di PIERRE JEANNERET.

 

 

L’inizio è stato un’esplosione, un rifiuto radicale ed esteso del Jobs Act di Valls1 ma un’esplosione lenta. Dal 2010, dopo la sconfitta estremamente pesante sulle pensioni, la lotta operaia e sindacale languiva. Sembrava davvero che quella sconfitta avesse avuto il peso di quella subita dai minatori nello scontro con la Thatcher. Fino a quel momento si era avuto un ritmo scadenzato da lunghe pause, 1995, 2006 ma continuo. Dopo il 2010 tutto sembrava riposare e la sconfitta essere definitiva (se in questi casi si possono dare giudizi siffatti). Certo pesava come una cappa il tentativo di costruire su questa condizione l’architettura costituzionale dello Stato d’Emergenza: repressione, controllo e depoliticizzazione della cittadinanza sembravano predisporre il paese nell’abbraccio fatale del Front National.

Benvenuta dunque l’esplosione di marzo-aprile. Essa segna due fondamentali passaggi attorno alla lotta operaia gestita dalla CGT e da SUD, saltuariamente da FO, con l’assenza e l’antagonismo di altri sindacati, cosiddetti “riformisti”, CFDT in testa. Un passaggio positivo e cioè l’allargamento sociale della lotta, anticipata dall’insorgenza studentesca e seguita dall’organizzazione politica di Place de la République; un passaggio negativo, ovvero l’estraneità della banlieue povera e colorata all’espansione sociale del movimento. L’insieme contraddittorio di questi processi non è facile da decifrare né da descrivere ma fin d’ora possiamo dire che è proprio una tale complessità che caratterizza e probabilmente caratterizzerà l’intero prossimo ciclo di lotte.

Per inquadrarne lo sviluppo occorre inoltre aver presente la pesantezza istituzionale dello scontro ben descritta dagli articoli proposti su EuroNomade da Saverio Ansaldi dal 18 febbraio in poi2 . Qui di seguito cercheremo brevemente di percorrere le tre vie sopra indicate: le lotte sindacali ed operaie contro il Jobs Act, lo sviluppo di Place de la République, l’assenza delle banlieues – e di trarne un giudizio politico, assieme alla descrizione del quadro complessivo. Da più di un secolo le lotte francesi hanno spesso avuto, e spesso continuano ad avere – non solo nei cervelli ma soprattutto nell’animo dei comunisti – una figura paradigmatica.

 

Il quadro sindacale e operaio.

La manifestazione del 14 giugno, fra mezzo milione e un milione di lavoratori in lotta a Parigi, è stata enorme. È ormai la nona manifestazione nazionale unitaria da quando, terminata la trattativa, CGT, FO, SUD e le organizzazioni studentesche hanno chiesto il ritiro del Jobs Act. Le norme qui previste stabiliscono il trasferimento della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale ed una serie di dispositivi volti ad imporre flessibilità, precarietà e comunque ad aumentare l’orario di lavoro e a diminuirne il costo. Come ovunque in Europa, anche la socialdemocrazia francese si è definitivamente resa funzionale al comando neoliberale. Le risposta operaia è stata molto forte. Una risposta articolata nel tempo e secondo le categorie, costantemente ricomposta nelle giornate nazionali di mobilitazione.

A questo livello è soprattutto la CGT, sindacato maggioritario, in un paese a bassissimo tasso di sindacalizzazione, a dettare i tempi del conflitto. Servizi pubblici (trasporti e spazzini), ferrovieri, dockers, operai dei terminali petrolieri e delle centrali nucleari, etc. etc. si sono organizzati alla maniera antica: occupazioni, blocchi stradali, picchetti, scioperi selvaggi e/o articolati, concentrati attorno a scadenze critiche per l’ordine pubblico (prima fra tutte il campionato europeo di football). Una radicalità operaia inattesa ha caratterizzato questa lotta. Nelle grandi manifestazioni risuonava frequente (dopo troppi anni di assenza) l’Internazionale. Una radicalità forte dunque: quale il suo significato? Quali le sue finalità? Resistere alla sovranità neoliberale, il suo significato; riproporre uno schema contrattuale e keynesiano di gestione economico-politica e contrastare le forze che di quella legge han fatto un simbolo – si immagina – la finalità. Il governo ha reagito con una certa pesantezza. Dopo aver rotto il fronte sindacale (concedendo alla CFDT venti denari e una sommaria modificazione dell’articolo 2 che comunque privilegia la contrattazione aziendale a quella nazionale) ha tentato ulteriori rotture, separando un settore in lotta dall’altro – con modesti risultati. Il fronte del movimento si è mantenuto unito e sembra deciso a proseguire la resistenza fino al ritiro della legge.

