di GIULIA VALPIONE.

C’è una differenza tra l’essere nel vero e il dire vero, secondo Canguilhem. E questa differenza è presente in Pierre Macherey, Il soggetto delle norme (pubblicato per Ombre Corte, curato da Girolamo De Michele, p. 215, 18 €) non solo nei termini espliciti con cui Macherey confronta lo storico del pensiero scientifico con l’“archeologo” Foucault. L’essere nel vero equivale a compiere rotture ed eversioni all’interno del regime delle idee acquisite sconvolgendo tra l’altro l’idea che la scienza e il sapere procedano accumulando verità in modo lineare e progressivo. Essere nel vero non garantisce di avere ragione: è la ricerca e la proposta di strumenti e concetti la cui efficacia e veridicità non è data per certa fin dall’inizio. Sperimentare, accettare che si possano imboccare vicoli ciechi e si commettano errori senza però arrendersi: questo è ciò a cui esorta Macherey in chiusura della bella intervista presente nel testo, in risposta ad un appunto di Negri e Revel presente nella postfazione de Il soggetto produttivo – già pubblicato nel 2013 per Ombre Corte1 e presente anche in questo ben più ampio volume.
Compiere eversioni nella ricerca filosofica e politica, produrre rotture la cui pertinenza non è garantita fin da principio; riprendere gli «impensati» della filosofia unendoli alle inchieste sul campo per elaborare strumenti atti a comprendere le trasformazioni del lavoro e le strutture del potere, con il fine di pensare le resistenze possibili; elaborare strategie politiche la cui efficacia è dimostrabile solo dopo averle praticate. È in questo orizzonte che si colloca la ricerca di Macherey.

La creatività del potere: la forza produttiva

Come leggere le dinamiche attuali del potere? E perché è così complicato pensare una resistenza contro di esso, al punto da far dire all’autore che il lavoro sia ancora quasi tutto da fare (p. 210)? Perché il potere attuale non è restrittivo, non è una semplice forza negativa contro cui opporsi con una forza di senso inverso, in altri termini, non ha la legge come proprio strumento caratteristico. Le leggi, strumenti degli Stati sovrani, sono restrizioni che si applicano a ciò che è, sono una forma indifferente all’oggetto su cui vengono applicate e ciò che non vi si sottomette viene sanzionato, seguendo una logica binaria d’esclusione stabilita una volta per tutte (andando così in parallelo ad una concezione della verità come adaequatio rei et intellectus, ci ricorda Macherey a p. 188); ma allo stesso tempo, per quanto possa essere violenta la loro imposizione, lascia uno spazio di libertà nel quale è possibile decidere (anche solo nei confini della propria coscienza) se obbedire o meno. Le regole giuridiche sanzionano, ma la servitù che esigono è sempre, in un qualche modo, volontaria (seguendo i termini del testo di de La Boétie, più volte citato da Macherey).
Le norme, invece, hanno un potere costituente e creano il campo in cui agiscono. In questo caso la regola prende gradualmente possesso dell’oggetto a cui si applica, trasformandolo in modo da far apparire il proprio esercizio naturale, neutrale e indipendente dalle decisioni umane. Esempi di questa creazione, che è contemporaneamente anche controllo e sfruttamento, si ritrovano nel dialogo che Macherey instaura fra Marx e Foucault attorno al concetto di forza lavoro, nato parallelamente alla società delle norme – non a caso: le norme non sono le leggi dello Stato, la cui genesi è precedente. Lo statuto d’esistenza della categoria di “forza”, al di là della mera costruzione intellettuale, è messo in dubbio da Comte, ma la sua efficacia è certa nel momento in cui il capitalista usa a proprio vantaggio la differenza tra lavoro e forza lavoro («la metafisica funziona a condizione di prenderla per il verso giusto, facendola entrare in fabbrica», si riassume con una bella e significativa espressione). L’invenzione cruciale del capitalismo, secondo Macherey, non è quindi la macchina a vapore che ha dato il via alla rivoluzione industriale, ma la forza produttiva, che non preesisteva al proprio sfruttamento e il cui uso (la sua trasformazione cioè da potenza ad atto) è ceduto dal lavoratore al capitalista che ne sfrutterà la capacità creatrice di valore ben oltre il valore necessario al mantenimento della forza lavoro a cui corrisponde il salario pattuito: per questa sua facoltà propulsiva, Macherey sottolinea che l’espressione corretta da usare non è “forza produttrice”, ma appunto “forza produttiva”.

Non si tratta però evidentemente di una semplice invenzione concettuale; la forza produttiva è il risultato «di una creazione tecnica collegata all’installazione di specifiche procedure di potere». Ed è qui che Macherey fa intervenire Foucault e il paradigma delle norme. Queste hanno una dimensione performativa che trasforma l’oggetto a cui si applica cogliendolo per come esso «può divenire, quando se ne migliorano le potenzialità». Mettendo al centro dello sfruttamento capitalista la forza produttiva, unendola alla normatività, è possibile spiegare come il capitalista eviti l’ostacolo dei limiti insuperabili nell’estrazione del plus valore assoluto, dati da un lato dall’impossibilità di allungare oltre le 24 ore la giornata lavorativa e dall’altro dalle proteste operaie che impongono una diminuzione del tempo di lavoro. Di fronte a questi limiti, il capitalista aumenta la produzione di plus valore relativo sfruttando le potenzialità della forza produttiva che possono essere intensificate se viene esercitata una pressione e un controllo. Attraverso le discipline si produce la forza lavoro «in quanto disposizione soggettiva oggettivamente uniformata alle condizioni di produzione» e la si potenzia permettendo di diminuire il valore della forza lavoro a cui si accompagna (paradossalmente, può sembrare) un aumento della «quantità di valore prodotto dall’attività produttiva». Ancora, l’estrazione di plus valore può aumentare anche attraverso la produzione di un altro concetto: il lavoro sociale, il quale non preesiste al proprio sfruttamento. Il lavoratore vende la sua forza lavoro personale, ma il capitalista lo inserisce, dandogli un posto nella fabbrica, all’interno di un lavoro più generale la cui produzione di valore è maggiore rispetto alla somma della produzione dei singoli salariati.

