di TONI NEGRI.

(SEMINARIO LE PIATTAFORME DEL CAPITALE, MILANO, MACAO, 3-4 marzo)

1. Nel dibattito sull’impatto del digitale sulla società, prendendo atto che le tecnologie digitali hanno profondamente modificato il “modo di produrre”(oltre al conoscere e al comunicare), si presenta la solida ipotesi che il lavoratore, il produttore sia trasformato dall’uso della macchina digitale. La discussione sulle conseguenze psico-politiche delle macchine digitali è talmente larga che vale solo la pena di ricordarla, anche se i risultati cui queste ricerche pervengono sono altamente problematici. Essi normalmente concludono ad una sudditanza passiva del lavoratore alla macchina, ad un’alienazione generalizzata, all’epidemicità di malattie depressive, alla definizione di taylorismi algoritmici, e chi più ne ha più ne metta. Dentro queste catastrofiche novità, soffia il vecchio adagio nazista: “la terra su cui risiediamo ci si rivela come un morto distretto minerario e affetta l’uomo nella sua essenza”. Più sofisticato sembra ragionare sull’impatto del digitale chiedendosi se, ed eventualmente come, i corpi e le menti dei lavoratori si approprino della macchina digitale. Ricordando sommessamente che, se il nuovo impatto della macchina digitale sul produttore avviene sotto il comando del capitale, il produttore non solo cede valore al capitale costante nel corso del processo produttivo, ma, in quanto forza lavoro cognitiva, sia nel suo apporto produttivo singolare che nel suo uso cooperativo della macchina digitale, si connette a questa e può, quando la connessione si svolga nel flusso immateriale del lavoro cognitivo, confondersi con essa. Nel lavoro cognitivo, il lavoro vivo, pur soggetto al capitale fisso quando sviluppa la sua capacità produttiva, può investirlo, essendo di questo (capitale fisso) insieme materia e motore attivo. Conseguentemente, in ambito marxista, si è cominciato a parlare di “appropriazione di capitale fisso” da parte del lavoratore digitale, del produttore cognitivo. Quando si analizzino gli aumenti di produttività degli operatori digitali o, addirittura, le capacità produttive dei “nativi digitali”, questi temi e problemi vengono spontaneamente proposti. Costituiscono semplici metafore?

2. Ed in particolare sono semplici metafore politiche? Dicendo “appropriazione di capitale fisso” da parte dei produttori (in antagonismo con l’impresa che si muove per il profitto) si riprendono in effetti sollecitazioni che in campo filosofico e politico hanno avuto larga risonanza negli ultimi cinquant’anni. Nell’antropologia tedesca (di Plessner, Gehlen, Popitz) come nel materialismo francese (Simondon), nel femminismo materialista (Haraway e Braidotti) il meticciaggio uomo/macchina ha avuto larghi sviluppi. Basti qui ricordare la teoria guattariana degli agencements machiniques, che percorre un po’ tutto il suo pensiero e che in larga parte influisce sul disegno filosofico dei Mille plateaux. Probabilmente la cosa più importante, avvenuta all’interno di queste proposte filosofiche, è il fatto che il loro impianto – omogeneamente materialista pur nelle molte differenze nelle quali si presenta – ha mostrato le caratteristiche nuove, irriducibili a qualsiasi qualificazione passata. Certo, è da molto tempo che il materialismo non si presenta più nelle vesti nelle quali lo avevano epicamente elaborato gli autori dei Lumi, fra d’Holbach e Helvetius, e che ha assorbito dalla fisica novecentesca aspetti decisamente dinamici. Ora tuttavia esso si presenta, nelle teorie che abbiamo ricordato, caratterizzato da un’impronta “umanistica” – che, lungi dal rinnovare apologie idealiste dell’ “uomo”, è qualificato da un interesse al corpo, alla singolarità e alla densità di questo nel pensiero e nell’operare. Il materialismo si presenta oggi come teoria della produzione, largamente sbilanciata sugli aspetti cognitivi e sugli effetti di ibridazione cooperativa della produzione stessa. È il mutamento del modo di produrre, dal predominio del materiale all’egemonia dell’immateriale, che ha prodotto questi effetti sul pensiero filosofico? Non essendo adepto delle teorie del rispecchiamento, non lo credo – sono tuttavia convinto del concrescere del modo di produrre digitale e di questa forte modificazione della/nella tradizione materialista. Con una conseguente annotazione, che permette di avvicinare una risposta alla domanda posta inizialmente: “appropriazione di capitale fisso” è una metafora politica? Lo è sicuramente, quando da questa assunzione si trae, ad esempio, una definizione di “potenza”, in termini politici, eventualmente costituenti, e l’appropriazione di capitale fisso diviene la base analogica per la costruzione di un soggetto etico e/o politico, adeguato ad un’ontologia materialista del presente e ad una teleologia comunista dell’a-venire.