Che dire a questo punto? Altre volte avevamo lamentato l’impossibilità o la grande difficoltà di tradurre il potenziale di lotta sindacale in una proposta politica, sostenuta da forze adeguate. Oggi questa possibilità non si dà più. La socialdemocrazia non ha solo distrutto l’organizzazione politica della classe operaia ma anche le istituzioni democratiche della mediazione. In Francia, l’unica forza politica presente sul mercato, il Front de Gauche, è inetto ad accogliere la domanda di un movimento così ampio e complesso. Del fatto che sia ampio abbiamo già detto. Sulla complessità dobbiamo intrattenerci ancora. Il Jobs Act alla francese è caduto su una società già affaticata dalla crisi economica, con una classe media in disfacimento, ed una gioventù studentesca disorientata da una precarizzazione crescente del lavoro e da una straordinaria incertezza sul futuro. Sappiamo tutto ciò. Quel che è nuovo, è che una classe operaia, assai indebolita ed invecchiata come quella francese, abbia saputo insorgere. Portando sulle spalle l’interesse generale. Essa è tuttavia rimasta sola. È stata ed è accompagnata da un generale consenso ma non vi è stata convergenza di lotta, se non saltuaria con gli studenti – non con altri strati sociali ed in genere neppure con il precariato (solo gli intermittenti dello spettacolo hanno dato una mano – un precariato organizzato che ha già attraversato un ventennio di lotte). Il filo, tirando il quale la complessità potesse essere dipanata, non è stato trovato.

Che cosa potrà succedere ora? La socialdemocrazia al governo non può cedere sul ritiro della legge: perderebbe l’ultimo brandello di credibilità che le concedono i “poteri forti”, europei e nazionali. La destra sta già portando avanti (in Senato, dove è maggioranza) un contrattacco per aggravare il testo della legge, ritenendolo insoddisfacente rispetto ai nuovi dispositivi di comando sul mercato del lavoro. Questa formidabile classe operaia francese resta così sola nella lotta e sottoposta ad ulteriori attacchi. Poteva andare diversamente? Attendiamo per dare giudizi. Quel che è certo è che questo movimento squaderna termini centrali nella discussione politica fra tutti quelli che in Europa tentano una risposta alla governance neoliberale.

In primo luogo scopre che il rapporto classe operaia/istituzioni politiche non è solo saltato ma è divenuto un baratro insuperabile. In secondo luogo, che il testimone dell’interesse generale, ancora in queste lotte tanto generosamente portato dalla classe operaia, deve passare alle forze del lavoro sociale precarizzato. È solo attorno alla nuova composizione del lavoro (precario, cognitivo, relazionale) che nuovi giochi possono esser fatti. È su questo problema che dobbiamo portare lo studio. Anche su questo terreno queste lotte francesi costituiscono un’anticipazione.

 

Place de la République.

 

Osservare dall’interno Place de la République e le lotte degli studenti significa innanzitutto chiarire una differenza. Abbiamo sostenuto che Nuit Debout, nel primo ciclo del movimento, rappresentava un dispositivo di allargamento del conflitto. Tuttavia Place de la République non è mai stata l’Assemblea Generale del movimento. Non un punto di confluenza, dunque, piuttosto uno spazio di espansione, compatibile con altri spazi e altri tempi dell’iniziativa. Questa caratteristica ha avuto sin qui un pregio ed insieme un limite fondamentale: potente come strumento di comunicazione, soprattutto in rete, e come dispositivo di solidarietà nei punti alti della mobilitazione – sostenuto dal lavoro della Commission Grève Generale – la piazza tuttavia non ha innescato né un processo comparabile a quello delle acampadas spagnole, né ha svolto la funzione di infrastruttura per la convergenza delle lotte. Place de la République sembra ancora fragilmente sospesa tra l’ossessione di uno spazio safe per la discussione – ricerca dell’unanimità, conflitto esprimibile solo in termini di opposizione radicale, diffidenza verso il confronto anche aspro sulle opzioni politiche – e la rumorosa emergenza di pratiche, certo comprensibili, ma fondamentalmente reattive rispetto alla repressione poliziesca. D’altra parte però, esperimenti di convergenza delle lotte continuano a darsi in forma disseminata e diffusa. Ci pare che sia questo secondo lato della mobilitazione a rappresentare oggi il modo in cui concretamente si espande il movimento. In tal senso è fondamentale il lavoro che viene svolto dagli Intermittenti dello spettacolo, dai precari e dagli studenti. Dall’occupazione congiunta del MEDEF (la Confindustria francese), all’appello pubblicato su Libération e firmato da gran parte del mondo dello spettacolo, a sostegno di una flexsecurity per tutto il precariato metropolitano sul modello dell’intermittenza (vedi EuroNomade, Intermittenti: la pericolosa generosità dello Stato, 9 giugno 2016), prende corpo una sperimentazione che allude a quella maggioranza cognitiva e immateriale del lavoro vivo che innerva i territori neoliberali.

