di TONI NEGRI.

Ricordiamo quegli esercizi sportivi dove atleti alzano pesi sempre maggiori? C’è una pausa, un attimo lunghissimo fra il levare dal basso e il sollevare in alto quel peso. È questa pausa che va analizzata, è su questo intervallo che va portata l’attenzione quando si parli di sollevazione. È solo quando l’Halterophile avrà completato il suo sforzo che si potrà dire, come attesta il Dictionnaire Le Robert, “soulevé”. È finito il sollevamento, un sostantivo si sostituisce al verbo, un termine all’azione.

Dunque, dobbiamo concentrare l’attenzione su quella pausa che non è tale: è movimento in un breve spazio, quasi una sosta, una contrazione temporale – all’atleta le vene gli scoppiano sui muscoli e sul collo – è lo sforzo dell’oltremisura. Ormai non può più scegliere ma solo decidere, il suo gesto non conosce diversa opportunità né alternative, è un’espirazione, “soffio”. Come la creazione del mondo. Un dio? Quando nacquero i giochi di Olimpia lo si pensò. Eppure no, può non riuscire. Dobbiamo scoprire dove il movimento si arresta e lo sforzo fallisce, la differenza cioè fra pausa ed interruzione. Una volta definita la differenza, dobbiamo cercare di viverla dal di dentro, di comprenderla, di agire in essa.

Si rincorrono le immagini. Ecco Atlante. Tiene sulle spalle il cielo – lo ha sollevato, vorrebbe levarlo più in alto. Non può. Lì, nel divino giardino delle Esperidi, la pausa è diventata un’interruzione. L’Anánke si è sovrapposta alla sforzo del Titano: così ha voluto Zeus. Questo è un altro lato, dunque, tra il levare e il sollevare, la necessità che blocca. Anánke, ovvero la forza che qui traduce il peso in limite, e poi il limite in segno insuperabile della miseria umana, della morte sempre in agguato. Nell’Iliade Zeus pesa il Kér, l’anima di Achille e di Ettore e sulla bilancia quella di Achille sale e quella di Ettore discende agli inferi. C’è dunque una gravitazione che solo una gigantesca forza – ci illudiamo ancora! – potrà superare? Cerchiamo che quell’interruzione di nuovo diventi una pausa, non una sosta, una breve sospensione. Solo concentrandosi nello sforzo, il gesto si effettua. Si è realizzato un evento, da quella straordinaria potenza del gesto è data un’eccedenza di essere. È un gesto di forza ma – osserviamo – è prodotto come in un “soffio”.

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Riprendiamo questa trama da un punto di vista collettivo. Possiamo cogliere quell’essere nuovo, quell’eccedenza, quel “soffio” come esperienza collettiva? Certo. Anzi, quest’eccedenza assume potenza solo quando la produciamo insieme. Sollevarsi è un plurale e quell’evento è collettivo. Certo, ogni collettivo è costituito da individui ed il sollevamento da una moltitudine di singolarità, ma “vero” collettivo è quel passaggio che trasforma la pesantezza e l’insostenibilità del vivere nella decisione di sollevarsi, nello sforzo e nella felicità di farlo. Sollevarsi è sempre un’avventura collettiva, non esiste questa parola se è individualizzata. La scienza politica attesta questo fatto ed esige che il sovrano predisponga strumenti per la repressione della rivolta sempre in agguato. La scienza del capitale sa che l’evenienza della sommossa abita ogni luogo produttivo e che c’è valorizzazione solo quando quella potenza sia strappata alla sommossa, discriminata ed ordinata. Quando c’è sommossa la tensione collettiva si raccoglie – prima di esplodere – in un momento di pausa, in una sosta che rivela un travaglio incerto prima della decisione, per aprirsi all’azione. Tutti insieme. Se ciò avviene il tempo è divenuto felice.

Anche i poeti e i filosofi dislocano l’analisi di questo intervallo sul terreno sociale. Qui l’evento del sollevare si confonde con quello del sollevarsi e diventa un “soffio” collettivo potente.

Moi, j’ai la haine de la foule, du troupeau. Il me semble toujours ou stupide ou infâme d’atrocités. […] La foule ne m’a jamais plu que les jours d’émeute, et encore ! […] N’importe, ces jours-là il y a un grand souffle dans l’air. On se sent enivré par une poésie humaine, aussi large que celle de la nature, et plus ardente. (Gustave Flaubert à Louise Colet, 31 mars 1853).

