di FANT PRECARIO.

I – CHI SEMO? DA DOVE VENIMO?

Circola una strana storia a proposito di un incidente capitato durante uno degli ultimi spettacoli di Syd Barrett con i Pink Floyd. Dopo un lungo intervallo, il gruppo aveva deciso di tornare in scena (ci sono molte controversie sul luogo in cui tutto questo sarebbe accaduto); ad ogni modo tutti tornarono in scena meno Barrett, che rimase nel camerino cercando maniacalmente di sistemare la sua folle pettinatura di quel momento. Mentre i suoi amici accordavano, Barrett, più disperato che mai, vuotò il contenuto di una boccetta di Mandrax, ruppe le pillole in piccoli pezzi e mescolò le briciole a un vasetto pieno di brillantina. Poi si versò questa massa coagulata sulla testa, afferrò la Telecaster e si diresse verso il palcoscenico. Mentre suonava nel solito modo incoerente, incostante e quasi caotico, la miscela di Mandrax e brillantina si spappolava per l’intenso calore delle luci di scena, colando giù per i suoi capelli fino a far sembrare la sua faccia una maschera deforme
(Nick Kent, Syd Barrett, su “New Musical Express Year Book”, 1974).

II – PROLOGO (A VALERE IN OGNI OCCASIONE ANCHE PER LA NON CREDUTA IPOTESI DI ULTERIORI RICERCHE)

1. Triste storia quella dell’operaio massa perseguitato in vita, elevato da morto a giustificazione dell’odierna insipienza tanto dai movimenti che dai servi di regime quanto dai fomentatori di odio e dissennatezza che vedono nella negazione di ogni autonomia e soggettivazione un nuovo orizzonte di gloria merdosa.

Gli ultimi esiti elettorali del mondo occidentale, ad esempio, vedono l’operaio massa al centro di vibranti discussioni del tipo «è l’operaio dello Utah, stanco di essere trascurato che ha portato alla vittoria trump, che quindi è espressione proletaria in odio alle pluto-giudaico-massoniche-femministe/isteriche Hilary», oppure «l’operaio della Marna che già votava PCF abbandona il partito e si getta nella rivincita lepen-melanchonica», che te, ti guardi, pelato e impotente, guardi tua moglie spaventosamente ingrassata, il tinello lacero, la copia dei Grundrisse sempre carica e ti lasci scappare un porcoddio che tua figlia chiude le orecchie alle bambine, perché le figlie dei ricercatori “in carriera” debbono restare immuni dalla rabbia anemica dei nonni, salvo poi mungere la pensione per imbarcarsi in stages tanto roboanti quanto improbabili, che se pensassero ad assaltare la Cassa Depositi e Prestiti magari….

Peccato che le mazzate all’operaio bianco-fordista le abbiano date proprio quelli che ora guardano e leggono (!?!) sgomenti o tronfi un dato falso e inesistente. La ristrutturazione, la maledetta Maggie, Romiti & CGIL/CISL/UIL sono assolti, la repressione che ci è toccata ora cade sui migranti in prospettiva unica potenza da domare preliminarmente, perché poi chissà quante piazze Statuto funkadeliche (perché il capitale ha la memoria lunga, al contrario dei rossobruni d’ogni epoca).

Ma questa lettura, vera e mi ci gioco il camparino a braccio di ferro (tipo “over the top”, perché questa è l’immagine dell’operaio che l’internazionale cialtrona intende riportare a galla, tipo l’Andrea Doria, 50 anni dopo la sua morte) con tutti i “Giacché” (se ne dica, siano asciutti che “Bagnai”) è riduttiva e annichilisce la felicità che l’operaio godeva/dava a bordo di pudiche lambrette o incipienti 850 FIAT, ad azzannare pane e aglio su assolate spiagge, previe e consequenziali enormi code al casello di Recco o Arenzano per andare/tornare dal mare di Vesima o di punta Sant’Anna.