Il problema dunque è posto: davvero qui si tratta di costruire pratiche in grado di definire il passaggio dallo “sciopero sociale” – qui già articolato tra blocchi della logistica, sostegno alle varie e singole vertenze operaie, attivismo degli intermittenti e degli studenti – allo “sciopero politico” come spazio di soggettivazione delle nuove forme della produzione e del lavoro vivo. Anche qui: avevamo segnalato per tempo questo punto di originalità del movimento francese contro la riforma del code du travail. Esso nasce nelle scuole e nelle università e si allarga solo in un secondo momento sul salariato classico. Ciò ha comportato una immediata estraneità rispetto al semplice livello difensivo: il rifiuto di ridurre il mercato del lavoro a semplice spazio disciplinare si è accompagnato alla possibilità di vedervi un terreno di lotta per la rivendicazione di nuovo diritto. Dalla difesa del salariato alla flexsecurity per tutte e tutti, un primo passo si è compiuto. Si tratta adesso di esplicitare questa tendenza. Cominciamo a dire: salario sociale e nuovo Welfare del comune.

 

Le banlieues

Perché le banlieues non sono presenti oggi nella contestazione ? Qui il contrasto con la composizione classica del lavoro si fa stridente. Prima ragione: perché le lotte attuali riguardano la tutela di un lavoro al quale da tempo le banlieues non hanno più accesso. Si potrebbe obiettare che era già così nel 2005-2006 con il CPE (che riguardava gli studenti all’ingresso del mercato del lavoro – e questi studenti erano in generale qualificati). Il differenziale introdotto dalla frammentazione metropolitana allora non aveva impedito la congiunzione tra il movimento anti-CPE e le banlieues post-rivolta. È vero: ma allora c’era ancora la percezione di una comunanza nella precarietà, seppur diversa “socialmente”. Una precarietà doppia, della condizione lavorativa e della vita. Oggi, quella “comunanza” è totalmente saltata.

Seconda ragione: perché sono saltate tutte le mediazioni sociali. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla soppressione sistematica degli aiuti alle associazioni, della presenza delle politiche pubbliche in materia di trasporti, sport, cultura educazione, sanità, tutte strutture ormai ridotte all’osso e fatiscenti. La soppressione di queste mediazioni ha indotto un effetto di “chiusura” e di messa sotto pressione inedita di interi quartieri. Da qui la terza ragione: noi non misuriamo l’evoluzione deleteria delle banlieues dal 2005 in poi. Evoluzione tutta modellata su forme di entropia radicale che portano esattamente a quello che si può trovare altrove: per esempio in carcere, altro spazio “chiuso” e sottoposto a pressione, anche se con tutte le differenze del caso. In banlieue assistiamo ormai a una radicalizzazione generalizzata dei comportamenti. Radicalizzazione dei “quartiers” che prende almeno tre forme (come in carcere): radicalizzazione dei comportamenti autolesivi, radicalizzazione criminale (molto forte negli ultimi anni), radicalizzazione religiosa. Ora precisamente per le due ultime forme, la protesta politica e la possibilità della rivolta rappresentano “la” cosa da evitare per non mettere a rischio la propria presa sul territorio.

