di FRANCESCO FESTA.* Un giornalista americano interrogò l’uomo dinanzi a sé: «qual è la legge ultima dell’essere?». Marx lapidario: «La lotta!». Télos della vita è dunque la lotta. Nella storia operaia è lotta d’emancipazione fra la riappropriazione dei mezzi di produzione e il capitale che tende a espropriarli.

L’ontologia della lotta di classe è quindi teologia materialista che interseca Machiavelli, Spinoza e Marx, inseguendo temporalità e spazialità dell’essere in lotta, ne eccede così gli svolgimenti delle stesse teorie. È in ottima compagnia il filosofo Toni Negri, fedele a tale teologia, del volume di Willer Montefusco e Mimmo Sersante, Dall’operaio sociale alla moltitudine. La prospettiva ontologica di Antonio Negri (1980-2015), DeriveApprodi (pp. 133, euro 15). Con tali filosofi maledetti Negri ha avuto «buoni incontri» volti alla conoscenza delle leggi dell’emancipazione tanto da condividervi, secondo gli autori, destini simili. Marx definito «dottore del terrore rosso», Negri «cattivo maestro». L’emancipazione passa dalla damnatio memoriae. Quando la teoria rifugge la fissità, divenendo potenza in azione, ne vanno cancellate le tracce, pena l’ordine costituito. In compenso il pensiero di Negri è apprezzato a livello internazionale e soprattutto è, da sempre, una cassetta degli attrezzi alla quale accedono spesso militanti dei movimenti sociali.

QUESTO LIBRO prosegue lo scavo incominciato nel 2012 con Il ritmo delle lotte. La pratica teorica di Antonio Negri (1958-1979). Sersante segue il filosofo immerso nelle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. Nel «fabbricare concetti», Negri ha indagato le trasformazioni della composizione della forza lavoro e della lotta di classe: dall’operaio massa all’operaio sociale. La fabbrica che estende il comando alla metropoli, l’estrazione di valore che cattura la riproduzione sociale e l’organizzazione dei tempi di vita dettata dal capitale. Vale a dire, usando un lessico marxiano, la sussunzione reale della vita al capitale.sersante1

Lo scavo prosegue in questo libro filosoficamente denso giungendo all’oggi. Gli autori seguono il filo di Arianna dal carcere e dall’esilio, incontrando quegli autori maledetti, dei quali Negri ne ha riletto gli scritti addivenendo al concetto di moltitudine che vive l’immanenza. Con Deleuze, «una vita e nient’altro»: quell’orizzonte della lotta di classe che è politico, sociale, economico e la vita stessa. Punto di partenza e di arrivo è dunque la moltitudine: la composizione sociale e politica della classe, del lavoro vivo, che cooperando, vive e produce. Se con l’operaio massa la cooperazione era imposta dall’esterno, con la moltitudine essa è intelligenza collettiva, general intellect. Obiettivo storico è dunque la riappropriazione della potenza della moltitudine, del potere come attività, dei mezzi di produzione sempre più integrati nelle menti e nei corpi del lavoro vivo. Parimenti, la moltitudine che agisce di concerto è il farsi corpo politico, dove l’Uno non decide niente, mentre i molti che in lotta prendono parola esercitano la potenza sotto forma di potere costituente per costruire un essere etico, sociale, una nuova comunità. Il potere costituente non è quindi mero concetto politico ma una categoria dell’ontologia.

INTERMEZZO del volume è un’intervista a Negri sulle «macchine di pensiero», dalla storica rivista «Quaderni rossi» al gruppo di ricerca EuroNomade, una cartografia dei dispositivi organizzativi. Strumento indispensabile di Negri è, qui il legame con la tradizione filosofica dell’operaismo italiano, la conricerca: l’inchiesta, cioè, condotta con le lenti della «teoria rivoluzionaria». Dunque fondamentali è la cassetta degli attrezzi dell’operaismo. Lì dove altri ne hanno archiviato l’utilizzo, battendo vie reazionarie e scavando nell’autonomia del politico sino a derive metafisiche o, in alcuni casi, ipotizzando la fine della lotta di classe e l’anacronismo del conflitto sociale, Negri ha indagato, rivendicandone l’apologia, le resistenze biopolitiche, attento al rinnovarsi di una moltitudine singolarmente e diversamente produttiva nei suoi movimenti.

E COSÌ, NEL DIBATTITO di una parte della sinistra che aspira a rappresentare, ma che non riesce a fare i conti fino in fondo con la crisi della rappresentanza, o non ne coglie i nodi, troviamo chez nous posizioni annebbiate dall’«onda Trump», che ammiccano a populismi dai tratti nazionalisti e da tinte rosso-brune; confondono la composizione di classe con tesi fasciste, razziste e sessiste, senza linee di demarcazioni.
Negri ha sempre seguito il soffio vitale della lotta di classe incarnato nella figura del povero, ossia nella condizione della vita produttiva in quanto tale, emblema della produzione biopolitica. Amore del povero è amore del comune, ontologicamente produttivo di nuovo essere, nuovo mondo e nuova socialità, ché è potenza e movimento del lavoro vivo: potenza espressiva di moltitudini di desiderio.

*Questo articolo è stato pubblicato da il manifesto il 26 novembre 2011 

 

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