po’ più stabile e quindi non crollerebbe immediatamente durante una crisi del mercato globale. Ma l’appellativo “fabbrica del mondo” indica una tendenza che non è necessariamente vantaggiosa per la Cina.

 

L’industrializzazione è necessaria. Ma se questa industrializzazione è collegata alla nuova divisione globale del lavoro, la Cina sosterrà un costo maggiore rispetto alla industrializzazione tradizionale in termini di esaurimento delle risorse energetiche, di sfruttamento della manodopera a basso costo, di danni per l’ambiente e di perdita di protezioni del lavoro.

 

In Occidente, molte persone ricomprendono il consumo cinese di energia, i problemi ambientali, i problemi con i lavoratori migranti e lo sfruttamento di manodopera a basso costo, nel contesto dei diritti umani e di altri protocolli internazionali, ma non hanno mai sondato il rapporto tra questi temi e la ricollocazione internazionale della produzione.

Il rapporto che esiste tra la trasformazione della Cina come fabbrica del mondo e la deindustrializzazione dell’Occidente dovrebbe essere ovvio. Il cambiamento climatico, la questione energetica, la manodopera a basso costo e anche i meccanismi di oppressione dello stato sono tutti aspetti essenziali della nuova divisione internazionale del lavoro. La ricollocazione globale dell’industria comporta anche la ricollocazione delle contraddizioni sociali nei paesi in via di sviluppo.

 

Lo spostamento internazionale del settore industriale e il cambiamento nei rapporti di classe internazionali sono anche molto importanti per spiegare i conflitti sociali in Cina. La lotta di classe in passato si è concentrata sulla relazione lavoro-capitale all’interno di ogni paese. Ma il capitale transnazionale è molto flessibile e gli stati sono diventati suoi agenti e comitati. La maggiore mobilità del capitale e la transnazionalizzazione della produzione hanno portato a questo cambiamento nella forma di una contraddizione tra capitale e lavoro. Il rapporto tra i due è fortemente modellato dagli sforzi degli Stati per attrarre capitali, e il conflitto tra di loro, in quanto tale, diventa un conflitto tra il lavoro e lo Stato. Ad esempio, i sindacati sono normalmente un prodotto delle relazioni capitale-lavoro. Ma in Cina, è diventata una questione tra il lavoro e lo Stato. All’interno delle condizioni del capitalismo globale, analizzare i conflitti sociali provocati dallo spostamento internazionale nelle relazioni di classe, comporta un nuovo esame dei meccanismi di repressione dello stato. Cioè, a differenza di prima, la repressione dello Stato è indissolubilmente legata ai cambiamenti nel settore industriale e alla nuova divisione internazionale del lavoro. C’è una continuità nelle forme di repressione dello stato, ma il suo contenuto ha subito un grande cambiamento. In queste circostanze, analizzare lo spazio della politica e la domanda di democrazia diventa un nuovo problema.

 

Torniamo alla questione della crescita economica e dell’accumulazione delle contraddizioni sociali. L’ascesa della Cina ha rafforzato la capacità dello Stato di controllare l’intensità dei conflitti sociali. La crescita della scala economica ha intriso l’intera società di misure di sicurezza che proseguiranno nell’attuale situazione, fornendo così un elemento di stabilità. Ma se la stabilità è sempre più legata alla crescita, ciò implica anche una logica pericolosa: una volta che l’economia smette di crescere o se dovesse verificarsi qualche nuova situazione, l’eruzione di una crisi politica diventerebbe inevitabile. A causa di questo, più la stabilità dello stato dipende dalla crescita, più è difficile cambiare il modello di crescita. In questo senso, credo che la questione di cui sopra, per ciò che concerne la direzione del cambiamento sociale in Cina, sia molto urgente.

 

Che tipo di strategia internazionale deve adottare la Cina nel contesto della crisi finanziaria internazionale? La mia opinione è che dovremmo cercare una strategia di sviluppo autonomo e rompere con la divisione del lavoro imposta dall’egemonia capitalistica. Senza l’autonomia, non ci può essere nessuna strategia. Ma ciò che costituisce “autonomia” in condizioni di globalizzazione è diventata una questione complicata da sciogliere. Produzione, consumo, lavoro sono stati tutti internazionalizzati. Il tipo di autonomia degli stati-nazione potrebbe ritagliarsi in condizioni di guerra fredda, il che non è più possibile. Pertanto, vi è la necessità di esplorare nuove forme di autonomia.