2. Partiamo dalla fine. Perchè l’operaio nella sua immane potenza defunta fa ancora paura:

Eppure Barrett è ancora vivo e in circolazione. Ogni tanto fa la sua apparizione alla Lupus Music, la casa editrice musicale che ha sede a Londra in Berkeley Square e che, controllando i suoi diritti d’autore, lo ha mantenuto in questi ultimi anni di inattività in condizioni finanziarie abbastanza modeste. Durante una delle sue ultime visite (probabilmente l’unico contatto reale di Barrett con il mondo esterno) Brian Morrison, il manager della Lupus, ha insistito perché Barrett scrivesse qualche nuova canzone. Malgrado tutto, la richiesta di materiale di Syd Barrett è notevole in questo periodo e la EMI è pronta a sbattere il ragazzo in studio, produttore al seguito, in ogni momento possibile. Barrett ha risposto che no, non aveva scritto niente ma era disposto a produrre seriamente qualcosa. La settimana scorsa si è ripresentato in ufficio. Quando gli è stato chiesto se avesse scritto qualche nuovo motivo, ha risposto nel suo abituale stato confusionale, con i capelli ricresciuti approssimativamente dopo l’ultima rasata: “No”. E prontamente è scomparso di nuovo.
Questa routine dura ormai da anni. D’altra parte, l’impressione è che Barrett si faccia vivo alla Lupus solo quando l’affitto è scaduto o quando vuole comprarsi una nuova chitarra (un lusso, questo, che a un certo punto è diventato un’ossessione e di conseguenza è stato ridimensionato).
Barrett passa il resto del suo tempo stravaccato davanti a una grande TV a colori, nelle due stanze del suo appartamento nel cuore di Chelsea, oppure camminando senza meta per le vie di Londra. Recentemente frequentava un negozio di vestiti in King’s Road, dove qualcuno lo ha visto provarsi tre misure diverse dello stesso tipo di pantaloni, dicendo che gli cadevano tutti perfettamente, e poi scomparire di nuovo, senza comprare niente.
Tutta la storia di Syd Barrett è così: un’immensa tragedia costellata da tanti e tali aspetti ridicoli e comici che potresti essere facilmente tentato dall’idea di riempire un intero articolo riportando soltanto gli aneddoti folli e le storie stravaganti di demenza crepuscolare, e lasciarlo così. La conclusione, comunque, è sempre inevitabile ma va molto più lontano dell’immagine assolutamente falsa dell’artista considerato come una vittima immolata fatalmente sull’altare dell’acido e sacrificata in nome dello spirito glorioso del ’67. Syd Barrett era semplicemente un giovane compositore brillante creativo il cui genio è stato in un certo senso amputato, lasciato a zoppicare in un limbo solitario accompagnato solo da una creatività ormai stentata e da un tipo di schizofrenia passiva e illogica.

Ora, se sostituisci “operaio massa” a “Syd” capirai la ragione di tanto livore, di tanta determinazione nel dare del nostro un’immagine fasulla ed inutile, capirai anche Minniti, la lotta al degrado (perché l’operaio massa fu prima di tutto degrado), te stesso, nipote di robuste braccia ormai annichilite, figlio di un untorello che all’atto dell’assalto al cielo fu preso a calci in culo dalla più orrenda masnada di pervertiti che l’uso strumentale di Marx ricordi.

3. Perché l’operaio massa, cari colleghi-massa, non è mai esistito in sé.
Non lo coltivavano i Borghi e i Marzotto nelle case GESCAL da 40 mq in cartongesso.
Non si irrobustiva nelle tetre Feste dell’Unità, tra editori riuniti e salamelle del volga.
Non nasce sotto il cavolo come nella favola di Giovanni XXIII.
L’operaio massa è la fabbrica, che edifica come parte di sé, trova respiro e passione alla catena e nella catena che lo lega e lo ispira.
Per tutti i ’50 a gareggiare nella pretesa bellezza del gesto asfittico della produzione, tra una carezza togliattiana e una legnata scelbina (e la differenza era solo che il secondo era ancora troppo legato al latifondo, ché la repubblica nasce fondata sulla mezzadria e non sul lavoro liberato, il lavoro, liberato non lo sarà mai), a un certo punto, si rompe il cazzo.
Un’auto tutti i giorni passava per il suo casello, un’auto di lusso, vicina – ma non troppo – destinazione, vedeva gente riverita, pensava a quegli interni Connolly, pensava al magro giorno della sua gente attorno. vedeva un’auto piena di signori… Pensò, quindi, che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Il modo fu la lotta sul salario. Salario che si svincolava dal lavoro e combatteva la repressione nei fatti.
Il modo fu la lotta contro il lavoro.
Odiare se stesso come odiare la fabbrica. Come odiare un braccio corroso che purulento ti scruta, odiare le cicatrici che ti deturpava il corpo, ODIARE le spalle curve a trent’anni.
Per il salario, contro il lavoro fu l’acqua Fiuggi dell’operaio massa, così da poter a 40 anni dimostrarne 20 (e non me ne frega un cazzo che tanti non sappiano a cosa mi riferisco).