De quoi se compose l’émeute? De rien et de tout. D’une électricité dégagée peu à peu, d’une flamme subitement jaillie, d’une force qui erre, d’un souffle qui passe. Ce souffle rencontre des têtes qui pensent, des cerveaux qui rêvent, des âmes qui souffrent, des passions qui brûlent, des misères qui hurlent, et les emporte. […] Quiconque a dans l’âme une révolte secrète contre un fait quelconque de l’Etat, de la vie ou du sort, confine à l’émeute, et, dès qu’elle paraît, commence à frissonner et à se sentir soulevé par le tourbillon. (V. Hugo, Les Misérables, Quatrième partie – L’idylle rue Plumet et l’épopée rue Saint-Denis, Livre dixième – Le 5 juin 1832).

On se soulève, c’est un fait; et c’est par là que la subjectivité (pas celle des grands hommes, mais celle de n’importe qui) s’introduit dans l’histoire et lui donne son souffle. (M. Foucault, Inutile de se soulever?, in Dits et écrits, II, p.793).

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Abbiamo sottolineato la differenza fra pausa/intervallo nel gesto e interruzione/rottura del gesto. Ora, l’interruzione può diventare luogo dell’utopia. Luogo negativo, raffigurato dalla rottura, appunto: quando non si sopporta il peso del sollevare e si rifugge dalla materialità di quell’operare. S’installa allora un desiderio vinto, frustrato, triste,  pauroso dal quale si sgancia un’idealità riparatrice. L’episodio della rottura si avvita sul drammatico rilievo dell’insolubilità del rapporto attesa/sollevazione, e ci si illude che il blocco possa essere ridotto in una prospettiva consolatoria di apocalisse ed esodo. E cioè: se questo mondo corre irresistibile verso la catastrofe di senso, la distruzione della natura e la fine della storia, e se è a tal punto corrotto, esso non può che terminare nell’apocalisse. La denuncia che va assieme alla disperazione, ha varianti di volta in volta mistiche o ciniche e quell’attesa della tragedia del mondo vede se stessa come esodo. Un esodo mistico, new age – oppure, meno frequente, un esodo politico: “ils veulent nous obliger à gouverner, nous ne céderons pas à cette provocation.” Ma dove, come, quando esodare? La risposta manca. Quei soggetti che non hanno in programma di sollevare se stessi nella rivolta si illudono che una mano magica li sollevi dalla catastrofe attesa. Vanno verso l’esodo come salvezza – in realtà costruiscono un’ansiosa fuga e si obbligano a una sorta di continenza della volontà.

È il luogo dell’ontologia negativa. Il tempo della pausa e lo spazio della sosta sono occupati da un angelo malevolo che ne distrugge la consistenza. L’utopia è apologia di una fuga nell’idea, una fuga impaziente che non misura la pesantezza ed il pericolo del fare. Che cosa resta del sollevamento pensato? Memoria, sofferenza, pentimento, resipiscenza… e dov’è più la soggettività? La nostalgia toglie il desiderio di ricominciare e deposita nell’anima stanchi residui di quell’esperienza antica. Al sollevarsi si è sostituita la percezione di uno schiacciamento del desiderio. L’anima trasuda viltà dinanzi alla difficoltà, e rifiuto del concreto.

Parallelamente si sviluppano mitologie – utopie di insurrezione e rivoluzione… “che vengono!”. Ma da dove vengono, quando, come? Sono insurrezioni che evitano la soggettivazione. È il vano “vorrei” dei giochi fanciulleschi e l’atrofia del desiderio degli adulti. La rivoluzione verrebbe dopo la catastrofe. Il “soffio” del sollevarsi è diventato la fiamma del drago che tutto incendia e non c’è un San Giorgio… “che venga”… a liberarci.

Divertente più che lugubre, è cogliere, abbracciati in questo destino, “marxisti della cattedra” e libertari dadaisti. Per gli uni il sollevarsi presuppone un crollo (del capitalismo) che va ragionevolmente a buon fine; per gli altri si cede a un catastrofico precipizio dal quale si risorgerà puri nell’anima! Centrale, necessaria è l’apocalisse – su ciò concordano. Non c’è più soggettivazione ed è caduta la capacità di lottare per cambiare il mondo, di sollevarsi non per il piacere del gesto ma per l’urgenza di un’azione trasformatrice.