3. Non sempre tuttavia lo sviluppo del tema “appropriazione del capitale fisso” risulta essere metaforico. Cominciò Marx a mostrar quanto la sola collocazione del lavoratore a fronte (del comando) del mezzo di produzione ne modificasse, oltre alla capacità produttiva, la figura, la natura, l’ontologia. Classica è, da questo punto di vista, la narrazione marxiana del passaggio dalla “manifattura” alla “grande industria”. Nella manifattura c’è ancora un principio “soggettivo” nella divisione del lavoro – e ciò significa che l’operaio si è appropriato del processo produttivo dopo che il processo produttivo era stato adattato all’operaio (Il Capitale I, 2, pp. 36-37; 80-81); mentre invece nella grande industria la divisione del lavoro è solo “oggettiva”, viene eliminato l’uso soggettivo/artigiano della macchina (Il Capitale I, 2, pp. 169 e seguenti) e il macchinario si costituisce contro l’uomo (Il Capitale I, 2, pp. 117, 120, 128 e seguenti, 143-145), la macchina si mostra concorrente, antagonista all’operaio (Il Capitale II, 2, pp. 137-138, 143) o addirittura la macchina riduce l’operaio ad animale da lavoro (Il Capitale, III, 1, p. 122). E tuttavia in Marx c’è anche uno spunto diverso: egli riconosce che il lavoratore e il mezzo di lavoro si configurano anche come una costruzione ibrida (Il Capitale, I, 1, pp. 197-198) e che le condizioni del processo produttivo costituiscono in gran parte le condizioni di vita del lavoratore, la sua “forma di vita” (Il Capitale, III, 1, pp. 119, 122-124). Il concetto stesso di produttività del lavoro implica una stretta connessione dinamica tra capitale variabile e capitale fisso (Il Capitale, III, 1, pp. 263-264, 317-318) e le scoperte teoriche – soggiunge Marx – vengono riprese nel processo produttivo attraverso l’esperienza del lavoratore (Il Capitale, III, 1, p. 142). Più tardi concluderemo il discorso su come Marx stesso intuisca, ne Il Capitale, l’appropriazione del capitale fisso da parte del produttore.

Ora, sottolineiamo che l’analisi di Marx ne Il Capitale è comunque sottesa dalle argomentazioni del Grundrisse, e cioè dalla teorizzazione del General Intellect come materia e soggetto del processo produttivo: questa scoperta conduceva a mostrare quanto la materia cognitiva fosse centrale al produrre e come lo stesso concetto di capitale fisso ne fosse trasformato. Quando Marx proclama che il capitale fisso, che ne Il Capitale è normalmente inteso come complesso di macchine, è divenuto l’ “uomo stesso”, egli anticipa lo sviluppo del capitale nel nostro tempo. Sebbene il capitale fisso sia il prodotto del lavoro e nient’altro che lavoro appropriato dal capitale; sebbene l’accumulazione dell’attività scientifica e la produttività di quello che Marx chiama “intelletto sociale” siano incorporati nelle macchine sotto il  controllo del capitale; e infine, sebbene il capitale si appropri gratuitamente di tutto questo – ad un certo punto dello sviluppo capitalistico il lavoro vivo comincia ad esercitare il potere di invertire questa relazione. Il lavoro vivo comincia a mostrare la sua priorità rispetto al capitale e al management capitalista della produzione sociale, anche se questo non possa esser tratto necessariamente fuori dal processo. In altre parole, quando diviene un potere sociale sempre più largo, il lavoro vivo opera come attività sempre più indipendente, fuori dalle strutture disciplinari che il capitale comanda – non solo forza-lavoro ma anche, in modo più generale, attività vitale. Da un lato, l’attività umana e la sua intelligenza passate sono accumulate, cristallizzate come capitale fisso, ma dall’altro lato, rovesciando il flusso, i viventi umani sono capaci di riassorbire il capitale in se stessi e nella loro vita sociale. Il capitale fisso è l’ “uomo stesso” in entrambi i sensi.

