di GIROLAMO DE MICHELE.

In un libro di letture per le classi terze dei centri rurali dall’emblematico titolo L’aratro e la spada del 1940 si trova questa poesia:

Dieci mesi: quattro denti
fermi nitidi lucenti;
quattro punte da cacciare
già nel pan che mamma affetta;
quattro spade da mostrare
al nemico che ti aspetta.
Quanto basta, figlio mio,
per campar, piacendo a Dio

In pochi versi si addensa un’intera filosofia di vita «completamente immersa nella lotta per l’esistenza contro i nemici che sono sempre in agguato minacciosi»: così, in Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento (ombre corte, 2016, pp. 128, € 13) commenta Gianluca Gabrielli, già autore di importanti studi sull’educazione scolastica fascista1. Il tema dei denti come arma è, del resto, rilevante: dalle letture reazionarie del darwinismo che vedevano nella dentizione il segno di quell’animalità irrazionale che mostra il retaggio della bestia si passa alle dottrine fasciste (si pensi a Gehlen), che vedono nelle istituzioni il solo freno possibile all’ingovernabilità degli istinti. Gabrielli ha il merito di mostrare come il programma fascista di «vigilare il destino della razza, curare la razza a cominciare dalla maternità e dall’infanzia» (Mussolini) si sia concretizzato in peculiari dispositivi disciplinari che iscrivono razzismo e nazionalismo entro un bio-potere che prendeva in gestione l’intera popolazione sin dalla prima infanzia, assicurando non solo la disciplina, ma soprattutto la regolazione della vita.
Ma anche, che il fascismo si è servito di immagini, discorsi, propagande che prendono le mosse con la guerra di Libia e la Grande Guerra: in questo modo, attraverso la designazione dell’altro come nemico connotato in senso razziale, si è assicurata, per dirla con Foucault, «la funzione della morte nell’economia del bio-potere in base al principio che la morte degli altri equivale al rafforzamento di sé stessi in quanto razza o popolazione». Aver richiamato l’attenzione sull’ordine del discorso razzistico della Grande Guerra rimosso – meglio: forcluso – dall’identità italiana è uno dei molti meriti di questo volume, che è collegato ad una esposizione didattica curata dallo stesso autore e distribuita da Pro Forma Memoria.

Dalle copertine di quaderni e diari alle esercitazioni paramilitari nelle scuole, dalla quotidianizzazione di oggetti come le maschere antigas e le bombe a mano, di giochi di guerra e di decaloghi differenziati per genere – il balilla deve sapere che “La Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina”, laddove la piccola italiana impara che “La patria si serve anche spazzando la propria casa” – si concretizzano la “democratizzazione” (Hobsbawn) e la “banalizzazione” (Mosse) della guerra: la guerra e la morte sono presenze costanti, dunque “banali”, nella tempo dell’infanzia. Ancor più che l’intuibile militarizzazione del gioco e delle attività sportive, è nei piccoli oggetti quotidiani che si mostra la pervasività del disciplinamento. Esemplare è il caso dei ricostituenti per l’infanzia (come il celebre Ovomaltina), che in principio costituiscono «una specie di risposta riflessa della borghesia verso i propri figli», messi in pericolo dal contatto con le classi sociali più povere; in seguito le loro réclame machiste – come quella in stile futurista riprodotta nel volume, che occupava il frontespizio di una pagella scolastica del 1937 – mostrano che l’infanzia è divenuta oggetto di interesse per lo Stato, e che il disciplinamento investe anche l’estetica del corpo: un sussidiario per la quinta classe sottolinea infatti che «La bella forma del nostro corpo è data dunque dai muscoli ed un atleta si distingue dalla forte muscolatura. Il corpo del poltrone è invece floscio, molle, brutto a vedersi con quelle spalle curve, quel petto incavato, la pelle grigiastra», e conclude, rivolgendosi al balilla: «Tu come diventerai, poiché conosci che dipende soltanto da te accrescere i tuoi muscoli e irrobustire le tue ossa?».

Questo pregevole studio ci mostra, insomma, che il fascismo non è solo un regime storicamente determinato con un inizio e una fine (chi così lo ha compreso ne ha capito davvero poco): è un ordine del discorso che non cessa con la caduta del Regime. E dunque, la lotta contro il fascismo è lotta contro il suo ordine del discorso: questo significa valorizzare quelle lotte svalutate come “lotte per i diritti” che invece individuano nel rovesciamento dell’ordine simbolico maschile, eterosessuale, bianco, occidentale il loro punto di attacco. D’altro canto, non va dimenticato che lo stesso socialismo ottocentesco (ma anche staliniano) non è stato immune da derive razzistiche: lo è stato solo quando ha posto il principio della trasformazione delle condizioni economiche come principio di trasformazione dello Stato (si veda l’ultima lezione del corso di Foucault Bisogna difendere la società).
Se al livello dei processi economici si sostituisce il discorso populistico, alla lotta di classe il “popolo che s’è rotto i coglioni” e la politica del vaffa, il razzismo riemerge: e libri come questo diventano ancora più urgenti e attuali.

questa recensione è stata pubblicata in formato più breve sul manifesto del 7 marzo 2017

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  1. Fra i quali: <em>La scuola fascista. Istituzioni, parole d’ordine e luoghi dell’immaginario</em>, a cura di Gianluca Gabrielli e Davide Montino – CESP, ombre corte 2009; <em>I</em> Problemi del fascismo<em>. Numeri come strumento di propaganda</em>, a cura di Gianluca Gabrielli e Maria Guerrini, Istituto Alcide Cervi, 2011.