Si scopre così che solo quando la soggettività è introdotta nella pausa, nell’intervallo, come motore  di sollevamento, la tensione del passaggio fra sollevare dal basso e sollevarsi al cielo può produrre azione.

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Ontologia negativa del sollevamento: ne abbiamo già sfiorato la definizione. Ma la comprenderemo meglio dopo aver risposto alla domanda: che cos’è un’ontologia positiva del sollevamento? Meglio detto: che cosa esige la definizione di sollevamento perché un’ontologia positiva possa qui svilupparsi?

Esige in primo luogo d’essere piantata in terra, innervata da passioni ed interessi, da volontà radicali e da desideri intesi al futuro. Di farsi, in secondo luogo, macchina di produzione di soggettività che mette insieme, in un “noi” attivo, un insieme di singolarità. Vi è sempre, fra il primo momento ed il secondo, un passaggio: ontologico, di spirito e di passioni, di materialità e bisogni fra un momento di rottura e un atto di costruzione. Ontologia negativa è invece quella che, separando i due momenti, assume vanamente le fattezze dell’uno o dell’altro. Ontologia positiva è quella che congiunge i due momenti, che pianta per terra quello che si solleva al cielo.

Chiediamoci: è possibile pensare sul ritmo e dal di dentro dei sollevamenti?  Black Out del 1977 a New York, sommossa del 1992 a Los Angeles, rivolta dei giovani delle banlieues francesi nel 2005 e riots inglesi del 2011, per esempio? Episodi tutti uguali. Si ribellano i giovani confinati negli spazi apartheid, condannati alla miseria ed al lavoro in condizioni brutali, stigmatizzati per facies o religione, discriminati dalla legge e perseguitati dalla polizia. Episodi tutti diversi perché legati alla specificità delle forme di repressione statale e alla rabbia e alla violenza dei soggetti in rivolta. In ognuno di questi episodi si libera l’indignazione morale e politica. Sgomberato il campo dalle forze della repressione, ci si appropria poi di beni di consumo e loisirs. Incendio e saccheggio. Scandalo? No davvero. Non sono angeli ma proletari quelli che si sollevano. Le ali sono pesanti ma non ne impediscono il volo.

Oppure sono migranti, che infrangono la legge – migranti per bisogno o per dissenso politico o rifugiati dalle guerre. Di nuovo è scandalo. Perché? Essi esercitano il diritto di fuga, una sacrosanta pretesa, legata a quella legge di sopravvivenza cui nessuno può rifiutarsi. Fuggono dalla miseria, vivono clandestini sans papiers dopo aver furtivamente o forzosamente traversato frontiere. Eppure è di nuovo scandalo: tolgono lavoro ai nativi, insozzano l’omogeneità della nazione – protestano i benestanti! Ebbene, quella fuga è un sollevamento.

Oppure le moltitudini che si rivoltano contro l’austerità e il debito che il regime neoliberale impone ai soggetti. Anche qui il sollevamento è piantato nella dura materialità del bisogno ed è questo che la moltitudine vuol soddisfare. Sollevarsi per trasformare la terra nella quale si è impiantati – occupare le piazze per liberarle dal controllo e dalla paura che il dominio produce – attaccare Wall Street per togliere legittimità al debito – denunciare i media, la loro invasività per costruire, di contro, verità – demistificare la rappresentanza politica per sollevarsi all’autogoverno.

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La sommossa si fa difficilmente insurrezione e la rivoluzione resta oltre la linea dell’orizzonte. Sulle migrazioni si abbattono difficoltà sempre più insormontabili. E il comando del denaro, del capitale finanziario si è alzato così in alto che il cammino della contestazione sembra impossibilitato a raggiungerlo. Spontaneità senza sbocchi, allora? No, perché nell’incendio e nel saccheggio, nel superamento delle frontiere, nella clandestinità della vita e nelle occupazioni non si esauriscono la cupiditas, il desiderio di libertà e di felicità – si eccitano piuttosto, soffrono il non-riuscire non come impotenza ma come duro limite da oltrepassare comunque. La prossima volta. Venceremos!

