Di GIROLAMO DE MICHELE

L’Emilia Romagna è, nell’immaginario nazionale, legata a doppio filo all’industria dell’auto; sul piano simbolico – Ducati, Lamborghini, Dallara, Ferrari Maserati – non c’è storia. I suoi marchi fatturano metà della Fca (e non è poco) e il doppio del gruppo Volkswagen Italia, soprattutto in quell’area, fra Bologna, Modena e Reggio Emilia, che costituisce la Motor Valley, un territorio prossimo ai grandi poli logistici di Piacenza e dell’Interporto di Bologna, e sovrapposto alla Packaging Valley centrata su Reggio Emilia.
Insomma, è «quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari»: che davanti alle catastrofi cosiddette naturali si rimbocca le maniche e riparte senza lamentarsi. Anche se «l’unica regione al mondo che porta il nome di una strada» (Bonaccini) quelle catastrofi le causa con le politiche di dissesto del territorio: la terza regione per consumo di suolo, la quarta per incremento del consumo di suolo, anche grazie al reticolo di strade asfaltate. Aggiungendo all’inquinamento industriale e dei gas di scarico quello derivante dallo stoccaggio di carbonio da parte dei suoli antropizzati, il triplo di quello di una foresta. In questo coacervo di mitologemi che reiterano, nelle diverse versioni, il mito originario della regione del motore, è quasi ovvio che esistano istituti professionali interconnessi col mondo dell’industria automobilistica.

È IN UNO DI QUESTI che ha insegnato Paolo La Valle, docente precario, sindacalista Cobas, militante e ricercatore indipendente. Che, col racconto di un anno vissuto fra scuola e motori, si incarica di decostruire il mito e mostrarne il vero volto: l’assoggettamento dei percorsi scolastici al capitalismo industriale, attraverso quegli istituti professionali che costituiscono il vero modello di riferimento dell’ordine del discorso scolastico, senza soluzione di continuità fra Patrizio Bianchi e il liceo Made in Italy, fra la Buona scuola di Renzi e i Pcto di Fioramonti, fra Azzolina e Valditara, sempre nel segno della trasformazione della scuola in un vivaio industriale. Gli automotivati. La love story fra scuola e motori (Alegre, Quinto Tipo, pp. 256, euro 16) è un testo per molti versi eccentrico, o meglio decentrato. In primo luogo, perché l’istruzione professionale è eccentrica rispetto al discorso mainstream della cosiddetta «difesa della scuola» sempre rinchiusa nei confini dei percorsi liceali (lo stesso ministero «amico» Azzolina-De Cristofaro ha prodotto un podcast di bignamini per l’esame che comprende le sole materie del curriculum classico); e, anche, perché Bologna è centrale nel mondo dei distretti motoristici, ma eccentrica rispetto alla rete di rimandi reciproci nei quali la denuncia della distruzione del sistema d’istruzione oscilla fra tonalità recriminative e l’inanità performativa di un dibattito che sembra ricalcare quello sul goal di Turone, e la raffinata trasformazione del pedagogismo democratico in materiale da master a pagamento in cambio di un congruo numero di Cfu – cioè di quella mercificazione del sapere che si reitera mentre si pretenderebbe di combatterlo.
Infine, perché La Valle sfugge al cliché della rappresentazione macchiettistico-lodolistica dei soggetti del sistema d’istruzione, reiterata secondo un effetto-Verdone che ripropone e rafforza con la semplice enunciazione della battuta scolastica la gerarchia fra l’intellettuale che insegna invano cose non volute e i discenti già confinati ai piani bassi della gerarchia sociale perché, in fondo, se la sono cercata: se sei ignorante, se non hai accesso all’ascensore sociale, la colpa è tua.

L’AUTORE RIESCE a non giudicare, né come narratore, né come soggetto della fabula; espone la colonizzazione dell’immaginario che sottende l’aspettativa di un lavoro – dal Motor Show all’officina – irretita da una mitologia ancora più vasta: quella della «liason tra totalitarismi e mondo dei motori» che, creduta essere una parentesi al tempo del futurismo fascista, si è eretta a religione che organizza baccanali (come i Gp di Formula Uno, grazie ai quali regimi legati al petrolio operano uno sportwashing che li fa apparire «liberali») e richiede sacrifici di sangue, come gli studenti morti sul lavoro in alternanza scuola-lavoro. Col pilota automatico inserito, ci ostiniamo a sviluppare forme di vita e desideri che piegano le attitudini di masse di persone al sempre più vorace sfruttamento di ogni attimo di vita e ogni angolo di mando: una questione, direbbe Bateson, di catastrofe nell’ecologia della mente.

