di MARCO ASSENNATO.

 

Immanuel Wallerstein ha ragione: quello che accadrà alle elezioni presidenziali francesi è « assolutamente imprevedibile»1. Fino a qualche mese fa, in Francia, il tradizionale vantaggio dei partiti di sistema nelle competizioni elettorali lasciava presagire, accanto alla crisi verticale di consenso del PSF e di Francois Hollande, il ritorno al potere di una destra dura e conservatrice. L’interesse attorno alle primarie de Les Républicains, partito ricomposto da Nicolas Sarkozy, con gli oltre 4 milioni di partecipanti, sembrava confermare l’ipotesi. Eppure, proprio a partire da quel giorno, tutto è parso precipitare contro logica: sconfitto Sarkozy, a prevalere non è stato Alain Juppé – il più adatto, secondo Wallerstein, per « attrarre il voto dei socialisti e dei moderati di centro e quindi di vincere le presidenziali » – ma Francois Fillon, interprete di un programma « ultra conservatore » sul piano economico e sociale, oscurantista sul piano dei diritti civili e filo-russo in politica estera, sul quale difficilmente avrebbero potuto convergere elettori di sinistra convinti dell’emergenza repubblicana. Non solo: immediatamente dopo la sua trionfale nomination Fillon è inciampato su uno scandalo finanziario dagli esiti ancora incerti (un procedimento giudiziario a suo carico sarà probabilmente aperto il 15 marzo, due giorni prima del deposito ufficiale delle candidature) e le adesioni che aveva raccolto attorno al suo progetto si sono sciolte come neve al sole, aprendo un’autostrada per il Front National. A sinistra, d’altra parte, il quadro non è migliore. La candidatura centrista di Emmanuel Macron – appoggiato dai media e raggiunto da Francois Bayrou, leader dei Modem – e l’indisponibilità di Jean-Luc Mélenchon a qualsiasi accordo, infatti, isolano la pur innovativa proposta di Benoit Hamon.

Ne risulta un quadro inedito, caratterizzato secondo Wallerstein da una altissima « volatilità » del consenso, conseguenza diretta, ci sembra, della liquefazione dei corpi intermedi attraverso i quali la politica di establishment si è organizzata nel ciclo lungo della globalizzazione neoliberista. Per rispondere alla crisi, seppure con approcci diversi, tutti e cinque i contendenti si presentano in qualche misura come interpreti di una necessaria rottura del sistema politico francese o di una sua radicale rifondazione. Ma si tratta di cinque minoranze – o meglio di quattro minoranze relative che competono per contendersi, dopo il primo turno, il diritto di sfidare la maggioranza relativa di Marine Le Pen. Ipotesi deboli, dato che l’iperliberismo di Macron rischia di rivelarsi meno capace di attrarre consenso di quanto i commentatori e i grandi giornali vorrebbero, il conflitto istituzionale innescato da Fillon contro la magistratura mostra la faccia corrotta di una élite eversiva ma fiacca, mentre la posizione di Jean-Luc Mélenchon non permette alcuna dinamicità a sinistra, bloccando Hamon al di sotto di percentuali credibili.

Una situazione incerta e aperta.

Il candidato socialista ha il merito di avere riaperto il dibattito sul modello di società, dismettendo il costume meramente reattivo-difensivo della socialdemocrazia europea e avanzando una proposta che – attorno all’ipotesi di un reddito di cittadinanza universale sganciato dal lavoro – suggerisce l’urgenza di immaginare una nuova organizzazione del sistema produttivo e del Welfare, all’altezza del capitalismo finanziario e cognitivo. Una proposta, dunque, che a partire da soggetti sociali reali prova a declinare il discorso, per una volta, in termini di nuovi diritti. Si tratta evidentemente di un dislocamento apprezzabile e progressivo poiché, come ha scritto Toni Negri,  «definisce un terreno eventualmente produttivo di lotta di classe»2. Insistiamo su questo punto: è uno spazio di conflitto quello che si intravede attorno alla candidatura di Hamon. Uno spiraglio nel quale andrebbe inserito il cuneo di un’innovativa alleanza di classe capace di spingere in due direzioni: da una parte, agendo «contro la nuova disgregazione che le forze capitaliste più attente, quei Rothschild francesi (che stanno a Macron come l’anglosassone Goldman Sachs stava a Hilary Clinton) vorrebbero determinare»3 e dall’altra sottraendo forza alla disperazione sociale che alimenta il consenso fascista attorno al Front National.