Vi è nell’ontologia del sollevamento una tale intensità di desiderio che esso produce soggettività estreme. Non matura le coscienze – le trasforma. Se le coscienze semplicemente maturassero, ci sarebbe evoluzione – ma non c’è; e ci dovrebbe essere a guidarle, chi è in possesso di una verità finale – ma non può esserci, perché quel fine non è uno svelamento ma è costruito nella lotta, e non è verità ma veridificazione. Sollevarsi trasforma le coscienze e in questo movimento le costituisce in forma nuova. Raccoglie bisogni e ne fa pretese, raccoglie affetti e ne fa desideri, volontà e le pone in una tensione di libertà. Corre una linea rossa fra il tentare la rottura dell’ordine esistente e il progetto di un mondo futuro: una linea che non è un processo ma un salto, che non ha un fine ma lo produce, così come produce sempre di nuovo soggettività ad esso adeguate. Dalla rottura alla costruzione la sommossa oltrepassa lo spazio che le divide. Soffre la pausa di un gesto che non è automatico: il sollevamento non è cieco. Chiedete a chi ha vissuto queste esperienze e ha partecipato alle passioni dei rivoltosi – vi dirà: ogni volta che accade, la rivolta è imprevista, ma sempre noi l’abbiamo organizzata. Ecco che cosa si rivela positivo nell’ontologia del sollevamento: il fatto che il “soffio” – pur improvviso – è stato costruito nell’esercizio collettivo della sofferenza e del desiderio.

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C’è il limite – lo abbiamo visto – e la sconfitta. Le esperienze di sconfitta sono brucianti. Tuttavia è a partire dal limite che si coglie il cammino percorso. C’è sconfitta del sollevamento – ma è anche il punto al quale si è arrivati, un terreno è stato conquistato, l’interruzione sfidata. C’è sempre un limite al sollevamento: l’atleta fa cadere l’attrezzo. Ma quel limite è anche il segno di qualcosa che è stato costruito, di un deposito ontologico. È un motore da riaccendere o da restaurare.

Abbiamo dietro di noi quasi due secoli di sollevamenti operai. Vanno dal giugno 1848 – “quei giorni per sempre maledetti dalla borghesia”, dice Marx – alla Comune del 1871, dal 1905 al 1917, fino ai cicli di lotta che ancora illustrano la nostra esistenza: da ultimo i movimenti altermondialisti e le “primavere” dell’indignazione. Quelle lotte rappresentano il paradigma di un movimento che cresce, continua, si approfondisce, anche attraverso sconfitte. Quanta dialettica del negativo è stata rovesciata su questo cammino di lotte: un passato di catastrofi? No, qui non può fermarsi il ragionamento. L’Angelus Novus non è teologia del passato ma ontologia del presente, dell’a-venire. C’è una specie di allenamento secolare che porta le moltitudini a scuotere i limiti del potere con sempre maggior forza. Le sconfitte costituiscono un deposito e il deposito è vivente. Non sono cose inerti ma passioni che continuano a produrre soggettività, produzioni che non riescono a esser fermate. Sconfitta significa anche indicazione di una forza sotterranea sempre capace di sollevarsi in superficie.

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Si parla dell’indignazione come elemento scatenante delle sommosse. È vero, ma è solo quando la passione triste dell’indignato ritrova quella potenza ontologica che vite di lotta hanno depositato. È solo allora che il sollevamento si realizza. Ed è entusiasmante, per il militante, vedere come nella storicità concreta, nell’immaginazione produttiva, il testimone passi dalle jacqueries contadine all’insurrezione operaia, dalla sommossa delle seconde generazioni immigrate alle occupazioni dei precari indignati. C’è un contenuto comune, un’ansia di libertà che vive nella continuità dei sollevamenti: il “soffio” di un corpo che non accetta più di soffrire.

