di MARTINA TAZZIOLI. “A essere nell’illegalità è lo stato, non io”. Così a inizio gennaio rispondeva Cedric Herrou,  abitante della Valle Roya francese, alle domande dei giornalisti che lo incalzavano rispetto all’accusa per cui si è trovato imputato in tribunale: supporto nell’attraversamento della frontiera e ospitalità temporanea offerta a un gruppo di migranti eritrei. Poco più di un mese dopo, il 10 febbraio scorso,  il magistrato ha deciso per un ammenda di 3000 euro con condizionale, per aver presentato aiuto ai migranti in transito, mentre sono cadute le accuse di occupazione di un ex-stabile delle ferrovie francesi, così come quella più generale relativa al favoreggiamento dell’immigrazione “irregolare” dall’Italia alla Francia.

Il caso del “contadino-passeur” come è stato chiamato da alcune testate mediatiche, era saltato agli ordini della cronaca già nella primavera 2016, quando la piccola valle ribelle d’oltralpe – la Valle Roya – è diventata in Europa simbolo del supporto alla logistica deli migranti in transito. Cedric non è l’unico nell’area tra il confine italo-francese e la città di Marsiglia ad arginare silenziosamente le misure di respingimento effettuate dalle forze di polizia, non solo al confine ma anche all’interno del territorio francese, come avviene spesso nelle città di Nizza e di Mentone, dove i migranti fermati e che portano con sé “prove” del loro passaggio dall’Italia, vengono riconsegnati alle autorità italiane. Una lista dei casi di persone attualmente sotto processo in quanto accusate di facilitare il transito dei migranti dall’Italia alla Francia e di offrire loro ospitalità permetterebbe in effetti di rendere conto dell’entità delle misure di criminalizzazione, in particolare in Francia. Qui mi limito a segnalarne alcuni, per tracciare una cartografia delle pratiche di disobbedienza spaziale, non solo come movimenti dei migranti ma anche in supporto a questi. Tra i casi più recenti, il 28 dicembre Claire Marsol, pensionata francese di 74 anni è stata condannata, con una multa di 1500 euro, per aver “facilitato il transito di due persone irregolari di nazionalità eritrea dalla stazione di Nizza a quella di Antibes”, si legge nel documento della Corte di Appello di Aix-en-Provence.

herrou2E’ notizia di questa mese, invece, che al centro di accoglienza Hidalgo, la “bulle humanitarie” situata nei pressi di Porte de la Chapelle a Parigi, ai solidali della rete Solidarité Migrants Wilson viene impedito di consegnare cibo ai migranti in fila fuori dalla recinzione del campo in attesa giorni interi per poter entrare e aver modo di depositare la domanda di asilo. Criminalizzazione, dunque, non solo del supporto alla logistica del transito e degli attraversamenti ma anche di ciò che usualmente verrebbe definito aiuto umanitario-solidale. Un’ordinanza della prefettura impedisce di distribuire cibo e acqua, “dopo le pietre.. ai migranti viene impedito di mangiare”, recita un post di Solidarité Migrants Wilson. Le pietre sono la nuova misura messa in atto dalle autorità francesi per impedire ai migranti di accamparsi e sostare, questa volta non con ordinanze e decreti ma con sassi di grandi dimensioni; una strategia di dissuasione diffusa in tutto l’esagono: fuori dal centro Hidalgo, sotto la fermata della metro di Stalingrad, così come nel luogo in cui si trovava la “jungle” di Calais smantellata lo scorso ottobre ma che vede già i primi migranti fare ritorno sul posto, cercando uno spazio senza pietre dove installarsi temporaneamente. “Se la solidarietà nei confronti degli stranieri è un crimine, allora siamo tutti delinquenti” con questo slogan la rete dei Délinquants Solidaires, nata nel 2009 per contrastare e denunciare il  délit de solidarité, ha pubblicato un manifesto/appello, firmato da molte associazioni e gruppi francesi, dal titoloLa solidarité, plus qui jamaica un délit?[1] in cui viene messo in evidenza come la persecuzione sul piano legale dei solidali sia spesso fatta anche sulla base di testi e regolamenti che niente hanno a che vedere con la migrazione.