Precondizione politica di tutto questo, sarebbe tuttavia, l’alleanza a sinistra tra Hamon e Mélenchon. Sul piano prettamente elettorale, il candidato della France Insoumise potrebbe apprezzare la novità rappresentata dalla candidatura socialista e costruire un accordo sulla base di un programma democratico, il che permetterebbe ad Hamon – che può già contare sull’appoggio dei Verdi e al quale guardano con interesse i comunisti francesi – di accedere a quella soglia minima di credibilità su cui pare attestarsi fin qui il solo Macron. Si tratterebbe, come ha scritto ancora Wallerstein di un fatto politico maggiore « per tutto il mondo » perché capace di invertire la ventennale tendenza al centrismo dei candidati di sinistra: «un po’ come – ha notato lo storico – se Bernie Sanders avesse vinto le primarie democratiche negli Usa»4. Una candidatura siffatta dovrebbe poi articolarsi sul doppio rimando tra movimenti sociali, lotta antirazzista in Banlieue e sistema della rappresentanza, per disegnare un’uscita antagonista dalla crisi della socialdemocrazia europea. Ma Mélenchon ha di fatto scelto di chiudere la porta al dialogo e d’altra parte il solo Hamon pare incapace di costruire le condizioni per un reciproco riconoscimento con i movimenti sociali che pure stanno attraversando la Francia.

La crisi delle élites europee.

Le elezioni francesi hanno evidentemente un valore generale, data l’importanza della Francia sugli equilibri europei, in un passaggio nel quale il pilota automatico che Mario Draghi immaginava al comando dei diversi governi nazionali palesa una profonda incapacità nel ricomporre la crisi, sempre più stretta tra vecchie ricette dal costo sociale altissimo e la crescita costante delle nuove destre. Si possono individuare almeno un paio di livelli decisivi per l’agenda dei prossimi mesi: da una parte l’onda lunga neoliberale libera lo strapotere del mercato come forza che distrugge diritti, aumenta la concorrenza e travolge gli assetti sociali e produttivi; dall’altra i vecchi confini istituzionali democratici cedono, mentre i territori e le identità nazionali non contengono più i movimenti di massa dei soggetti che attraversano la globalizzazione. Come rispondere a queste, nuove ed epocali, grandi questioni? Di fronte all’impasse, le chiacchere stanno a zero e le alternative si fanno chiare.

Le forze che rappresentano gli interessi del capitalismo imprenditoriale e finanziario cercano, in Francia e altrove, di impedire ogni ricomposizione di classe del proletariato cognitivo: osteggiando esplicitamente il ricorso al reddito di cittadinanza – almeno quando non inteso come misura esclusivamente assistenziale; opponendosi ad ogni forma di quantitative easing for the people limitando le misure espansive di politica monetaria, che pure la BCE ha promosso, esclusivamente all’interno del circuito bancario; spostando il discorso politico verso derive identitarie e neo-autoritarie sempre più pronunciate. Tuttavia, di fronte alle scadenze elettorali, la strategia del comando si sdoppia e viene attraversata da una competizione minore, tutta interna alla governance, tra neosovranisti e forze capitaliste più aperte. Il problema è che si tratta di una burocrazia ormai debole – che può osteggiare la montata neofascista solo fino a che i suoi campioni politici garantiscono un consenso minimo e una tenuta nei governi. Ma – Trump e Brexit insegnano – in caso di emergenza di necessità si farebbe virtù. In altri termini: con buona pace dei cantori della forza destituente dei cosiddetti populismi, ad opporsi non sono una casta globalista e una vendicativa ondata plebea disposta a tutto pur di abbattere il muro della prigione europea. Ma due proposte che, in regolari elezioni, si candidano a governare il consiglio d’amministrazione del suddetto carcere, eventualmente privatizzandolo ed inasprendo le pene per i detenuti.

Fuori da questo disegno restano tuttavia energie preziose. Il passaggio si può cogliere solo distinguendo chiaramente la collocazione delle forze in campo. Da questo punto di vista occorre dire una volta e per tutte che neoliberisti e neosovranisti, servono – sul lungo periodo – lo stesso padrone. Perciò ripetiamo: non ci sono due modi di combattere nella crisi del neoliberismo – uno neosovranista e l’altro transnazionale. Ma due campi: quello del comando capitalista, sempre più disposto a ricorrere a barriere e confini, guerra, razzismo e violenza di stato; e quello del lavoro vivo, nella sua attuale composizione cognitiva e immateriale, transnazionale e migrante.

Un solo spazio di iniziativa.