Quel paradigma operaio del sollevamento chiede come suo compimento l’azione costituente. Questo passaggio dalla sollevazione al desiderio costituente è piantato nell’ontologia, ed è perciò una passione gioiosa. Nell’Ethica spinoziana le passioni tristi non possono farsi motore di una produzione di nuovo essere mentre le passioni gioiose determinano il passaggio dall’odio determinato dall’indignazione, dal dolore della sconfitta all’esplosione costruttiva della cupiditas ed al suo affermarsi costituente. L’indignazione può essere base ma mai un terminale, occasione ma mai motore. L’indignazione partecipa ancora di un’ontologia negativa. Di un’ontologia positiva, costituente parla invece quel paradigma che soffia dalla Commune ai Soviet, dalle insorgenze metropolitane alle “primavere” del nuovo proletariato. Il paradigma produce istituzione. Ma che cos’è istituzione nel movimento dell’atleta che solleva pesi? È quella concentrazione intellettuale, quella tensione muscolare che impedisce alla sosta di essere interruzione del gesto. È lo sviluppo interiore della potenza. Neppure l’Halterophile se l’aspettava di raggiungere quell’altissimo traguardo… ma l’aveva organizzato. Organizzare è scoprire l’eccedenza del deposito ontologico e metterlo al servizio della sommossa, dell’espressione costituente.

Sollevarsi, dunque, scatena i bisogni di sopravvivenza, la resistenza etica e l’indignazione politica contro il potere; apre processi soggettivi che producono intensi gesti di rottura; vuole fissare il risultato delle lotte, iscrivendolo in una costituzione. Solo così può travolgere e distruggere il nemico, e quando non vi riesce, semina desideri indistruttibili di liberazione sui territori, costruisce depositi ontologici per un nuovo sollevarsi.

“Spogliateci tutti ignudi: voi ci vedrete simili”: così Machiavelli fa dire a un anonimo ribelle della rivolta dei Ciompi contro il popolo grasso; “rivestite noi delle vesti loro ed eglino delle nostre”, così continua l’anonimo agitatore rivolgendosi ai ricchi proprietari delle manifatture della lana: “noi senza dubio nobili ed eglino ignobili parranno”. Non c’è alcuna ragione per cui i poveri provino rimorso per la violenza della loro ribellione dato che “dove è, come è in noi, la paura della fame e delle carceri, non può né debbe quella dell’inferno capere”. I servi fedeli sono sempre servi e gli uomini buoni sono sempre poveri. È venuto il momento, egli dice: “non solamente di liberarsi da loro, ma di diventare in tanto loro superiore, ch’eglino abbiano più a dolersi e temere da voi che voi di loro”. (N. Machiavelli, Historiae fiorentine, in Tutte le opere, Sansoni, Firenze, 1992, pp.701-702)

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Ma morale théorique est […] «antistratégique»: être respectueux quand une singularité se soulève, intransigeant dès que le pouvoir enfreint l’universel. Choix simple, ouvrage malaisé : car il faut tout à la fois guetter, un peu au-dessous de l’histoire, ce qui la rompt et l’agit, et veiller un peu en arrière de la politique sur ce qui doit inconditionnellement la limiter. Après tout, c’est mon travail; je ne suis ni le premier ni le seul à le faire. Mais je l’ai choisi. (M. Foucault, Inutile de se soulever?, in Dits et écrits, II, p.794).

Così Foucault contro chi lo accusa di aver fatto l’apologia di una rivoluzione perversa, quella iraniana.

Che il sollevamento possa mal terminare, lo sappiamo. La storia non permette il minimo errore, essa è fatta di impercettibili contigue differenze. È il “soffio” che compone le singolarità, da senso al loro progetto e fa del sollevamento una potenza creativa. Ma se il “soffio” cade, i minimi errori diventano agenti distruttivi. Eppure noi, nell’esperienza del sollevamento, continuiamo a ricercarne lo spirito costituente. Vari elementi vi confluiscono:

– Una pratica, innanzitutto. C’è un kairós pratico che sboccia, una freccia che parte, una slavina che compone – non si sa bene che cosa sia. Come nella parresia cinica dove fare il vero è produrlo – costruendo attraverso l’impegno della soggettività un “noi” attivo nella storia. Un “noi” complesso perché è un insieme di singolarità, una moltitudine di differenze: in ciò consiste la sua potenza. E non è un’attività generica, la sua: il dire è generativo del “noi”, il fare generativo di soggettività.

– Due: la presa di parola. Nel sollevarsi corre sempre la parola. Il sollevamento è linguistico, performativo, è sì un passaggio dal dire al fare ma senza il dire non ci sarebbe. Un manifesto, una scritta, un messaggio, un simbolo, una bandiera oppure un semplice scuotere le mani per chiedere o approvare, oppure un pugno chiuso – queste sono parole.