L’Emilia Romagna è, nell’immaginario nazionale, legata a doppio filo all’industria dell’auto; sul piano simbolico – Ducati, Lamborghini, Dallara, Ferrari Maserati – non c’è storia. I suoi marchi fatturano metà della Fca (e non è poco) e il doppio del gruppo Volkswagen Italia, soprattutto in quell’area, fra Bologna, Modena e Reggio Emilia, che costituisce la Motor Valley, un territorio prossimo ai grandi poli logistici di Piacenza e dell’Interporto di Bologna, e sovrapposto alla Packaging Valley centrata su Reggio Emilia.
Insomma, è «quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari»: che davanti alle catastrofi cosiddette naturali si rimbocca le maniche e riparte senza lamentarsi. Anche se «l’unica regione al mondo che porta il nome di una strada» (Bonaccini) quelle catastrofi le causa con le politiche di dissesto del territorio: la terza regione per consumo di suolo, la quarta per incremento del consumo di suolo, anche grazie al reticolo di strade asfaltate. Aggiungendo all’inquinamento industriale e dei gas di scarico quello derivante dallo stoccaggio di carbonio da parte dei suoli antropizzati, il triplo di quello di una foresta. In questo coacervo di mitologemi che reiterano, nelle diverse versioni, il mito originario della regione del motore, è quasi ovvio che esistano istituti professionali interconnessi col mondo dell’industria automobilistica.

È IN UNO DI QUESTI che ha insegnato Paolo La Valle, docente precario, sindacalista Cobas, militante e ricercatore indipendente. Che, col racconto di un anno vissuto fra scuola e motori, si incarica di decostruire il mito e mostrarne il vero volto: l’assoggettamento dei percorsi scolastici al capitalismo industriale, attraverso quegli istituti professionali che costituiscono il vero modello di riferimento dell’ordine del discorso scolastico, senza soluzione di continuità fra Patrizio Bianchi e il liceo Made in Italy, fra la Buona scuola di Renzi e i Pcto di Fioramonti, fra Azzolina e Valditara, sempre nel segno della trasformazione della scuola in un vivaio industriale. Gli automotivati. La love story fra scuola e motori (Alegre, Quinto Tipo, pp. 256, euro 16) è un testo per molti versi eccentrico, o meglio decentrato. In primo luogo, perché l’istruzione professionale è eccentrica rispetto al discorso mainstream della cosiddetta «difesa della scuola» sempre rinchiusa nei confini dei percorsi liceali (lo stesso ministero «amico» Azzolina-De Cristofaro ha prodotto un podcast di bignamini per l’esame che comprende le sole materie del curriculum classico); e, anche, perché Bologna è centrale nel mondo dei distretti motoristici, ma eccentrica rispetto alla rete di rimandi reciproci nei quali la denuncia della distruzione del sistema d’istruzione oscilla fra tonalità recriminative e l’inanità performativa di un dibattito che sembra ricalcare quello sul goal di Turone, e la raffinata trasformazione del pedagogismo democratico in materiale da master a pagamento in cambio di un congruo numero di Cfu – cioè di quella mercificazione del sapere che si reitera mentre si pretenderebbe di combatterlo.
Infine, perché La Valle sfugge al cliché della rappresentazione macchiettistico-lodolistica dei soggetti del sistema d’istruzione, reiterata secondo un effetto-Verdone che ripropone e rafforza con la semplice enunciazione della battuta scolastica la gerarchia fra l’intellettuale che insegna invano cose non volute e i discenti già confinati ai piani bassi della gerarchia sociale perché, in fondo, se la sono cercata: se sei ignorante, se non hai accesso all’ascensore sociale, la colpa è tua.

L’AUTORE RIESCE a non giudicare, né come narratore, né come soggetto della fabula; espone la colonizzazione dell’immaginario che sottende l’aspettativa di un lavoro – dal Motor Show all’officina – irretita da una mitologia ancora più vasta: quella della «liason tra totalitarismi e mondo dei motori» che, creduta essere una parentesi al tempo del futurismo fascista, si è eretta a religione che organizza baccanali (come i Gp di Formula Uno, grazie ai quali regimi legati al petrolio operano uno sportwashing che li fa apparire «liberali») e richiede sacrifici di sangue, come gli studenti morti sul lavoro in alternanza scuola-lavoro. Col pilota automatico inserito, ci ostiniamo a sviluppare forme di vita e desideri che piegano le attitudini di masse di persone al sempre più vorace sfruttamento di ogni attimo di vita e ogni angolo di mando: una questione, direbbe Bateson, di catastrofe nell’ecologia della mente.

Questoa articolo è stato pubblicato su il manifesto il 14 giugno 2024.

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