III – CORRI RAGAZZO CORRI

1. La fuga si imponeva. Mai dolorosa: non c’è nulla nell’abbandonare la trincea, il manicomio, il sanatorio, la prigione.
La fuga era ILLEGALE, come per i migranti di oggi e gli operai di Valentiniano, I minniti latravano e ringhiando volevano aiutarti a casa tua, la fabbrica, che poi era loro e non sarebbe mai stata nostra, in culo a falansteri e preti operai.
La fuga era illegale, perché evasione, diserzione, ma anche vigliaccheria, rinuncia alla potenza della patria e dell’immondo partito, cui dovevi contribuire in cambio di una medaglietta, un bacio alla vedova, un paio di libri all’orfano di turno.
La fuga era doverosa, come doveroso lo “spiezzamento” delle catene, ormai di carne viva.
La fuga era scollamento dalla realtà data, rischio, presa di posizione nella rinuncia.

2. A vedere l’operaio russo (così definivamo i “professionali” transumanti tra una ristrutturazione e l’altra), nessuna voglia di “riprendersi la fabbrica”, anche lasciarla lì, a generali e colonnelli, VUOTA di vita e di pensiero.
A dire il vero, quest’evasione era più complessa di quanto si potesse immaginare, non c’era soltanto la moglie incinta, il partito, la madama.
La modalità “Marlon Brando” appariva individualismo estetizzante, laddove la banda si dava incapace di modificare “lo stato di cose esistente”. Perpetuare i propri difetti, raggomitolarsi nel cerume del machismo era merda, e  – inconscissimamante – lo si percepiva.
Però l’illegalità cui il capitale ci costringeva era calda e soffice, rubare il salario era molto più bello che guadagnarlo onorevolmente come un poliziotto qualunque, non c’avevamo Pasolini a difenderci e poi Valle Giulia era ancora a venire.

3. Un altro Pasolini ci voleva, e Pasolini fu.

Il conte Agusta aveva il suo lacchè, come ogni padrone. Viaggiava veloce su mostri d’acciaio tanto costosi (ed per questo che ne vedo più ora alle mostre scambio che 50 anni fa per la strada) quanto imbelli a vincere il capitalismo maturo ed asiatico. Però, in quell’estate, il nano di Lovere davvero correva, ma senza entusiasmo, almeno per noi. Pasolini con una moto infame rincorreva come noi il sol dell’avvenire, una vita meno putrida. La prima mossa dell’esodo fu la moto, usata, elaborata, truccata (come si diceva allora), collage di pezzi vari strappati a morti BSA, MORINI, GILERA, BENELLI, MORINI, DUCATI o costruiti di sana pianta grazie alla perizia acquisita negando ore alla fabbrica e lavorando duro (e nero) in officine che abbondavano più in tette e culi (ritratti in foto appese intendo, cosa credevate, il dio dell’operaio massa era Onan, è risaputo) che in attrezzi.

Questa strada è già una tomba
ragazzi e ragazze seduti per terra
si sente nell’aria un silenzio di morte
nessuno che fiata, nessuno che parla
Questa strada è già una tomba
nel cuore di tutti c’è tanto coraggio
coltelli che vengono fatti saltare
lontano una moto si sente rombare
Atto di forza numero 10
Atto di forza numero 10
Atto di forza numero 10
È il grido di un amico che
cade per terra
Di colpo la vista diventa annebbiata
e l’atto di forza diventa compiuto
la mano si ferma bagnata col sangue
che scorre dal viso di un giovane amico
Questa strada è già una tomba
ragazzi e ragazze seduti per terra
si sente nell’aria il calore del ferro
l’acuta sirena di un’autoambulanza
Atto di forza numero 10
Atto di forza numero 10
Atto di forza numero 10
È il grido di un amico che
cade per terra
cade per terra
cade per terra