Infine c’è il tema dell’identificazione in forme religiose. L’antropologo francese Alain Bertho ha espresso su questo un punto di vista che ci pare condivisibile: non si tratta tanto di una radicalizzazione dell’Islam quanto di una islamizzazione del rigetto provocato dalla chiusura di ogni spazio di mobilità sociale. Solo che oggi, la religione in banlieue non ha più la funzione che , per esempio negli Stati Uniti, ha potuto avere negli anni 1960 o 1970 – quel riferimento soggettivante che sulla scia della decolonizzazione e dei movimenti “muslim”, raggiungeva e organizzava ampi settori di proletariato metropolitano sul terreno della rivolta e della volontà di emancipazione. La stagione di Muhammad Ali e di Malcolm X è finita da tempo. La religione è oggi innanzitutto obbedienza: il contrario della soggettivazione, individuale o collettiva che sia. Obbedienza, gerarchia, militarizzazione, cancellazione delle singolarità, sogno di califfato – una versione grezza, gerarchizzata all’inverosimile, dello “Stato” -, e che agisce come il suo riflesso mostruoso e sformato. Non un’alternativa allo Stato, dunque, piuttosto un suo doppio inasprito.

 

Quid tum?

In conclusione: che cosa potrà avvenire dopo queste lotte? Dal punto di vista operaio l’unica possibilità di movimento sembra quella aperta dalla contestazione e dalla resistenza di fabbrica, cogliendo ogni occasione e collegandosi non più secondo linee verticali di organizzazione sindacale centrale ma orizzontalmente, con i movimenti sociali; nei servizi laddove l’utente può divenir partecipe della lotta; nella logistica dove il lavoro si fa sul territorio. Sul territorio: dove nuovi dispositivi di resistenza e di lotta, che mettono assieme la classe operaia residuale e il nuovo proletariato, sono stati già sperimentati altrove, in Spagna soprattutto, per esempio con le mareas, che congiungono precisamente lavoratori e cittadini. Si tratta insomma di lavorare politicamente su nuovi dispositivi che devono trovare la propria base nel consenso che ha accompagnato la lotta contro la riforma del Code du travail.

Insomma: il problema resta quello della convergenza sociale. In questi mesi si è parlato anche troppo, e del tutto vanamente, di “sciopero generale” come se quel vecchio mito potesse consolare dell’impotenza di convergenze singolari. È del passaggio dallo “sciopero sociale”, allo “sciopero politico” che si deve parlare, se si vuol costruire una prospettiva seria ed efficace. Le iniziative di tipo Nuit Debout potranno conquistare potenza solo se diventano un reale pivot di riflessione e di espansione della conricerca e dell’organizzazione delle forze che vi si esprimono. Compresi i licei, le università, e tutti i luoghi del precariato. Certo, il precariato non sarà il rappresentante dell’interesse generale nella stessa maniera in cui lo fu la classe operaia. E tuttavia esso può introdurre nel movimento, fra classe operaia residuale e banlieues separate, una nuova dinamica. Place de la République poteva essere un motore. Non lo è stato. Ma probabilmente è una sorgente e non si sa ancora come il fiume scorrerà.

Come uscire infine dal blocco delle banlieues, sapendo che senza di esse difficilmente un reale processo di emancipazione potrà svilupparsi? Bisogna ricominciare dal basso, là come altrove – sapendo però che, allo stato attuale, molto spesso e per le ragioni menzionate qui sopra, conricerca e inchiesta militante, nei quartieri, sono pressoché impossibili. Sono stati spazi praticabili dieci anni fa – non lo sono più oggi, semplicemente perché non si entra più.

Il lavoro deve dunque essere di lunga lena: quando diciamo che si dovrebbe ricominciare a dire salario sociale e a rivendicare un nuovo Welfare del comune stiamo parlando anche di questo. Occorrono strumenti in grado di ricostruire in banlieue strutture autonome di mediazione, che sostituiscano ed implementino ciò che fino a qualche anno fa era assicurato dalle politiche pubbliche. Oggi, in questi spazi metropolitani in cui il volontariato e l’associazionismo, in drammatico isolamento, non reggono più, si deve ridefinire una conflittualità politica: sarebbe un vero segno di salute. Ad ogni modo è su una scala europea – di problemi estremamente complessi ma finalmente visibili -che il movimento francese invita l’Europa a ragionare.

 

 

 

 

 

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  1. Cf. Marco Assennato, <i>Francia: quattro ipotesi</i>, EuroNomade, 8 aprile 2016. 

  2. EuroNomade, <i>La Costituzione dell’emergenza</i>, 18 febbraio 2016; <i>Il desiderio di altro</i>, 29 marzo 2016; <i>Ancora sul movimento francese</i>, 8 aprile 2016; <i>Il tramonto della V Repubblica</i>, 18 maggio 2016.