 

Una strategia internazionale implica metodi per mantenere i rapporti con gli Stati Uniti, l’Europa, l’America Latina e l’Africa, così come con i paesi vicini della Cina, e il mantenimento della capacità politica in un mondo dominato dal capitale. Le teorie della giustizia globale a partire da prospettive sociali democratiche e liberali sono piuttosto vacue e incapaci di fornire programmi sostanziali per l’azione. La teoria della dipendenza e la Teoria dei Tre Mondi hanno perso il loro potere esplicativo come metodi generali per l’analisi della situazione globale. Ad esempio, le relazioni Cina-Africa e il rapporto della Cina con i paesi del sud-est asiatico non possono più essere spiegati nel quadro della Conferenza di Bandung. La teoria dei tre mondi di Mao Zedong è stata formulata durante la guerra fredda. Solo con l’opposizione di due grandi campi ci potrebbe essere una via di mezzo in cui i paesi non socialisti del Terzo Mondo potrebbero formare un fronte unito anti-imperialista e anti-egemonico con i paesi socialisti. Questa situazione non esiste più. Ma non dovremmo ignorare l’ispirazione che questa teoria può darci oggi.

 

Il cinismo politico e l’opportunismo possono portare solo alla perdita di autonomia. É nel rapporto tra Cina, paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo che la questione dell’autonomia è più evidente. L’indebolimento dell’autonomia ha portato alla mancanza di una strategia internazionale forte e flessibile della Cina. Negli ultimi trent’anni, l’Occidente è stato al centro di tutte le preoccupazioni, da parte dello Stato nel campo della conoscenza. A volte la conseguente prospettiva è stata pessimista, altre volte auto-ingigantita; a volte la Cina è definita come un caso disperato, ed altre si dice che sia in piena espansione. Dopo l’inizio del nuovo secolo, c’è stata più di un’aria di autocompiacimento, con affermazioni relative al fatto che la Cina è il un paese creditore e che, pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero il coraggio di farci del male.

 

Ora, con gli Stati Uniti che si stanno muovendo nel Mar Cinese Meridionale, i sostenitori di questo punto di vista hanno scoperto che la Cina non solo ha un conflitto di interessi con gli Stati Uniti, ma che ci sono anche tensioni nei suoi rapporti con i paesi vicini. L’opportunismo della Cina ed il fatto che si sia concentrata unicamente sui propri interessi, ha già prodotto una visione piuttosto critica nei confronti della Cina tra i vari paesi del Terzo Mondo. D’altra parte, il comportamento economico della Cina ha mantenuto l’influenza di alcune pratiche del periodo precedente. Ad esempio, a differenza sia di aziende occidentali che di aziende private in cerca di rapidi di profitti, le imprese cinesi statali in generale hanno una prospettiva a lungo termine e di solito sono benvenute in Africa e in America Latina. Non molto tempo fa un regista inglese ha prodotto il film documentario When China met Africa, sulle relazioni cinesi con lo Zambia. Ho avuto una discussione con il regista, e lui concordava sul fatto che le imprese cinesi statali sono disposte a investire nelle infrastrutture locali, cosa che è stata a lungo trascurata dall’Europa e dagli Stati Uniti, e che le aziende di Stato cinesi di solito hanno piani a lungo termine per i rientri. Questo è impossibile per i paesi occidentali e per le loro imprese. L’Occidente ha deciso già nel 1970 che investire in infrastrutture in queste aree non fosse fattibile perché i rischi sono troppo alti. In queste circostanze, il rapporto strategico che la Cina può forgiare con i paesi in via di sviluppo è una questione su cui vale la pena riflettere.

 

Tendenze: Prima della crisi internazionale, aveva già discusso in profondità sul come il capitalismo contemporaneo è soggetto a crisi – ad esempio, hai scritto circa le contraddizioni insite nella globalizzazione e nel neoliberalismo. Lei ha sottolineato, in particolare, che la tendenza alla depoliticizzazione creata all’interno di questi processi ha portato ad una crisi di uguaglianza sempre più elevata. C’è un nesso logico interno tra le crisi che aveva precedentemente discusso e le attuali crisi finanziarie, economiche ma anche politiche e sociali che il capitalismo affronta oggi?