Qui l’appropriazione di capitale fisso non è più una metafora ma diviene un dispositivo che la lotta di classe può assumere e che si impone come programma politico. Il capitale non è più,  infatti, in questo caso, un rapporto che oggettivamente include il produttore, imponendogli forzosamente il suo dominio – ma il rapporto capitalistico include, ora, una contraddizione ultima: quella di un produttore, di una classe di produttori che lo ha, parzialmente o totalmente, comunque effettivamente spossessato dei mezzi di produzione – imponendo se stessa come soggetto egemone. L’analogia con l’emersione del Terzo Stato nelle strutture dell’Ancien régime è condotta da Marx nella storicizzazione del rapporto di capitale, ed evidentemente si presenta in maniera esplosiva, rivoluzionaria.

4. A questo punto dobbiamo focalizzare le nuove figure del lavoro, specialmente quelle che nei social networks sono create dai lavoratori stessi. Sono questi i lavoratori le cui capacità produttive sono state drammaticamente accresciute dalla loro sempre più intensa cooperazione. Ora, guardiamo quello che succede qui. Il lavoro diviene, nella cooperazione, sempre più astratto dal capitale – esso ha cioè una più grande capacità di organizzare la produzione stessa, autonomamente e, in modo particolare, in relazione alle macchine, pur rimanendo subordinato ai meccanismi di estrazione del lavoro da parte del capitale. È questa autonomia la stessa che abbiamo riconosciuto nelle forme del lavoro autonomo nelle prime fasi della produzione capitalistica? Certamente no, a noi sembra. L’ipotesi è infatti che ora ci sia un grado di autonomia che non riguarda solo il processo di produzione ma si impone anche in senso ontologico – che il lavoro conquisti una consistenza ontologica anche quando esso sia completamente subordinato al comando capitalista. Come possiamo comprendere una situazione nella quale imprese produttive, temporalmente continue e spazialmente estese, ed invenzioni collettive e cooperative da parte dei lavoratori, finiscono per essere fissate come valore estratto dal capitale? È difficile se non ci si scrolla di dosso metodologie lineari e deterministe e non si assume un metodo che si articola attraverso dispositivi. Così si può riconoscere che questa è una situazione nella quale la relazione fra processi produttivi nelle mani dei lavoratori e i meccanismi capitalisti di valorizzazione e di comando sono sempre più ampiamente separati. Il lavoro ha raggiunto un tal livello di dignità e di potere che esso può potenzialmente rifiutare la forma di valorizzazione che gli è imposta e quindi, anche sotto comando, sviluppare la propria autonomia.

I crescenti poteri del lavoro possono essere riconosciuti non solo nell’espansione e nella crescente autonomia della cooperazione ma anche nella più grande importanza data ai poteri sociali e cognitivi del lavoro nelle strutture della produzione. Il primo elemento, una cooperazione espansa, è dovuto sicuramente all’incremento del contatto fisico tra i lavoratori digitali nella società informatizzata ma ancor di più (come da sempre Paolo Virno ci sollecita a pensare) alla formazione di una “intellettualità di massa”, animata da competenze linguistiche e culturali, da capacità affettive e da potenze digitali. Non è un caso, secondo elemento, che queste capacità e questa creatività del lavoro aumentino la produttività. Consideriamo, dunque, quanto il ruolo della conoscenza sia mutato nella storia delle relazioni fra capitale e lavoro. Come abbiamo già visto, nella fase della “manifattura”, la conoscenza dell’artigiano era impiegata ed assorbita nella produzione come una forza separata, isolata, quindi subordinata in una struttura organizzativa gerarchica. Nella fase della “grande industria”, di contro, gli operai erano considerati incapaci della conoscenza necessaria alla produzione, che era quindi  centralizzata nel management. Nella fase contemporanea del “General Intellect”, la conoscenza ha forma moltitudinaria nel processo produttivo, anche se, dal punto di vista del padrone, essa possa essere isolata come lo era la conoscenza artigiana nella manifattura. In realtà dal punto di vista del capitale rimane un enigma il modo in cui il lavoro si auto-organizza, anche quando questo diventa la base della produzione.

