di ALESSANDRA PIGLIARU.

Disegnare mappe che coincidano con il mondo è un esperimento che può essere praticato con un’ottima mira. L’ingiunzione potrebbe essere quella di distanziarsi, andare lontano oppure fare una sosta per ascoltare il rumore di un luogo che finalmente si chiama dimora. Ci si trova così al cospetto di un piccolo e fortunoso nome che è casa, di vento e mare. E fuoco, quando arriva la sera e la giornata finisce, che ha il potere di ammonirci ogni qualvolta ci avviciniamo troppo. Contratta e pulsante come un organismo vivente, profondamente amata, è una Carte de Tendre, simile a quella composta e sgranata da Madeleine de Scudéry nel 1654, che alla tenerezza restituisce lo scompiglio di nuove destinazioni.

Impunturare i luoghi diventa lavoro politico, tassonomia passionale e meticolosa affinché città, vie, piazze e strade convergano finalmente nell’unico spazio da cui partire, quello del sé e del teatro affettivo che ne sostiene il passo, insieme alle relazioni trovate.
Per Simone Pieranni, il dritto e il rovescio dell’ordito è Genova macaia. Un viaggio da Ponente a Levante (Laterza, pp. 148, € 14, collana Contromano). È trascinamento verso lo scrigno della scrittura letteraria, capacità narrativa di mettersi alla ricerca di un bandolo da cui – congedata la rigidità della sola adeguatezza teorica – emerge luminosa l’urgenza esperienziale di una cartografia inedita. Bifronte, diffidente, bisbigliante la Genova di Pieranni appare lambita dalla violenta malinconia di lune a capofitto e sguardi marini, caruggi stretti e tentacolari che sono altrettante connessioni tra l’alto e il basso, tra ciò che è trasparente e quel che fugge imprendibile tra i vicoli, intenzioni che finiscono nell’intreccio di un paiolo bucato di desideri.
Dopo Settantadue (Alegre), la storia di una dialisi e di un febbrile percorso di trasformazione, straziante nei meandri di un corpo che urla, l’autore riprende il tenore posturale del memoir ponderato e attento per portarci in terra ligure. Genova macaia è la promessa mantenuta di una maturità che, nell’esordio di due anni fa, significava già uno dei posti attraversati. E che qui invece è l’unico nominabile, «una partita aperta che chiede un ritorno per disarcionare quanto è rimasto non detto».
Quale «archeologia lacunare» si va dunque a convocare? Di quale origine taciuta non ci si riesce a liberare? Simone Pieranni non pensa di doverla spiegare una volta per tutte, quella origine, bensì la trova e la sollecita nell’agitazione di un albero genealogico, il suo, dinanzi al quale ora è grato di stare in ascolto.
Se con la vicenda della dialisi ci aveva condotti nell’interstizio feroce di una scommessa che, in quel momento, non sapeva se avrebbe vinto, ora spalanca lo sguardo sui frutti adulti di un tempo che scorre generoso, porge la cura per quel che arriverà e la pazienza di un corredo famigliare a cui dare piena udienza.
A questo appuntamento, che Guy Debord nella sua psicogeografia della deriva chiamava randez-vous possible, l’autore ci accompagna con mano sicura, mostrando tuttavia la libertà di attendere chi non è più su questa terra. E l’esplorazione da minima diviene smisurata di molte e precise circostanze. Per esempio quelle di chi, come lui, racconta la periferia in cui ha vissuto per trent’anni, Bolzaneto – «una frontiera, in bilico» negli anni Ottanta e poi disastro del sangue durante il G8 del 2001.

Le occorrenze più incendiarie sono però le brevi e intense nékuie attraverso cui vengono interpellati i propri cari scomparsi. Due in particolare: suo padre e sua nonna. A entrambi ridà la voce ma è al primo che il libro è indirizzato. Accade quando, sospinti da un rintocco coraggioso, il proprio padre assume la curvatura dell’antenato prediletto e compiuto, fino al perdono per la sua scomparsa. Anche gli altri personaggi che abitano Genova macaia sanno di salsedine, arrivano come brevi cronache di scirocco a tempestare lo sguardo. Per esempio F., amante della storia locale del 1200 e di Guglielmo Boccanegra (primo «capitano del popolo»), che sceglie Mercè, una donna catalana conosciuta e amata a Barcellona, come la destinataria universale di tutti i suoi pensieri. O il Mago, che avrebbe fatto invidia a Gustavo Rol, e poi ancora Caterina, con i gomiti sulle ginocchia dopo una giornata di lavoro, e il Ghedda, indimenticabile e torto come le stradette di cui è stato il principe.

Da Voltri a Nervi, passando per Pegli, Sestri, Sampierdarena e Boccadasse, la profezia del tragitto di Simone Pieranni è certo riconoscibile nella generazione politica di cui fa parte ma soprattutto nelle parole che gli consegna la nonna, operaia che pressava l’acciaio in fabbrica, bottegaia, sarta e testimone diretta degli anni Sessanta, distribuendo volantini alle 5 del mattino e leggendo le scrittrici: «Ti dicevo che avevi gli occhi sulla punta delle dita, perché sembrava volessi sempre toccare tutto. Prima gli oggetti, quando eri piccolo. Poi perfino i concetti, quando sei diventato più grande».
E di una sensuale vicinanza alle cose del mondo e alle sue deflagrazioni imprevedibili è dotato questo piccolo libro, leggibile per chi crede di conoscere Genova, la immagina o semplicemente da chiunque desideri cantare, e danzare, il proprio giro del vento. Anche se l’orizzonte è grande, i conti per fortuna non tornano mai. Eppure, prima o poi, si arriva sempre al mare.

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