 

Wang Hui: La globalizzazione neoliberista e la tendenza della Cina alla depoliticizzazione hanno un rapporto logico con le attuali crisi finanziarie e politiche del capitalismo. In primo luogo, in termini di dimensione economica, l’intero sistema capitalistico ha iniziato la sua svolta neoliberista alla fine del 1970, mentre la stessa tendenza ha cominciato ad apparire in Cina a metà degli anni 1980, in particolare dopo il lancio delle riforme urbane, si è approfondita dopo il 1989 ed è proseguita fino all’attuale crisi finanziaria globale. In secondo luogo, dal punto di vista della sfera politica, il neoliberismo ha portato ad un importante cambiamento di significato della politica e ha reso fatiscente la situazione politica precedente. Quasi senza eccezioni, la politica, sia nei paesi socialisti che nei sistemi democratici liberali, in particolare con riguardo al tipo di politiche che si concentrano sullo stato e sul partito, è in crisi. Nella sfera politica, queste crisi sono principalmente caratterizzate da un degrado della rappresentanza. A causa di questo, diversi sistemi fondati sui partiti politici stanno tutti vivendo crisi politiche.

 

 

Il vuoto di rappresentanza è ormai una caratteristica comune nella sfera politica. Il 18 novembre 2011, ho partecipato a un dialogo pubblico e ho dibattuto con il presidente del partito socialdemocratico tedesco, Sigmar Gabriel, presso la sede principale del partito. Ho fatto notare che, nonostante la grande differenza tra la Cina e i paesi europei rispetto ai sistemi politici, tutti questi paesi non solo si trovano ad affrontare la stessa crisi economica, ma si trovano anche di fronte a una crisi politica simile a causa di una rottura della capacità dei loro partiti politici di rappresentare il popolo. Il mio punto di vista di base è che dobbiamo cambiare il modo in cui si esamina la crisi delle istituzioni politiche di oggi.

 

Il precedente modello di analisi politica si fonda sulla contrapposizione tra due sistemi politici, cioè l’intesa con un sistema di premesse o con l’altro. Ma nel guardare le radici della crisi di legittimità (legittimazione), la situazione odierna non può essere diagnosticata in termini di differenza tra un sistema e l’altro. Una diagnosi deve essere condotta all’interno del contesto che i diversi sistemi politici si trovano ad affrontare, il problema condiviso di una rottura nella rappresentanza. Il fatto che la rottura del meccanismo della rappresentanza sia comune a tutti i sistemi politici non significa che la vecchia opposizione tra i due sistemi sociali sia scomparso, significa piuttosto che la trasformazione globale ha portato ad un cambiamento nel significato di questa opposizione. Alla sua radice, la crisi della rappresentanza è un prodotto del neoliberismo nella sfera politica, in quanto è una conseguenza della depoliticizzazione. Essa ha a che fare con il cambiamento fondamentale della struttura della politica nell’ambito del capitalismo nel suo complesso. Gabriel ha osservato che il mio collocare l’Europa e la Cina sulla stessa piattaforma critica ha sorpreso un sacco di gente, ma questa critica ha accennato alla crisi intellettuale e politica in Europa.

 

Tendenze: Il capitalismo sta affrontando una grave crisi, ma sembra che il movimento anticapitalista ha perso il suo senso dell’orientamento a partire dagli anni ‘70 e ‘80. Dopo i cambiamenti radicali in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, non vi è stato un lavoro teorico serio e completo su come trattare la storia del socialismo tradizionale, o sul modo di trattare il sistema democratico capitalista e il suo sistema di mercato. Come lei ha detto, il ruolo della teoria è estremamente importante. Tuttavia, sembra che le forze anticapitaliste, dal movimento contro la guerra in Iraq a Occupy Wall Street oggi, non conoscano ciò a cui si oppongono o contro cosa stanno lottando. Si trovano in una situazione in cui non credono più nel socialismo tradizionale e tuttavia la loro resistenza è debole e inefficace all’interno della democrazia capitalistica e del mercato. Lei ha riflettuto su queste grandi sfide teoriche che la sinistra ha affrontato. Come pensa che i movimenti anticapitalisti pussano sfuggire a questa situazione, e qual è l’alternativa?