Per avanzare, un esempio: una potente figura del lavoro associato è oggi mascherata nel funzionamento degli algoritmi. Assieme alla propaganda incessante che afferma la necessità del comando capitalista e ai sermoni sull’introvabile alternativa a questo sistema di potere, spesso intendiamo l’elogio del ruolo dell’algoritmo. Ma che cos’è un algoritmo? In primo luogo, esso è capitale fisso, una macchina nata dall’intelligenza cooperativa sociale, un prodotto del General Intellect. Sebbene il valore di un’attività produttiva sia fissato nel processo sociale di estrazione del plus-lavoro da parte del capitale, non si deve dimenticare che la forza del lavoro vivo sta alla base di questo processo. Senza lavoro vivo non c’è algoritmo. E gli algoritmi presentano tuttavia anche numerose nuove caratteristiche: questo un secondo punto. Considerate Google’s PageRank, forse l’algoritmo meglio conosciuto e più generatore di profitto. Ora, il rank di una web page è determinato dal numero e dalla qualità dei links ed alta qualità significa un link ad una pagina che abbia essa stessa un alto rank. PageRank è dunque un meccanismo per incorporare il giudizio e il valore concesso dagli utilizzatori agli oggetti di Internet. “Ogni link è una concentrazione di intelligenza”, scrive Matteo Pasquinelli. Una differenza rilevante di algoritmi come quelli di Google’s PageRank consiste tuttavia nel fatto che laddove le macchine industriali cristallizzano l’intelligenza passata in forma relativamente fissa e statica, quegli algoritmi aggiungono continuamente intelligenza sociale ai risultati del passato, in modo da creare una dinamica aperta ed espansiva. Sembra che la macchina algoritmica sia essa stessa intelligente – ma non è vero; essa è invece aperta a continue modificazioni dell’umana intelligenza. Quando diciamo “macchine intelligenti”, noi dobbiamo comprendere: macchine continuamente capaci di assorbire intelligenza. Un secondo segno distintivo è che il processo di valore estrattivo stabilito da questi algoritmi è anch’esso aperto in maniera incrementale e socializzato in modo da escludere i confini tra il lavoro e la vita. Lo sanno bene gli utilizzatori di Google… . E, infine, un’altra differenza tra i processi produttivi studiati da Marx e questo genere di produzione di valore consiste nel fatto che la cooperazione oggi non è più imposta dal padrone ma generata nella relazione tra produttori. Oggi noi possiamo realmente parlare di una riappropriazione di capitale fisso da parte dei lavoratori e di un’integrazione delle macchine intelligenti sotto un autonomo controllo sociale – identificandolo, per esempio, in un processo di costruzione di algoritmi disposti all’auto-valorizzazione della cooperazione sociale e della riproduzione della vita.

Possiamo aggiungere che anche quando strumenti cibernetici e digitali siano utilizzati al servizio della valorizzazione capitalista, anche quando l’intelligenza sociale sia posta al lavoro e chiamata a produrre soggettività obbedienti, il capitale fisso è integrato nei corpi e nei cervelli dei lavoratori e diviene la loro seconda natura. Sempre, da quando la civiltà industriale è nata, i lavoratori hanno avuto una più intima ed interna conoscenza delle macchine e dei sistemi delle macchine, di quanto i capitalisti e i loro manager abbiano mai potuto avere. Oggi, questi processi di appropriazione operaia della conoscenza possono divenire decisivi. Essi non si realizzano semplicemente nei processi produttivi, ma sono intensificati e concretizzati attraverso la cooperazione produttiva nei processi vitali di circolazione e socializzazione. Gli operatori possono appropriarsi capitale fisso mentre lavorano e possono sviluppare questa appropriazione nelle loro relazioni sociali, cooperative e biopolitiche con altri lavoratori. Tutto questo determina una nuova natura produttiva, e cioè una nuova “forma di vita” che sta alla base del nuovo “modo di produrre”.