. Un “flash-mob” con pietre è stato organizzato di fronte al municipio principale di Parigi per ribadire il diritto al suolo e a uno spazio in cui stare  che viene costantemente sottratto ai migranti, in Francia come altrove. “Délit de solidarité” è il termine adottato da organizzazioni francesi, come il Gisti, e attivisti, per denominare il reato previsto dall’articolo 62 del “Codice di ingresso e di soggiorno degli stranieri e del diritto d’asilo”, che prevede che “qualunque persona che abbia, attraverso un aiuto diretto o indiretto, facilitato o tentato di facilitare l’ingresso, la circolazione o il soggiorno irregolari di uno straniero in Francia sarà punito con una detenzione di cinque anni e un ammenda di 30 000 euro”. Pratiche solidali, tra loro differenti, come l’aiuto al transito e il supporto umanitario, che sono diventate condotte disobbedienti – contro le illegalità perpetrate dagli stati, riprendendo le parole di Cédric Herrou. Sul fronte italiano, si è appena chiusa l’inchiesta su sette attivisti dell’associazione Ospiti in Arrivo di Udine, accusati di “favoreggiamento alla permanenza dei migranti irregolari” e assolti infine questo mese. A rischiare quindici anni di carcere è invece Felix Croft, cittadino francese di ventotto anni, che dovrà comparire davanti al tribunale di Imperia per aver condotto in Francia a bordo della sua auto una famiglia di cinque persone di nazionalità sudanese. Felix verrà giudicato sulla base della stessa legge che condanna i passeurs “a pagamento”.

A finire nel bersaglio, sul duplice piano legale e politico, di governi, prefetture e agenzie europee, sono le azioni individuali così come i gruppi e le reti di sostegno cittadine e di attivisti, e perfino agli attori umanitari istituzionali, che normalmente avremmo annoverato tra coloro che contribuiscono al governo securitario-umanitario delle migrazioni. La recente notizia di un’indagine in corso aperta dalla prefettura di Catania contro le missioni di soccorso di attori umanitari e indipendenti nel Mediterraneo – come Medici senza Frontiere – riporta alla memoria l’accusa lanciata nel novembre scorso dall’agenzia europea Frontex contro la presunta collisione tra le reti di “smugglers” e le imbarcazioni private che funzionano da “taxi” per i migranti. Al contempo, la suddivisione delle condotte di mobilità tra “migranti” e “rifugiati”, che determinava una coppia oppositiva nelle narrazioni degli stati e delle organizzazioni internazionali tra i migranti da tollerare e i corpi “gettabili”, oggi, anche se spesso ancora mobilitata, si trova tuttavia rimodellata alla luce di una sostanziale disqualificazione e criminalizzazione crescente dei rifugiati in quanto tali. Un’opposizione che è sta messa messa in discussione da attivisti e ricercatori per anni, in Italia come altrove, e che tuttavia in questo momento vede una sua parziale “crisi” attraverso un gioco al ribasso: il rifugiato in quanto tale diventa paradossalmente soggettività-catalizzatore di “condotte sospette”, all’interno di un continuum dell’insicurezza che va dal potenziale terrorista, nascosto tra i “veri” rifugiati allo sbarco al migrante “irregolare”, al “trafficante”. Riprendendo il titolo di un recente libro di Thomas Nail, “The Figure of the Migrant”, si può dire che la domanda diventa “Quale è la figura del (buon) rifugiato, oggi?”.herrou3

La criminalizzazione delle pratiche di migrazione, la disqualificazione della figura del rifugiato associata all’aumento sostanziale di rifugiati “diniegati” e dunque di una popolazione di rifugiati illegalizzati non possono essere disgiunta, nella lettura del fenomeno, dall’attacco contro le pratiche di supporto ai migranti in transito. Questo comporta, da un lato uno slittamento e insieme una riconfigurazione della produzione discorsiva attorno al nesso migrante-pericolosità: non è tanto il “migrante” in quanto tale, descritto come soggetto “pericoloso” che diventa bersaglio delle misure di criminalizzazione ma, piuttosto, l’organizzazione reticolare di supporto al transito e l’insieme di attività e condotte “irregolari” che vengono connesse, a livello di media e analisi, alle pratiche di migrazione. Dall’altro, se l’opposizione migranti/rifugiati (genuini) si conferma il caposaldo del regime discorsivo sulle migrazioni nei documenti ufficiali dell’UE, nella pratica il rifugiato appare come soggetto socialmente indesiderabile per eccellenza in tempi di “crisi”, come confermano le statistiche relative agli esiti delle domande di asilo che rivelano di un crollo esponenziale nel numero di protezioni internazionali e umanitarie accordate.