 

Wang Hui: E ‘impossibile per il movimento anticapitalista cadere nel modello del socialismo tradizionale basato sullo stato-nazione come unità. Dovremmo avere una chiara comprensione di questo. Questa fase della globalizzazione, in particolare la transnazionalizzazione della produzione, ha creato la possibilità di ritornare alla più vecchia logica molto piccola dello stato. Lo stato è uno spazio in cui le lotte si sviluppano, e la questione dell’autonomia si manifesta a livello statale. Se si osserva la situazione dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente che soffrono di interferenze esterne, si può capire che il problema dello stato non è affatto irrilevante, contrariamente a quanto molti hanno sostenuto. É per questo che ho detto che abbiamo bisogno di esplorare la questione dell’autonomia nelle condizioni della globalizzazione.

 

Alcuni cambiamenti hanno di recente avuto luogo nel movimento anticapitalista. Il movimento Occupy Wall Street ha davvero sollevato la questione della natura sistemica della crisi, ma allo stesso tempo ha mostrato la debolezza della mancanza di una strategia efficace. Possiamo riassumere alcune caratteristiche: primo, dopo che una serie di movimenti volti a riformare il neoliberismo sono stati scoraggiati, un movimento di protesta che si oppone al sistema in quanto tale è emerso, un movimento che si è dimostrato essere globale e irregolare. La globalità si manifesta nel fatto che i movimenti sono apparsi in Medio Oriente, in Nord Africa, in America Latina, in Asia, negli Stati Uniti e in Europa. L’irregolarità si riferisce al fatto che questi movimenti sono correlati, ma sono diversi nella loro forma, riflettendo irregolarità nelle rispettive condizioni sociali, regionali ed economico-politico-culturali. Ad esempio, il movimento in Egitto ha avuto luogo in condizioni di alto tasso di disoccupazione causata dalla crisi globale finanziaria, di una povertà a lungo termine e su larga scala e di un alto grado di corruzione. Questi sono fenomeni diffusi e di lunga permanenza comuni a molte regioni. Ma a parte questi, il movimento egiziano ha mirato anche ad un sistema politico che implicava decenni di dittatura di polizia e l’ordine degli Stati Uniti e Israele, così come l’esistenza del movimento islamico. La sua natura antisistema è stata incentrata su questi aspetti. Nelle regioni musulmane, questo movimento antisistema ha stimolato o rilasciato un’energia religiosa, che, pur non essendo nuova forza politica, contiene la possibilità di diventare una nuova energia politica.

 

Il ritorno della religione nella sfera politica si trova non solo nel mondo arabo, ma pure in tutta l’Africa e l’Europa. Anche la Cina deve affrontare il problema complesso delle religioni, ma la principale contraddizione sociale è ancora economica e politica. Attraverso il suo lungo processo di rivoluzione e di costruzione, la Cina ha forgiato un sistema economico nazionale, relativamente indipendente e autonomo, e anche se, dopo le riforme volte all’apertura, il sistema è risultato nel suo divenire altamente globalizzato, la sua indipendenza relativa (e irregolarità interna) è ancora nettamente evidente. Pochi giorni fa, il movimento Occupy Wall Street ha mobilitato venti/trentamila persone per andare a piedi da New York a Washington, DC. Questo movimento sembra essere il tentativo di rendere esplicito il rapporto tra istituzioni economiche e politiche del capitalismo. La retorica dell’opposizione tra il 99% e l’1% implica anche un elemento di classe, ma ovviamente il vecchio modello dei movimenti di classe non è adatto ad analizzare questo movimento. La mia opinione è che abbiamo bisogno di sollevare una questione concettuale riguardante la direzione generale attraverso cui il movimento cerca di accompagnare la sua analisi del problema sistemico. Allo stesso tempo, dobbiamo prestare una seria attenzione all’irregolarità in tutto il mondo, tra le regioni e all’interno dei paesi.

 

La Cina è in fase di industrializzazione su larga scala e di urbanizzazione; le contraddizioni rurali-urbane e di classe rimangono caratteristiche molto importanti del panorama sociale ed economico della nazione. Per raggiungere veramente i “cinque coordinamenti” dobbiamo cambiare il modello di sviluppo, regolare la direzione della riforma e rafforzare la capacità della società e dello stato di plasmare una strategia di sviluppo per la Cina. Con l’urbanizzazione su larga scala collegata alla industrializzazione e con le relazioni rurali-urbane legate alla formazione della nuova classe operaia, è fondamentale considerare come la contraddizione rurale-urbano in condizioni di massiccia urbanizzazione può essere risolta. Come accennato prima, l’espansione della scala dell’economia cinese è collegata con la nuova divisione globale del lavoro. La sua profonda dipendenza dal consumo di energia e dalla manodopera a basso costo non può essere spiegata nel singolo contesto proprio della Cina, ma porterà senza dubbio ad un aumento dei conflitti interni. Se la posizione della Cina nella divisione globale del lavoro non cambia, i problemi del conflitto sociale e dell’assenza di uguaglianza non possono essere risolti alla base.