5. Per andare ancor più a fondo nell’argomento e per togliere quella sembianza utopica che, se non danneggia il nostro discorso, talora sembra confonderlo, consideriamo come alcuni studiosi del capitalismo cognitivo organizzano l’ipotesi dell’appropriazione del capitale fisso. Sarò brevissimo, citando Harvey che studia questa appropriazione attraverso l’analisi degli spazi di insediamento e di attraversamento delle metropoli da parte dei corpi messi al lavoro – spostamenti del capitale variabile che hanno effetti radicali sulle condizioni e sulle pratiche dei corpi sottomessi e tuttavia capaci di autonomi movimenti e di autonomia nell’organizzazione del lavoro. Questa analisi è tuttavia assai esteriore. Molto più incisiva è quella che Gorz a suo tempo suggeriva, rovesciando l’intreccio complesso di sfruttamento ed alienazione, nel sottolineare cioè che le potenze intellettuali della produzione si formano nel corpo sociale. La liberazione dall’alienazione sociale rilancia la capacità di agire soggettivamente/intellettualmente nella produzione. Man mano, procedendo su questa linea, non si stupisce scoprendo che oggi “la parte del capitale chiamato ‘intangibile’ (R&D ma anche educazione e sanità) supera quella del capitale materiale nello stock globale di capitale ed è divenuto l’elemento determinante della crescita economica” (Vercellone). Il capitale fisso appare ormai dentro ai corpi, inciso in essi ed a un tempo loro subordinato – tanto più lo sarà quando consideriamo “attività come la ricerca o i logiciels dove il lavoro non si cristallizza in un prodotto materiale separato dal lavoratore ma gli resta incorporato al cervello ed indissolubile dalla persone”. Laurent Baronian perviene infine ad un punto culminante quando, ritornando su Il Capitale e sull’analisi del rapporto produttivo, generalizza la potenza dei corpi e delle menti facendo della loro figura associata l’elemento qualificante il capitale fisso. Qui il capitale fisso è la cooperazione sociale. Qui le frontiere del rapporto fra lavoro vivo e lavoro morto (ovvero fra capitale variabile e capitale fisso) sono definitivamente confuse.

Infatti – così conclude Marx ne Il Capitale a questo proposito – se dal punto di vista del capitalista, capitale costante e capitale variabile si identificano sotto la voce di capitale  circolante (Il Capitale III, 1, pp. 62, 107-112, 197, 323) e se per il capitalista l’unica differenza essenziale è quella fra capitale fisso e capitale circolante (Il Capitale, III, 1, pp. 109-111, 197), ne consegue che, dal punto di vista del produttore, capitale costante e capitale circolante si identificano sotto la voce del capitale fisso e l’unica differenza essenziale è quella fra capitale variabile e capitale fisso: ora, è sul capitale fisso che il capitale variabile punta ogni suo interesse alla riappropriazione.

Le condizioni emancipative della cooperazione del lavoro vivo investono, dunque, ed occupano in maniera crescente gli spazi e le funzioni  del capitale fisso.

Ancora su questo punto – avanzando con Vercellone e Marazzi. Ciò che viene chiamato capitale immateriale o intellettuale è in realtà essenzialmente incorporato negli uomini e perciò corrisponde fondamentalmente alle facoltà intellettuali e creatrici della forza lavoro. Ci troviamo di fronte ad uno sconvolgimento degli stessi concetti di capitale costante e di composizione organica del capitale ereditati dal capitalismo industriale. Nel rapporto c/v che designa matematicamente la composizione organica sociale del capitale, è infatti v, la forza-lavoro, che appare come principale capitale fisso e, per riprendere un’espressione di Christian Marazzi, si presenta come “corpo-macchina” della “forza-lavoro”. Poiché, precisa Marazzi, “oltre a contenere la facoltà di lavoro, funge anche da contenitore delle funzioni tipiche del capitale fisso, dei mezzi di produzione in quanto sedimentazione di saperi codificati, conoscenze storicamente acquisite, grammatiche produttive, esperienze, insomma lavoro passato”.

6. Soggettività macchiniche: così, ad esempio, possiamo qualificare i giovani che entrano spontaneamente nel mondo digitale. Noi concepiamo il macchinico in contrasto non solo con il meccanico ma anche con una nozione di realtà tecnologica separata e persino opposta alla società umana. Félix Guattari spiega che laddove tradizionalmente il problema delle macchine è stato visto come secondario rispetto alla questione della techne e della tecnologia, noi dobbiamo piuttosto riconoscere che il problema delle macchine è primario e quello della tecnologia è solo successivo. Noi possiamo, continua, vedere la natura sociale della macchina: “da quando ‘la macchina’ si apre ad un ambiente macchinico e mantiene ogni sorta di relazione con i suoi costituenti sociali e con le soggettività individuali, il concetto di macchina tecnologica deve essere allargato a quello di agencements machiniques, di assemblaggi macchinici”. Il macchinico quindi non si riferisce mai ad una macchina individuale, isolata ma sempre ad un assemblaggio. Per comprendere questo cominciamo a pensare i sistemi meccanici, cioè le macchine connesse ed integrate con altre macchine. Aggiungiamo quindi le soggettività umane e immaginiamo gli umani integrati dentro relazioni macchiniche e macchine integrate dentro corpi umani e nell’umana società. E infine, Guattari assieme a Deleuze concepisce gli assemblaggi macchinici come progressivi, incorporanti ogni genere di elementi umani e di singolarità umane e non umane. Il concetto di macchinico in Deleuze/Guattari e poi, in una forma differente, il concetto di produzione in Foucault, colgono il bisogno di sviluppare, fuori da identità spiritualiste, soggettività di conoscenza ed azione e di dimostrare come esse emergano da produzioni materialmente connesse.