Torniamo alla Francia, allora. Ci si potrebbe chiedere: ma se, limitandosi alla tattica elettorale, un eventuale accordo a sinistra basterebbe in questa instabile congiuntura a riaprire la contesa, perché i due candidati – attestati l’uno attorno al 10% e l’altro al 15% – non lo fanno? In parte ciò dipende probabilmente dal fatto che nessuno crede davvero che Marine Le Pen possa vincere le elezioni adesso. Il « richiamo all’antifascismo » viene dato per scontato, ma solo al secondo turno e rischia perciò – lo ha notato ancora Toni Negri – di tradursi in « tema unificante e, al solito, regressivo nella composizione dei fronti politici di classe ». Ma in realtà, una composizione offensiva della proposta a sinistra non avviene, in questo momento, perché Hamon e Mélenchon non condividono praticamente nulla sul piano politico: Europa, nuove forme del lavoro, diritti civili, Stato d’emergenza, repressione di Stato, razzismo, questione delle periferie segnano altrettanti capitoli di una profonda divergenza tra i due candidati.

La liberazione del tempo di vita permessa dallo sviluppo tecnologico, la crisi strutturale del sistema industriale e la trasformazione cognitiva della composizione di classe, sono considerati dei problemi dal leader della France Insoumise, il quale evoca ideologici ritorni alla pianificazione stato-nazionale dell’economia, al rilancio del sistema salariale classico, al pieno impiego – in fondo lo stesso programma di Marine Le Pen. Precondizione ideologica per il tardo riformismo di Mélenchon è il ricorso al più esacerbato sovranismo nazionalista – di nuovo con toni simili alla Le Pen – che lo porta di fatto a proporre di accelerare il processo di uscita della Francia dall’euro. Questa differenza di fondo poi, costringe la propaganda di Mélenchon a timidezze o silenzi sugli altri grandi temi che caratterizzano concretamente il presente: migrazioni di massa, assoluta urgenza di immaginare forme politiche post-statuali, rottura delle identità nazionali, nuovo welfare, etc.

Mentre Hamon incarna un programma ancora pienamente europeista e disposto a ragionare delle riforme istituzionali necessarie per rompere la gabbia delle oligarchie che governano l’Unione. D’altra parte, muovendosi al di fuori dei confini del riformismo socialdemocratico novecentesco, Hamon ha deciso di riconoscere quanto era già teoricamente e praticamente evidente da almeno un trentennio. La sua proposta coglie la riduzione del lavoro necessario dovuto allo sviluppo delle macchine e del digitale come un’opportunità per redistribuire la maggiore ricchezza prodotta sull’interezza del corpo sociale.

Rottura costituente.

Eppure sin qui siamo solo alla cronaca elettorale. Ma in basso lavora una divisione profonda – almeno quanto antica – della sinistra da corpi sociali tutt’altro che inermi. Mentre i partiti si sgretolano nelle loro divisioni, anche in Francia continua il lungo accumulo di esperienze di movimento che, dal dopo-Charlie si sono espresse con continuità: nei licei e nelle università attorno alla critica della riforma del lavoro, poi contro lo Stato d’Emergenza e adesso nella lotta antirazzista che si coagula in banlieue attorno ai casi di Adama Traoré e del giovane Théo. Ancora una volta lo ripetiamo: le stanche nenie sull’assenza di conflitti, sull’atomizzazione sociale ed esistenziale della società, sulla debolezza del precariato, sono del tutto infondate, quando non ormai esplicitamente reazionarie. Neppure si può lamentare che questi due livelli, politico-elettorale e di movimento non si parlino.

Per adesso diciamo così, in prima approssimazione: il problema non è tanto che i movimenti non si riconoscano nelle proposte politiche in campo, ma che non riescano a trovare al loro interno un punto di ricomposizione politica capace di investire eventualmente anche i processi elettorali. Manca il coraggio, difetta la fiducia in sé – che quella negli attori istituzionali sia in crisi pare solo un segno di saggezza proletaria. L’assoluta assenza di qualsivoglia credibilità delle organizzazioni della sinistra politica, del resto, non è cosa nuova. Piuttosto è l’effetto di scelte consapevoli e perseguite negli ultimi decenni dai partiti della cosiddetta sinistra.