 

Come si può creare una strategia di sviluppo indipendente all’interno di un sistema globalizzato? Nelle condizioni del capitalismo globale e nella divisione globale del lavoro, non possiamo avere una strategia di svolta se dimentichiamo le condizioni specifiche relative a ciascuna società e il loro posizionamento internazionale. In “On Protracted War”, Mao afferma che la vittoria in guerra comporta tre situazioni: quella del nemico, quella di sé stessi e quella del campo. Qual è la situazione del nemico, qual è la nostra situazione e qual è la condizione oggettiva del campo di battaglia? Solo comprendendo le risposte a queste domande possiamo analizzare quale strategia dovrebbe essere adottata.

 

Da questo punto di vista, in primo luogo abbiamo dovuto analizzare il capitalismo finanziario e la nuova divisione globale del lavoro, e le relazioni internazionali, le relazioni regionali, le relazioni di classe e le relazioni sociali che sono prodotte dalla nuova divisione del lavoro. Parlando dei competitor, gli stati sviluppati sono in grado di reindustrializzare se stessi? Se sì, che cosa significa per noi? Se no, che tipo di situazione emergerà? In condizioni di crisi, quali cambiamenti nei rapporti politici e militari si verificherà? La Cina è un paese in via di sviluppo con uno sviluppo molto irregolare, e le sue relazioni regionali sono complesse. Qual è il rapporto tra questa irregolarità e la sostenibilità del suo sviluppo? Le zone costiere della Cina sono più profondamente influenzate dalla crisi internazionale. Molte industrie si sono spostate verso l’interno. É vero che la crescita delle regioni interne ha contribuito ad alleviare la crisi. I tassi di crescita della Mongolia Interna e delle altre regioni ora superano quelli delle zone costiere. Questo è un effetto dello sviluppo ineguale. Ma con il trasferimento della produzione, la crisi ha raggiunto anche queste aree. L’irregolarità interna in Cina la rende più in grado di resistere alla crisi economica rispetto ad altre economie più piccole. La vasta campagna e una grande popolazione rurale forniscono uno spazio per alleviare la crisi.

 

L’analisi di Philip Huang sul valore dei terreni di Chongqing mette in evidenza questo. Secondo la sua analisi, non vi è dubbio che i prezzi dei terreni di Chongqing aumenteranno più velocemente dei salari. A molti a sinistra può non piacere questa analisi e può considerarla a supporto di un modello di sviluppo basato sulla urbanizzazione. Ma questa analisi si basa sullo sviluppo variabile della Cina e ha una certa importanza per la nostra metodologia. Questo non significa che gli squilibri regionali possono naturalmente garantire la sostenibilità. Credo che dovremmo intraprendere la nostra analisi nel modo in cui Mao, molti anni fa, ha analizzato la situazione: esaminare la portata e la sostenibilità dello sviluppo della Cina nel contesto del capitalismo globale e indagare le tendenze e lo sviluppo della sua classe e le contraddizioni sociali. In questo modo, siamo in grado di spiegare la situazione nazionale della Cina e la sua strategia di sviluppo.

 

Tendenze: Una volta hai menzionato un paradosso base attinente alla capacità dello stato cinese. Da un lato, contro i governi di altri paesi, vi è un ampio riconoscimento della potenza del governo cinese. É stato dimostrato dalla mobilitazione per i soccorsi dopo il terremoto di Wenchuan (del 12 maggio 2008), dalla rapida implementazione dei piani di soccorso alla crisi, successivi alla crisi finanziaria, dall’accoglienza di successo delle Olimpiadi del 2008 e dalla capacità organizzativa dei governi locali per lo sviluppo e per la gestione delle crisi. Questi fenomeni evidenziano i vantaggi della capacità dello Stato cinese. D’altra parte, i vari sondaggi mostrano che il livello pubblico di soddisfazione rispetto al governo è piuttosto basso. A volte, i conflitti fra amministrazione e cittadini sono diventati caldi. Le persone hanno anche dubbi sulla competenza dell’esecutivo e sulla corruzione del governo a vari livelli. La domanda più importante è se questi conflitti indicano una crisi di legittimità del governo. Cosa ne pensi?