In termini economici, il macchinico appare chiaramente nelle soggettività che emergono quando il capitale fisso sia riappropriato dalla forza lavoro, cioè quando le macchine materiali ed immateriali e le conoscenze che cristallizzano la produzione sociale passata siano reintegrate nelle soggettività sociali che cooperano e producono nel presente. Gli assemblaggi macchinici vengono così in parte innestati e raccolti dalla nozione di “produzione antropogenetica”. Alcuni fra i più intelligenti economisti marxisti, da Robert Boyer e Christian Marazzi, caratterizzano la novità della produzione economica contemporanea – ed il passaggio dal fordismo al post-fordismo – concentrandosi su “la production de l’homme par l’homme” in contrasto con la nozione tradizionale di produzione di merci a mezzo di merci. La produzione di soggettività e le forme di vita divengono sempre più centrali nella valorizzazione capitalista e questa logica conduce direttamente alle nozioni di produzione cognitiva e biopolitica. Il macchinico estende ulteriormente questo modello antropogenetico al fine di incorporare varie singolarità non umane negli insiemi che produce e sono prodotti. In maniera più precisa: quando noi diciamo che il capitale fisso è riappropriato dai soggetti lavorativi, noi non diciamo semplicemente che esso diviene loro possesso ma piuttosto che esso è integrato in assemblaggi macchinici, costituenti soggettività.

Il macchinico è sempre un assemblaggio, una composizione dinamica dell’umano e di altri esseri, ma la potenza di queste nuove soggettività macchiniche è solamente virtuale finché questa potenza non sia attualizzata ed articolata nella cooperazione sociale e nel comune. Se infatti la riappropriazione del capitale fisso avesse luogo individualmente, trasferendo proprietà privata dall’un individuo all’altro, essa consisterebbe puramente in un togliere a Tizio per pagare Caio e non avrebbe alcun significato reale. Quando, al contrario, la ricchezza e la potenza produttiva del capitale fisso sia appropriata socialmente e dunque quand’essa sia traslata dalla proprietà privata al comune, allora il potere delle soggettività macchiniche e delle loro reti cooperative può essere pienamente attualizzato. La dinamica macchinica di assemblaggio, le forme produttive di cooperazione e la base ontologica del comune sono coinvolte nella maniera più stretta.

Quando guardiamo i giovani di oggi, assorbiti nel comune, determinati dai loro impegni macchinici nella cooperazione, dobbiamo riconoscere che la loro vera esistenza è resistenza. Che ne siano coscienti o no, essi producono resistenza. Il capitale è costretto a riconoscere questa dura verità. Esso può consolidare economicamente lo sviluppo di quel comune che è prodotto dalle soggettività, dalle quali esso estrae valore, ma il comune è solo costruito attraverso quelle forme di resistenza e quei processi che riappropriano capitale fisso. La contraddizione diviene sempre più chiara. “Sfrutta te stesso”, dice il capitale alle soggettività produttive, ed esse rispondono: “noi desideriamo valorizzare noi stessi, governare il comune che noi produciamo”. Alcun ostacolo di questo processo – e neppure il sospetto di virtuali ostacoli – possono impedire l’avvicinarsi dello scontro. Se il capitale può espropriare valore solo dalla cooperazione delle soggettività ed esse resistono allo sfruttamento, il capitale deve allora innalzare il livello del comando e mettere in atto operazioni di estrazione del valore dal comune sempre più arbitrarie e violente. È a questi passaggi che la tematica della riappropriazione del capitale fisso ci conduce.

 

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