L’assoggettamento e l’infra-ideologia

Macherey_soggetto_normeLa creatività delle norme dà luogo anche all’assoggettamento (modo d’azione proprio delle norme), che costituisce i soggetti, i quali quindi non precedono l’azione delle norme stesse. Questo modo di interpretare il potere avvicina, secondo Macherey, Foucault ad Althusser che nell’ideologia vedeva appunto un processo di assoggettamento paragonabile perciò alle norme studiate da Foucault. Tanto l’ideologia quanto la norma si distinguono dalle tecniche di dominio che intervengono a cose fatte; norme ed ideologia elaborano «una configurazione globale» in cui c’è spazio solo per soggetti a cui non pre-esistono gli individui: «si è sempre-già-soggetto», riprendendo un’espressione di Althusser. Facendo giocare quest’ultimo con le critiche che Butler gli rivolge (in La vita psichica del potere) e con Fanon, Macherey ricorda come l’ideologia ha perso la propria forza nell’analisi filosofica e politica per il proprio carattere di idea e di rappresentazione, al posto della quale si preferisce invece sottolineare la violenza con cui il potere attraversa e disciplina i corpi. In questo testo si propone comunque di prenderla nuovamente in considerazione, coniando il termine «infra-ideologia». Questo vuole indicare la «manipolazione dell’ordine simbolico» proprio di una società delle norme, che è atta a nascondere che i soggetti sono il risultato di una produzione che funziona assegnando loro un posto all’interno di un campo di possibilità in cui sono attesi e in cui c’è spazio solo e unicamente per dei soggetti delle norme. Su questo processo artificiale l’ideologia poggia una maschera che lo fa apparire necessario, indipendente da una condizione storica del potere, in una parola: lo fa sembrare naturale. Termine non a caso, quest’ultimo, perché le norme esercitano così capillarmente il proprio potere grazie al fatto che l’uomo non ha una propria natura (che si vorrebbe rigida, immutabile, come una sostanza che funge da fondamento irremovibile), ma si muove nei termini della seconda natura. L’uomo non si dà nella fissa identità di una natura prima, ma nel gioco di ripetizioni e differenze delle abitudini sulle quali, proprio per la loro adattabilità e trasformabilità, rendono l’uomo duttile, penetrabile dalle norme che stabiliscono così ciò che bisogna essere (ben al di là del binario divieto-permesso) senza dover addurre spiegazione alcuna. Il loro dominio mira a non dover dare giustificazione, mostrandosi appunto come naturale; basti pensare al lavoratore che cede alla vendita (entro limiti temporali e spaziali) della propria forza lavoro, anziché sottrarsene, perché si ritiene “normale” e “naturale” tale sfruttamento.

La resistenza al possibile delle norme

Il potere delle norme è particolarmente insidioso per il suo statuto non meramente negativo, ma positivo – nel senso di creativo. Formando gli elementi che esse regolano, le norme ne determinano anche il campo di possibilità: se quindi le leggi si applicano ad un reale già dato, le norme «si esercitano sul possibile», trasformando gradualmente gli oggetti cui si applicano in direzione di ciò che essi possono divenire. L’assoggettamento non implica solo la costituzione di soggetti per le norme, ma anche che venga loro imposto un virtuale in cui essi si sviluppano dandogli realtà. Riprendendo Dreyfus e Rabinow (La ricerca di Michel Foucault) le norme sono lo strumento dell’azione di governo che significa: «strutturare il campo d’azione possibile degli altri».
Se il soggetto è il risultato delle norme, attraverso un assoggettamento che è «sempre già dato», è possibile pensare una resistenza? Secondo Macherey, sì. Anzi, è un compito che ci coinvolge tutti, perché i fenomeni del dominio «non sono mai a senso unico», ma contengono sempre la condizione del proprio rovesciamento. E allora bisogna mettere in conto che non si possa dare, in questa strutturazione del potere, una soluzione definitiva. Ci si deve muovere nella prospettiva di una continua lotta per il cambiamento e la trasformazione delle norme (parafrasando il Foucault di Qu’est-ce que la critique? del 1978, decidere in che modo essere governati), sperimentando ed inventando nuove forme per queste norme; attraverso lotte parziali, resistenze sparse da organizzare che contrastino lo sfruttamento e la povertà non chiedendo un ritorno alla sovranità – affidando le proprie speranze in uno Stato che in realtà è già messo fuori gioco dall’attuale struttura del potere. E allora le lotte devono farsi carico di inventare piani sovranazionali – si pensi a Ni una menos, la cui forza è data proprio dall’andare ben oltre la richiesta di tutela delle donne da parte di uno Stato. In questa direzione, Macherey suggerisce di approfittare delle peculiarità del soggetto che scaturisce dall’esaurimento del cogito (decretato da Foucault in Le parole e le cose), che quindi non ha identità sostanziale indipendente, ma che ha una forza creatrice (di nietzscheana memoria) che gli permette di darsi le sue proprie norme, diventando cioè in prima persona normativo imponendo un allentamento delle maglie del potere.

una versione più breve di questo testo è stata pubblicata sul manifesto del 14 marzo 2017 col titolo “La creatività insidiosa del dominio”

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  1. Si veda la recensione di Sandro Mezzadra per il manifesto del 13.06.2013, qui