Liu Xiaobo, premio Nobel cinese per la pace 2010, è morto ieri, mentre era ancora sottoposto a un regime carcerario. Riprendiamo qui – dal manifesto di oggi, 14 luglio 2017 – l’articolo di Simone Pieranni.

di SIMONE PIERANNI. Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010, è morto oggi.

Dopo essere stato ricoverato in ospedale nelle scorse settimane – in carcere gli era stato diagnosticato un tumore al fegato in fase terminale – la sua situazione si è aggravata nelle ultime ore, fino al suo decesso.

SECONDO IL BOLLETTINO medico rilasciato ieri dall’ospedale di Shenyang, vicino alla prigione dove era detenuto, Liu Xiaobo, 61 anni, sarebbe stato costretto alla dialisi e sottoposto a trasfusioni di plasma. Liu avrebbe sofferto di «insufficienza respiratoria» ma la famiglia avrebbe «rifiutato l’intubazione tracheale». Mentre la sua vita era in bilico, si è riaccesa la polemica tra occidente e Cina: gli Usa, la Gran Bretagna e la Germania hanno chiesto la sua liberazione e la possibilità di sottoporlo a cure all’estero, come avrebbe anche auspicato nei giorni scorsi la moglie Liu Xia, ai domiciliari a Pechino.

Liu Xiaobo non era libero: se avesse superato la crisi sarebbe tornato in carcere.

LA CINA ha risposto come sempre risponde di fronte a quelle che ritiene siano ingerenze «nei propri affari interni». Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti. Il nuovo scontro diplomatico sulla pelle dell’intellettuale, poeta e critico letterario cinese, ha riacceso una polemica che dura da anni, ma non ha assolutamente permesso di capire più a fondo quale sia stata la proposta politica di Liu Xiaobo.

Condivisibile o meno, dovrebbe essere la sua produzione letteraria e politica ad averne causato da un lato l’arresto con l’accusa di «sovversione dello stato» e dall’altro il premio Nobel per la pace. A questo si aggiunge che spesso sui media mainstream il termine «dissidente» viene usato semplificando la complessità di tutte le forme di opposizione al Pcc che negli anni si sono presentate.

Liu Xiaobo venne arrestato nel 2008 a seguito della pubblicazione di Charta08, un documento – che ricordava la Charta prodotta dai dissidenti cecoslovacchi negli anni ’70 – di durissima critica nei confronti del Partito comunista.

IN CHARTA08 oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese.

Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese.
La dirigenza del Pcc si trovò di fronte a un dilemma: arrestare Liu, considerato il promotore del documento, e consegnarlo al martirio che sarebbe stato sicuramente supportato dall’Occidente, o lasciarlo libero rischiando che le sue idee potessero prendere piede? La Cina optò per l’arresto: prima di Liu altri firmatari vennero fermati o invitati a «bersi un tè» nelle questure locali.

MA SOLO LIU XIAOBO venne colpito con una condanna durissima: undici anni per aver tentato di «sovvertire lo stato». L’intento del Pcc era dimostrare alle sacche di opposizione, che certi limiti non andavano superati e che la repressione non temeva neanche l’opinione pubblica mondiale. Del resto, se in Europa il 2008 fu l’inizio della crisi, in Cina fu il periodo della crescita a doppia cifra. Pechino sapeva bene, dunque, di poter contare sul proprio smart power, una forma di soft power di natura più economica, per sbarrare la strada a un Occidente che avrebbe condannato l’arresto.

INCARCERANDO l’intellettuale, però, la Cina ha impedito che si potessero anche criticare alcune uscite di Liu Xiaobo. Nel 2010 sul Guardian Berry Sautman (un autore spesso favorevole alle politiche cinesi) in un articolo intitolato «Chi sostiene Liu Xiaobo conosce davvero le sue battaglie?», scriveva che «imprigionarlo era assolutamente non necessario. Se le idee politiche di Liu fossero state davvero conosciute, la maggior parte delle persone non lo avrebbe sostenuto». Sautman ricorda alcune posizioni di Liu espresse nel tempo, a favore della guerra di Bush in Iraq, a favore di Israele e ancora dichiarazioni molto provocatorie sulla necessità di una «occidentalizzazione» della Cina da ottenere anche attraverso una fase di colonizzazione.

SI TRATTA DI «USCITE» di Liu che spesso hanno lasciato perplessi anche chi lo ha sempre giustificato, intendendo quelle frasi come una necessaria volontà di provocare e provare a smuovere le acque.

Di sicuro – dalla lettura di alcune delle sue opere principali – Liu Xiaobo ha un concetto di democrazia molto occidentale e liberale, tendente al liberismo in materia economica.
Nei suoi scritti Liu Xiaobo ha sempre sottolineato l’importanza di attivare veri processi democratici. In Changing the regime by changing the state, del 2006, le frasi sprezzanti dette in precedenza da Liu su una supposta inabilità dei cinesi a rivoltarsi o a concepirsi democratici, cambia: l’intellettuale sottolinea come di fronte a un sistema autoritario, la popolazione cominci invece ad avere desideri che mal si conciliano con la leadership.

NON MANCA LA CRITICA al cinismo e all’assenza di valori della Cina contemporanea: in questa caso Liu Xiaobo non dice niente che non sia già stato ampiamente scritto, tanto in articoli di giornale, quanto nella letteratura.

In The Spiritual Landscape of the urban young in post totalitarian China, pamphlet presente nella raccolta No enemies No hartred, pubblicata nel 2010, Liu Xiaobo scrive che «la Cina è entrata nell’era del cinismo, nella quale le persone non credono più a niente. Perfino i funzionari del partito non credono più alla retorica del partito». Liu Xiaobo ha una storia politica che risale agli anni ’80 in Cina. E dire che durante l’inizio delle proteste del 1989 Liu si trovava a New York a fare l’insegnante al Bernard College. Tornò in Cina subito.

E QUANDO LI PENG impose la legge marziale, fu lui a negoziare con l’esercito per garantire una via d’uscita per gli studenti. Poi dopo il massacro compiuto dall’esercito nei dintorni della Tiananmen, Liu Xiaobo venne arrestato. Quando fu rilasciato ebbe l’occasione di poter uscire dalla Cina, molti paesi glielo proposero, lui rifiutò sempre. Nel 1990 diventa direttore della rivista «Cina democratica» (Minzhu Zhongguo).

Il suo percorso fu quindi deciso: da lì in avanti fu controllato ogni giorno, arrestato, fermato (1995-1996, 1996-1999 prima del 2009) e la sua opera censurata: anche per questo Liu Xiaobo non è molto popolare in Cina, esattamente come i fatti del 1989. La sua vita e quella della moglie Liu Xia divenne un’esistenza nelle mani delle forze di polizia e dei solerti funzionari del partito comunista occupati al «mantenimento della stabilità».

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