di VERONICA GAGO e SANDRO MEZZADRA. Il Venezuela continua a fare notizia a livello globale, ad esempio per le inquietanti (per quanto grottesche) minacce lanciate contro il governo bolivariano da Trump nel suo intervento all’assemblea delle Nazioni Unite. D’altro canto, dopo l’elezione dell’Assemblea costituente la situazione interna al Paese sembra essere per molti versi cambiata, anche per via del modo in cui viene gestito da Maduro il prossimo passaggio delle elezioni regionali. La divisione della destra venezuelana (una destra strutturalmente autoritaria, razzista e tendenzialmente golpista) è comunque una buona notizia. Ma non è su questo piano che si colloca il nostro intervento. A noi interessa ragionare su quella che ci sembra in ogni caso una crisi profonda del progetto bolivariano, da inserire all’interno di una più generale crisi dei governi “progressisti” latinoamericani degli ultimi quindici anni: di quei governi che hanno rappresentato un punto di riferimento importante per la sinistra e per i movimenti sociali in molte parti del mondo (inclusa l’Europa) e che erano sembrati definire un orizzonte privilegiato al cui interno mettere alla prova una teoria e una pratica per la trasformazione sociale nel XXI secolo.

Siamo ben lungi dal negare, da questo punto di vista, l’importanza della stessa esperienza venezuelana. Quel che ci è parso di intravedere nei primi anni del “chavismo” è stata anzi una lucida comprensione di un duplice problema, che in forme diverse si è presentato a tutti i governi “progressisti” della regione: da una parte la conquista del governo attraverso le elezioni significava occupare una posizione di vertice all’interno di una struttura istituzionale dello Stato caratterizzata storicamente dal dominio dell’oligarchia e da processi di lunga durata di esclusione della grande maggioranza dei settori “popolari” e subalterni; dall’altra l’economia del Paese ruotava interamente attorno alla rendita petrolifera, controllata da una ristretta élite all’interno di precise geografie imperiali.

A fronte di questi problemi, il tentativo che è stato effettuato è stato quello di costruire – attraverso le misiones – forme di potere popolare all’esterno della struttura dello Stato, agganciandole a esperienze di auto-organizzazione e auto-governo già esistenti per sviluppare politiche sociali innovative e radicali, ad esempio nel campo dell’istruzione e della salute. Al tempo stesso si poteva pensare che questo consolidamento di organismi di contro-potere (in particolare nella forma di consigli comunali e comunas), per quanto ancora finanziato attraverso la rendita petrolifera, determinasse le condizioni per una trasformazione e diversificazione del “modello di sviluppo” – nonché delle stesse istituzioni dello Stato. Occorre riconoscere che questo non è avvenuto, ed è qui che va individuata l’origine della crisi (di capacità di innovazione, in primo luogo) del processo bolivariano. Già prima della morte di Chavez (in particolare dopo la fondazione del PSUV nel 2007) alcuni elementi di questa crisi hanno cominciato chiaramente a manifestarsi: le caratteristiche di accentramento dell’economia petrolifera si sono rispecchiate in una rinnovata centralità del rapporto partito – Stato, a discapito delle esperienze autonome che erano fiorite negli anni precedenti. Sia i tratti “autoritari” che caratterizzano stile e pratica dell’attuale governo venezuelano (tra l’altro con un ruolo sempre più pronunciato dei militari) sia la formazione di quella che viene definita una “boliborghesia” derivano precisamente da questo nesso tra la continuità di un modello di sviluppo “estrattivista” e il tentativo di governarlo a partire dalla centralità dello Stato.