Tuttavia questa situazione comporta un controeffetto pesante proprio sulla elaborazione di movimento. Se l’autonomizzarsi del politico all’interno della ristrutturazione capitalistica è sempre stato un terreno di polemica per i movimenti sociali, oggi, in mancanza di quel coraggio, di quella spregiudicatezza capace di collocare nel cuore dei tumulti il punto di vista di classe e quindi di una strategia direttamente politica, il dibattito di movimento tende a scivolare in un’afasia che raddoppia e conferma quella separatezza. La cosa è evidente – ci si permetta qui un esercizio di stile – persino sul piano culturale, con il rischio di un ripiegamento, non tanto nella cosiddetta variante populista (quella in Francia è pienamente praticata dal Front National, e con successo), ma in una impotenza rivendicata e scelta, teorizzata e assunta come destino. Ci ripromettiamo di tornare più diffusamente sul tema, ma adesso tentiamo di proporne un assaggio d’analisi.

Qualche settimana fa, a seguito di una partecipata assemblea organizzata a Montreuil dal collettivo Génération Ingouvernable, Serge Quadruppani ha ritenuto opportuno soddisfare l’intera gamma delle sue passioni tristi consacrando alla riunione un commento velenoso5. A far saltare i nervi dello scrittore è stato il fatto che all’interno di una discussione evidentemente articolata e piena di differenze, si fosse presentato anche il ragionamento che Davide Gallo Lassere ha raccolto in un pamphlet dedicato alla lotta contro la Loi du Travail.Al di là delle legittime antipatie di Quadruppani, è il fatto che Lassere provasse ad individuare attorno a due o tre punti – lotta contro i nuovi dispositivi di sfruttamento, salario sociale, antirazzismo6 – un terreno di ricomposizione politica dei movimenti ad esser considerato indigeribile. Con quali argomenti?

Quadruppani inizia la sua predica testimoniando l’importanza dei momenti di dibattito che in questi mesi si sono prodotti nelle diverse occasioni di piazza, durante i cortei e nelle assemblee. Ma definisce delle differenze: essenziali sono stati secondo lo scrittore i confronti dedicati alla «sofferenza degli animali» o all’urgente proposta di « abolire il lavoro» – immaginiamo perché entrambi testimoniano di una nuova apertura di spirito delle giovani generazioni verso l’onnipresente dominio del male sul mondo. Mentre disprezzabili sono gli altri: « una nuova costituzione? – scrive – Perché non discutere allora del colore delle mie mutande!». Certo, dice Quadruppani, non basta «convertire qualcuno al veganismo», per uscire dalla lunga notte reazionaria, ma va colta la differenza profonda, che si intravvede nel movimento francese, tra forme di vita che non vogliono più essere governate e l’inattaccabile Moloch che risulta dalla artificiosa « fabbricazione di bisogni» alienati, dalla «privatizzazione-mercificazione del vivente» e dall’ «estensione dello sfruttamento fino alla vita cellulare e a quella degli affetti».

Così procedendo, dopo una maldestra attribuzione accademica – come se Lassere fosse un vecchio barone o l’ennesimo esempio di quel deprecabile proletariato cognitivo tutto interno alla sussunzione reale della società nel capitale – e senza lesinare strali contro la tradizione autonoma italiana, che lo scrittore considera composta da « consiglieri del principe che sussurrano all’orecchio dei governanti che sarebbe forse il caso di aumentare un po’ la miseria concessa ai cittadini in cambio dello sfruttamento di tutto ciò che compone la loro vita », l’articolo si conclude con un invito a uscire tanto dal corruttivo circuito della redistribuzione della ricchezza, quanto dal suo correlato politico-elettorale, per accomodarsi in una « zona di non-diritto, senza lavoro e senza denaro». Ora è facile suggerire – non al principe, ma allo scrittore Quadruppani – che in quella zona abitiamo già tutti. E che è senza diritto perché è una zona di sfruttamento, senza soldi perché la ricchezza prodotta è succhiata dal profitto finanziario. Come sarebbe facile ridere sulla semplificazione del concetto di lavoro ch’egli usa in questa polemica. Ma si tratterebbe di discorsi che lasciano il tempo che trovano. Più interessante sarebbe, senza complessi e tristezze, iniziare a implementare una composizione politica autonoma, attorno a quei due tre punti di buonsenso che Lassere indica nel suo lavoro e che del resto emergono, come tutte le buone idee, non dalla solitudine della riflessione universitaria, ma da una lunga sedimentazione di lotte. Anche qui in Francia.

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  1. Wallerstein I., The Absolutely Unpredictable French Presidential Election, in http://iwallerstein.com/commentaries/ 

  2. Negri T., Hamon e il reddito di cittadinanza, in http://www.euronomade.info/?p=8790 

  3. Ibid. 

  4. Wallerstein I., Ibid. 

  5. Quadruppani S., L’époque opaque et ses ingouvernables – réflexions après un dimanche à Montreuil, qui

  6. Cfr. La risposta di Gallo-Lassere, qui