 

Wang Hui: Questa è una questione di legittimità. Nelle condizioni del capitalismo globale, il problema centrale della crisi di legittimità di un sistema politico sta nella crisi di rappresentanza dei partiti politici. Nel contesto globale, il pericolo di fronte ai sistemi politici oggi si concretizza nel cambiamento da un sistema in cui non c’è rappresentanza ad un altro in cui pure non c’è alcuna rappresentanza, un cambiamento così vacuo serve solo a legittimare un processo sociale che di fatto aumenta la disuguaglianza. Le cosiddette rivoluzioni colorate presentano un caso del genere. Superficialmente esse comportano democratizzazione, ma sostanzialmente si legittima la più irragionevole delle redistribuzioni sociali e l’esproprio della ricchezza.

 

Per superare questa crisi politica, la vera sfida è capire come evitare il passaggio da un sistema privo di rappresentanza ad un altro. Il requisito essenziale è la ri-politicizzazione. Questa è una sfida molto acuta e complessa. Credo che sia urgente articolare teoricamente questo problema, perché molti ancora non capiscono quanto ampiamente e profondamente la crisi della rappresentanza ci raggiunga e si può credere che questo problema non esista in Occidente. Creare lo spazio di una vera discussione pubblica e aprire un vero dibattito politico e teorico è molto importante per la trasformazione politica della Cina. É molto difficile avere serie discussioni politiche nei mass media. Questa situazione è pericolosa. La chiave è permettere alle persone di capire la vera natura e le caratteristiche della crisi politica nel capitalismo globale attraverso dibattiti che riguardano l’autonomia.

 

Molti osservatori hanno discusso la questione della potenza dello stato cinese. La vera domanda è perché, nonostante la forte potenza dello Stato della Cina, lo Stato non è in grado di superare la sua crisi di legittimità. La potenza di uno stato è, innanzitutto, la capacità dello stato di rispondere alle esigenze sociali. A questo proposito, la potenza dello stato della Cina ha una doppia faccia: è molto forte in talune circostanze eccezionali e molto tardiva e lenta in altre circostanze. Recentemente Francis Fukuyama ha scritto che la capacità della Cina di rispondere ai problemi non solo è più forte di quella dei paesi vicini, ma anche di quella di molti paesi sviluppati, tra cui Giappone, Corea del Sud e di molti paesi in Europa. Nel mio dibattito con Gabriel, ho notato che se il sistema politico di uno stato ha una forte capacità di rispondere ai problemi, indica che la società contiene elementi di democrazia e un potenziale di democrazia. Ma dal momento che le nostre teorie sulla democrazia si sono concentrate così intensamente sulla sua forma politica, hanno trascurato queste potenzialità sostanziali. Tuttavia, come sviluppare queste potenzialità in pratiche più istituzionalizzate non è chiaro. Se siamo in grado di delineare chiaramente le condizioni teoriche e istituzionali per la scoperta di queste potenzialità, possiamo trovare un percorso verso il cambiamento democratico. Se un governo è in grado di rispondere rapidamente alle esigenze della società, il sistema politico ha un potenziale per la democrazia sostanziale. Le domande su come e in che misura formulare e sviluppare questo potenziale, tuttavia, richiedono un’analisi concreta.

 

Un altro aspetto della capacità dello Stato è la sua capacità di condurre politiche di coordinamento, cioè la sua capacità di coordinare i vari interessi e richieste sociali tramite le politiche pubbliche e amministrative. Fukuyama, nel suo ultimo articolo, ha affrontato la crisi della democrazia occidentale, proponendo una “dittatura democratica, non una vetocrazia”. Fukuyama e io siamo certamente differenti rispetto alla nostra visione della storia, ma quello che in realtà è indicato in questo pezzo ha qualcosa in comune con i punti di integrazione politica che ho discusso in Rivoluzione, compromesso e continua innovazione. Convenzionalmente, il potere amministrativo nell’istituzione esecutiva e le istituzioni del parlamento e i partiti politici sono strumenti di coordinamento politico e di integrazione. Ma quando la rappresentanza politica si rompe, la capacità di uno Stato di impegnarsi nel coordinamento politico e nell’integrazione è notevolmente ridotta. Il potere è di solito diviso tra il Parlamento, il sistema giudiziario e l’amministrazione, ma con la capacità dei partiti politici di rappresentare il popolo abbattuta e con la crescente burocratizzazione dei governi e le crisi all’interno dei sistemi giudiziari, l’abilità degli stati di rispondere alla crisi sociale declina. Questa è la caratteristica fondamentale della crisi politica contemporanea.