4. La DROGAH? si sapeva che c’era, si sapeva che era roba da ricchi, con la quale gli indiani creavano il loro mondo da pazzi (e parafrasare Hegel, alla faccia di mons. Fusaro, resta cosa gratificante).
Le dimostrazioni erano, invero, pochette: “l’uomo dal braccio d’oro” che però si redime grazie all’immensa Kim, quella che aveva fatto tanto danno alle nostre infanzie danzando in Picnic (altro vezzo del primi ’60 da mamma prolet in vacanza); invece, la fantasia correva a filmetti di serie “C” dove bande di scapestrati vagano per il mid-west con sottofondo vibrato tipo apache per arrivare in un qualche bar dai neon pre-fluo (evidente pronostico dell’edonismo 80’s). Qui scatta “il fluido erotico”, musica in crescendo, basso ipnotico chitarra stridente, il bullo vede la barista, le offre la droga dopo aver malmenato il padre, il parroco, gessucristo, tom ponzi e alberto sordi, e tutti insieme cominciano a rantolare ebbri e bellissimi.

IV – LSD

Moto o mini cooper “s” che fossero, l’elaborazione del mezzo meccanico corse di pari passo con con quella del cervello del compagno operaio. La soggettivazione non poteva arrivare attraverso l’ordine, il carburatore Dell’Orto o SU, ma appreso con l’aftermarket; meglio arrubato ed inserito nel corpo del veicolo che trascendeva sé stesso e il corpo dell’operaio macchina che si affrancava dai cancelli di Mirafiori.
Ovvio che tale mezzo non si confacesse alla magra esistenza terzinternazionalista che l’esistente ci assicurava.
Occorreva un uomo nuovo, lontano tanto da Pat Boone quanto dalle casematte di Enver. La necessità della droga fu come un lampo nella notte del capitalismo italico, scintilla che più che all’Iskra invitava a pieghe audacissime sulla Bocchetta fino a toccare l’asfalto con il copriruota appositamente redatto in acciaio purissimo (unica concessione al marxismo-leninismo).
I fortunati ancora non conoscevano anche gli effetti rincoglionenti dei paradisi artificiali, quelli li scopriremo noi operai sociali “filosofando pure sui perché”. Noi piccolini a guardare quelle fionde umane, maestri della cassa mutua (a noi sarebbe toccata la cassa integrazione, ma questa è un’altra storia), dagli occhi perennemente rossi e la mano salda solo a contatto con la robba.
Le vie dei Mid Sixties non recano più marmette con nomi di partigiani ma di disertori schiantati, immolatisi nella rivoluzione lisergica che preannunciava l’autunno caldo, che interpretò con maggior preparazione, la voglia di gridare l’estraneità ad un’esistenza atroce.

V – RESTANO I SOGNI SENZA TEMPO, LE IMPRESSIONI DI UN MOMENTO

È molto gentile da parte tua pensare che io sia qui.
E io ti faccio la cortesia di spiegarti che non sono qui.
E mi chiedo chi sta scrivendo questa canzone.
(“JugBand Blues”)

Arrubbando a Syd le parole, come un tempo i carburatori ai ricchi, l’operaio massa saluta e NON se ne va, e non se ne andrà mai, carico di citazioni da Operai e Capitale, i gesti stanchi e amorevoli verso i propri compagni, il pugno rattrappito ma alzato verso chiunque voglia riprovare a cercare il superamento di sé stesso nella gioia di un corteo sporco e meticcio.

Urla il tuo ultimo urlo
Vecchia donna con la sporta
Agita le braccia follemente, follemente
Ultimi piani delle case
Case topi
Strofinerà mele a quattro zampe
Mezza sbronza con la grassa Mrs. Dee
Noi guarderemo la televisione in ogni momento. La mia testa baciava la terra
lo ero quasi completamente giù…
Per favore alza una mano
lo sono solo una persona
Ho tatuato tutto il mio cervello con catene eschimesi
Vuoi perdermi
Oh, non vorrai perdermi completamente?

…e per finire, un saluto agli odierni ermeneuti:

Topi, topi
Stendetevi a terra
Non abbiamo bisogno di voi
Ci comportiamo come gatti
Se pensate di non essere amati
Bene, noi lo sappiamo.

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