Sotto la voce “smuggling network” ricadono, di fatto, un’eterogeneità di pratiche di facilitazione alla logistica degli attraversamenti dei migranti e della loro permanenza sul territorio, che vengono additate come “nodi” di un’organizzazione diffusa sul territorio europeo in supporto alle persone che cercano di sfuggire alle restrizioni spaziali imposte dal Regolamento di Dublino. Tuttavia, questo attacco capillare alla logistica del transito dei migranti e la crescente criminalizzazione dei rifugiati in quanto tali, non avvengono esclusivamente attraverso il rafforzamento dei controlli ai confini interni dell’Europa, le misure di respingimento alla frontiera e la trasformazione di spazi di transito in luoghi di blocco. Infatti, insieme alle misure di confinamento, e detenzione, la mobilità (forzata) viene usata come tecnica di governo e, in particolare, per riguadagnare controllo sui movimenti “indisciplinati”. Le pratiche di governo della mobilità, e i modi in cui i migranti vengono governati attraverso la mobilità restano spesso disgiunte nelle riflessioni accademiche e politiche, e il governo della mobilità tende a occupare la totalità dello spazio di analisi. In altre parole, la mobilità non è soltanto oggetto di governo ma fa parte anche dei modi e delle tattiche che vengono messi in atto da stati e organizzazioni internazionali per produrre effetti di contenimento oltre la detenzione, sulle vite e le geografie dei migranti. In questo senso, interrogarsi sulla biopolitica – o meglio, biopolitiche – delle migrazioni, comporta non limitare l’analisi alla politica della vita (e sulle vite) che è in gioco, chiedendosi come questa si articoli a una biopolitica della e attraverso la mobilità.

In particolare se guardiamo alla mobilità intraeuropea dei migranti, il governo della mobilità attraverso la mobilità (forzata), costituisce una delle tecnologie politiche principali attraverso cui gli stati europei cercano di intralciare, disciplinare e filtrare le migrazioni. Contenimento della mobilità attraverso la mobilità sta a indicare i trasferimenti forzosi dei migranti effettuati dalle autorità, come i bus settimanali che portano gruppi migranti da Ventimiglia e da Como verso l’hotspot di Taranto, o le “trappole dell’umanitario” in Francia, dove i migranti vengono diretti verso i Centres d’ Accueil et d’Orientation (CAO) con la promessa di poter depositare domanda di asilo anche se le loro impronte sono già state prese da un altro stato membro; ma, insieme a questi,  il governo attraverso la mobilità si riferisce anche gli effetti di contenimento indiretto – vale a dire le geografie convulse che i migranti sono costretti a percorrere a causa dei molteplici respingimenti e delle “deviazioni” forzate. La strategia della dispersione delle molteplicità migranti si concretizza poi, a livello delle singole soggettività, in una mobilità permanente e in effetti di contenimento oltre la detenzione. Più che generare immobilità e blocco del transito in quanto tale, attraverso la criminalizzazione dei rifugiati e l’attacco alla logistica del supporto gli stati e le agenzie deputate al governo delle migrazioni cercano di produrre effetti di contenimento e deterrenza, interrompendo la temporalità e le geografie autonome dei movimenti dei migranti. Dipinti dagli stessi attori dell’umanitario come “bisognosi di protezione” per il loro essere in pericolo (“subjects at risk”), i rifugiati diventano soggettività sospette (“risky subjects”) e figure dell’indesiderabile non tanto secondo una logica della pericolosità sociale, quanto per le pratiche di libertà che esercitano contro ogni restrizione spaziale imposta sulla loro mobilità e permanenza in Europa. Per chi guarda alle migrazioni attraverso le lenti dello stato, sono queste pratiche di libertà dei rifugiati in quanto rifugiati a essere “intollerabili”.

[1]https://solidaires.org/Manifeste-La-solidarite-plus-que-jamais-un-delit

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