 

Wang Hui: Questo è un problema molto rilevante per il vostro giornale. Il lavoro di Mao Zedong è una delle più importanti eredità del XX secolo per la Cina. In termini di influenza sull’Occidente e sul movimento del Terzo Mondo, la Cina non ha altra eredità che può superarlo. Il noto filosofo francese contemporaneo Alain Badiou è un esempio celebre di ammirazione per il lavoro intellettuale di Mao. Egli ha effettuato un’analisi approfondita dei testi di Mao, e la sua spiegazione generale della storia della filosofia europea accorda con la sua spiegazione del pensiero di Mao. Alla fine del 1970, Badiou ha scritto un libretto di commento e risposta ad un testo su Hegel del professore dell’Università di Pechino Zhang Shiying, in cui ha sviluppato la sua lettura della dialettica maoista. In accordo con lo studioso italiano Alessandro Russo, che ha segnato un importante torsione nella traiettoria intellettuale di Badiou e che riflette l’influenza dell’epoca su di lui. A causa della sconfitta delle forze progressiste dopo il 1968, l’intera scena teorica, in particolare della teoria di sinistra, è stata caratterizzata dal pessimismo politico. Ma la teoria di Alain Badiou è segnata da una sorta di ottimismo rivoluzionario maoista. Cioè, anche in tempi di bassa marea, egli costruisce ancora una teoria della storia basata su ciò che Mao ha chiamato “la logica del nemico” – “interruzione, fallimento, più interruzione, maggior fallimento” – e la logica della rivoluzione popolare che sia “di vittoria in vittoria”.

 

Alla conferenza “Twentieth-Century China” a Bologna nel 2007, Badiou ha presentato un documento in cui ha dato una lettura attenta dell’articolo di Mao Zedong del 1928 “Why Is It Red Political Power Can Exist in China?”. Io ero abbastanza incoraggiato e ispirato dal paper. In condizioni così difficili, Mao ha avuto l’intuizione unica di analizzare come il potere politico rosso potrebbe esistere in Cina e di proporre il modo in cui una sola scintilla potrebbe iniziare un incendio della prateria. Il suo metodo di analisi circa l’esistenza del potere politico rosso coincide, infatti, esattamente con la sua analisi successiva su come la Cina avrebbe vinto la battaglia finale nella guerra contro il Giappone. Lui integrò tre dimensioni di analisi: strategia militare, filosofia e politica. Il pensiero militare di Mao non è mai stato basato esclusivamente sulla strategia militare e tattica, si trattava di un’integrazione tra politica, filosofia e strategia militare. Il pensiero strategico espresso in “On Protracted War” rappresenta sia la sua filosofia espressa in campo politico che il suo pensiero politico applicato al campo della strategia militare e tattica. Come i due tipi di fronte potrebbero venire a formarsi, se potrebbero formarsi, se una rivoluzione all’interno del mondo imperialista potrebbe scoppiare – tutte queste sono questioni di strategia e di analisi nel senso più ampio, non solo questioni di ordinarie tattiche militari. Tutte queste sono combinate. La caratteristica importante del pensiero di Mao è il suo essere orientato verso la prassi; si occupa sempre dell’analisi della realtà. La realtà non è passiva o statica, ma un campo in cui l’agire e le condizioni oggettive interagiscono. Nell’analisi della realtà, ciò che vediamo è il pulsare e il movimento delle tensioni di varie forze storiche in interazione.