Si tratta, come già accennato, di un problema che – sia pure in forme di volta in volta peculiari – si è presentato in tutte le esperienze dei governi “progressisti” latinoamericani degli ultimi anni (e che le retoriche del “socialismo del XXI secolo” o del “populismo di sinistra” non sono certo sufficienti a nascondere). Identificare questo problema non significa per noi liquidare queste esperienze. La continuità di lungo periodo del modello estrattivo e il suo collegamento con una politica centrata attorno allo Stato – in particolare con il progressivo allentamento dei processi di integrazione regionale che proprio Chavez aveva tra gli altri contribuito ad avviare – hanno tuttavia finito per svuotare di contenuti innovativi e in ultima istanza per indebolire i governi “progressisti”. Un ruolo significativo, in questo senso, è stato giocato anche da una lettura della crisi finanziaria del 2007/8 semplicemente come un’“opportunità”. Se questo poteva effettivamente avere senso in termini “tattici”, sul breve periodo, nel corso di questo decennio il rallentamento della domanda asiatica (che aveva rappresentato una leva essenziale per i governi “progressisti”) e le violente oscillazioni dei prezzi delle commodities hanno presentato anche in America Latina il conto della natura “globale” della crisi.

L’intensificazione del modello estrattivo costituisce oggi il tratto caratterizzante dell’azione di governi come quello venezuelano (ne ha parlato anche su queste pagine Edgardo Lander a proposito del progetto dell’“Arco minero del Orinoco”), quello ecuadoriano o quello boliviano. In quest’ultimo caso, le lotte autonome “popolari e indigene” che avevano creato le condizioni per l’ascesa di Evo Morales alla presidenza si indirizzano in buona misura contro il suo governo – ad esempio nel caso della costruzione dell’autostrada attraverso il territorio indigeno del TIPNIS. Anche in questo caso la capacità di innovazione politica del governo di Morales appare drasticamente ridotta, mentre su scala latinoamericana gli sviluppi interni a due Paesi così importanti come il Brasile e l’Argentina minacciano di definire una tendenza alla restaurazione neoliberale per la regione nel suo complesso.

Anche in questo caso ci sono significative differenze da tenere presenti – a partire dal fatto che il governo di Macri in Argentina ha una legittimità elettorale che manca a Temer in Brasile. Ma la cornice generale al cui interno si muove la nuova destra latinoamericana è sufficientemente chiara: rilancio dell’indebitamento pubblico, nuovo allineamento con gli Stati Uniti in politica estera, feroce aggressione al potere di acquisto dei salari e radicale riforma in senso neoliberale del diritto del lavoro. All’interno di questa cornice non viene certo meno la spinta all’intensificazione dell’estrattivismo, con la moltiplicazione di conflitti di volta in volta più violenti, né viene messo in discussione quel processo di finanziarizzazione dei consumi popolari che proprio i governi “progressisti” avevano avviato attraverso un’efficace articolazione tra sussidi statali e indebitamento privato. Politiche centrate sulla “sicurezza”, al contempo, fanno della violenza una vera e propria forma di governamentalità, in particolare all’interno dei territori “periferici” (tanto metropolitani quanto rurali) – spesso intrecciandosi a manifestazioni di violenza privata in un continuum che nei fatti non prevede più alcun momento di mediazione.

In questa situazione siamo convinti che a poco serva opporre al “neoliberalismo” una qualche riedizione del “populismo di sinistra” o la retorica del “socialismo del XXI secolo”. Può certo essere necessario difendere questo o quel governo “progressista” dagli attacchi della destra. Ma un nuovo orizzonte strategico per una politica radicale in America Latina può sorgere soltanto (come del resto è accaduto con le grandi lotte di inizio secolo) dai movimenti che oggi si battono contro un modello di sviluppo che dissemina violenza nei territori e contro una riorganizzazione dei rapporti di lavoro, delle forme di vita, del nesso tra produzione e riproduzione all’insegna della precarietà. Dalle straordinarie mobilitazioni femministe degli ultimi due anni (capaci di reinventare lo strumento dello sciopero) ai conflitti legati all’estrattivismo, dalle nuove lotte indigene alle mobilitazioni sindacali e studentesche in Paesi come l’Argentina, il Cile e il Brasile questi movimenti interpretano comportamenti e immaginari sociali diffusi – in qualche modo incorporando nelle loro premesse alcune conquiste della stagione dei governi “progressisti”. Soprattutto, in ogni caso, cominciano a definire nuove forme di lotta, nuovi strumenti di organizzazione e un nuovo vocabolario politico, all’altezza delle sfide del presente.

articolo pubblicato da il manifesto del 23 settembre 2017

 

 

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