– L’esercizio della forza. La pratica del gesto e la presa di parola attaccano e trasformano e oltrepassano i limiti del nostro esistere. Questa produzione di soggettività genera violenza. Una violenza indirizzata a distruggere la legittimità di ogni istituzione che pretende di esercitare un comando disumano sulla nostra umanità. Si tratta di “una violenza d’altro genere” – dice Benjamin – svincolata dalla collera dello Stato e del padrone, una violenza immediata, distruttiva del potere ma pura e purificante:

Per l’assenza di ogni creazione di diritto […] è lecito chiamare distruttiva questa violenza ; ma essa lo è solo relativamente, in rapporto ai beni, al diritto, alla vita e simili, e mai assolutamente in rapporto alla vita del vivente. (W. Benjamin, Per la critica della violenza, in Angelus Novus, Einaudi, Torino, 1962, p.27)

La presa di parola che ha costruito nel sollevamento un “noi” e che ne ha mostrato la violenza trasformatrice, vuol poi di nuovo passare dal fare al dire, per stabilire una costituzione. Ma di qual costituzione si potrà mai parlare se, per potere costituito, intendiamo blocco e fissazione dell’attività costituente? Se il rapporto fra sollevamento della libertà ed efficacia di una sempre nuova presa di parola è chiuso nelle maglie strette di una – pretesa indistruttibile – organizzazione di potere? Il sollevamento, come capacità di resistere e di trasformare il contesto della vita, taglia corto con la fissazione del potere. La disciplina dell’organizzazione del lavoro sarà distrutta – anche violentemente – dall’auto-valorizzazione delle singolarità, stabilita all’interno della cooperazione sociale. “Diritto all’autodeterminazione”, “diritto di avere diritti”: questo è il gigantesco passo in avanti che nutre il sollevarsi. E poi l’impenetrabilità del confine, il divieto della frontiera saranno giustamente oltrepassati dal migrante, che costituisce così un “diritto di fuga”. E il “diritto al comune” contro la proprietà privata: questo è l’altro grande obiettivo del sollevarsi.

Nel sollevamento la proprietà privata è sempre additata per quello che realmente è: egoismo, violenza indiscriminata, uso e abuso delle cose e degli uomini, possesso e sopraffazione di ogni bene. Distruzione e saccheggio della proprietà privata, che si mostrano negli eccessi del sollevamento, rivelano così una sacrosanta richiesta del comune, di un “diritto del comune” che legittimi ogni equo bisogno sociale. Il sollevamento è “potenza divina”, dice Benjamin, potenza intrattenibile di libertà. Perché non immaginare costituzioni che affermino, come presupposto la priorità dell’auto-valorizzazione singolare (nel lavoro collettivo) e la costruzione del comune e la distruzione della proprietà privata?

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Ma ci siamo perduti nelle stelle. Riscendiamo fra noi dove sollevarsi è il sale della terra. Sollevazione = resistenza, lo abbiamo visto. Ma riconquistiamo anche le nuances di questi gesti. Il sollevamento produce performances che vanno, discendendo e risalendo, dall’espressione di un contropotere costituente fino al più minuto “no” detto contro il comando. Integriamo dunque la semplice “differenza” al nostro quadro: differenza = resistenza = sollevazione. Potrà essere un sorriso?

Nei Souvenirs di Alexis de Tocqueville si narra di una giornata del giugno 1848. Siamo all’ora della cena, in un bell’appartamento della rive gauche, VII arrondissement. La famiglia Tocqueville è riunita. Nella dolce serata, tuttavia, improvvise risuonano le cannonate che la borghesia tira contro la canaglia operaia insorta – rumori lontani, dalla rive droite. Attorno alla tavola si fa il gelo, un silenzio teso, preoccupato. Ma ad una giovane cameriera, che serve in tavola e che arriva dal Faubourg Saint-Antoine insorto, sfugge un sorriso. Viene immediatamente licenziata. Non v’era forse, in quel sorriso, il vero segno della sollevazione? Quello cha atterriva gli Zar, il Papa… e il Sieur de Tocqueville? Non v’era il “soffio” della gioia che costituisce la scintilla della liberazione?

(Parigi 15 gennaio 2016)

 

 

 

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