 

La sua affermazione per cui una sola scintilla potrebbe iniziare un incendio della prateria ha importanti implicazioni metodologiche. Mao in quel momento stava affrontando il “terrore bianco” e una forte disparità di potere tra le forze rivoluzionarie e controrivoluzionarie. Ma all’interno di questa situazione, ha sviluppato un’analisi su come il potere politico rosso cinese potrebbe esistere nelle basi d’appoggio rivoluzionarie della campagna. Si tratta di un’eccezionale analisi politica, ed è  anche qualcosa di simile a un manuale di strategia per la guerra. Mao ha confermato la giustizia della rivoluzione, ma non è stato accecato da questa giustizia. Piuttosto, ha unito il suo senso di giustizia e l’analisi strategica. La piccola forza dell’Armata Rossa successivamente ampliata rapidamente in un breve periodo di tempo. Quando l’Armata Rossa arrivò nel nord dello Shaanxi, contava non più di qualche migliaio di persone. Ma già nel 1936, Mao aveva previsto che l’aggressione del Giappone avrebbe portato inevitabilmente alla guerra, all’avvento della guerra mondiale e alla traiettoria di base della Guerra di resistenza contro il Giappone. Non sarebbe stato possibile raggiungere questo livello se Mao non avesse posseduto un alto grado di capacità teorica per l’astrazione e una visione olistica nella realtà dei rapporti sociali scritte a grandi lettere.

 

Quando abbiamo avviato una nuova discussione intellettuale poco più di dieci anni fa, questa fu puramente accademica. Fu una lotta solitaria, e condotta senza potere politico, senza potere mediatico o perfino senza i nostri stessi sostenitori popolari. Abbiamo puntato a una discussione intellettuale. Eppure, anche senza che la nostra piattaforma avesse mezzi propri, il nostro punto di vista critico ha tuttavia guadagnato un pubblico. Tutti i tipi di attacchi, tra cui la calunnia dei media, non ha impedito alla nostra prospettiva critica di diffondersi. Perché questo? Abbiamo bisogno di formare un’analisi oggettiva ma dinamica sulla situazione interna ed esterna della Cina e trarne insegnamenti teorici e strategici.

 

 

Un certo numero di concetti di Mao, come la costruzione di un fronte unito in tempo di guerra, la filosofia del “una divisione in due” e la sua spiegazione della democrazia popolare, hanno tutti esercitato una grande influenza. La concettualizzazione di Foucault sulla politica e sul potere e la discussione di Jameson sul Terzo Mondo sono state influenzate da Mao. Sul versante della destra, la teoria di Carl Schmitt del partigiano e la sua concettualizzazione politica della distinzione nemico-amico hanno questa o quella connessione con il pensiero militare e politico di Mao. Il recente movimento Occupy Wall Street è legato al movimento Occupy dell’università degli anni precedenti. Con lo sviluppo di Internet, molti hanno proposto di nuovo l’idea di un’università aperta e hanno criticato il sistema universitario attuale. Non è chiaro se queste pratiche hanno alcun rapporto diretto con il pensiero di Mao, ma è necessario confrontarle e analizzarle. Mao ha fornito spiegazioni e ha proposto una serie di metodi analitici attraverso i quali siamo in grado di analizzare il rapporto tra conoscenza, potere, politica e economia capitalista, così come le sue principali contraddizioni sociali e i suoi soggetti sociali principali.

 

Nella sua risposta a me, Gabriel ha dichiarato che la sinistra occidentale non ha davvero affrontato le questioni che ho sollevato sull’uguaglianza e sulla ripartizione della rappresentanza politica. Ha detto che quando aveva visitato le fabbriche in passato, i lavoratori lo avevano presentato come un socialista; quando di recente è andato nelle fabbriche, i lavoratori lo hanno presentano solo come un politico. Un giovane socialdemocratico mi ha detto che dopo la guerra fredda, l’idea del socialismo non può più essere menzionata. Ma se non verso il socialismo, a quale direzione si rivolge la socialdemocrazia? Nella mia discussione, ho fatto notare due tendenze problematiche: la prima è quella di equiparare il socialismo e il comunismo con le pratiche del socialismo di stato del passato; la seconda è quella di trattare le pratiche socialiste del passato come un’unica entità rifiutando di impegnarsi in una vera e propria analisi politica e storica di queste pratiche. Nel contesto europeo, il socialismo viene immediatamente identificato con il dispotismo e con il totalitarismo violento. L’intero tenore è negativo. Ma l’eredità del socialismo è ricca e complessa, e noi dobbiamo realizzare una sommatoria critica di esso. L’eredità del pensiero di Mao Zedong è tanto l’oggetto del nostro pensiero quanto un metodo che possiamo usare per riflettere sulle nostre pratiche politiche. Dovrebbe essere da questo punto di vista che noi dovremmo far rivivere la sua eredità.

 

 

Traduzione di Chiara Colasurdo.

 

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