di FRANCESCO FESTA.

1. Che le elezioni europee in Italia sortissero un esito così schiacciante per il governo Renzi, nessuna analisi, seppur la più lungimirante, avrebbe potuto immaginarlo. Sia per coloro che soffiavano sul fuoco della rottura europea, sia per coloro che puntavano ad una rottamazione (come la parte grillina), il 40% e più di voti assegnati al partito di maggioranza della Grosse Koalition all’italiana è un risveglio traumatico. E in più, in questa tornata elettorale si è registrata la più alta percentuale di votanti d’Europa. Tutto ciò richiede un esercizio di analisi che complichi il quadro, andando oltre quelle ragioni che rinviano alle tensioni esasperate dall’assalto grillino alla diligenza oppure alla paura per la fase storica.

Si potrebbe sostenere che il voto italiano sia il sintomo di un paese assuefatto alla crisi; abbandonato all’ultimo sentimento rimasto, la speranza, quel sentimento infame inventato da chi comanda, e che per questo le persone abbiano concesso fiducia al PD, nella speranza appunto che esso conduca il paese fuori dal tunnel. Un paese che ha fatto suo l’auspicio che la crisi passi in fretta, che sia un processo, qualcosa di ciclico e congiunturale: prima, uno step recessivo, poi, uno ristagnativo e, infine, la luce in fondo al tunnel, con i primi segnali di ripresa, occupazione, ripresa della produzione e dei consumi.

Tuttavia alcuni dati smontano, insieme alla speranza, anche gli assiomi neoliberisti, inchiodando il paese reale a condizioni di esistenza ormai generalizzate: la diffusa precarizzazione delle classi subalterne e l’impoverimento inarrestabile delle classi lavoratrici. Il 46% di disoccupazione giovanile e il 61% al Sud sono dati che sospingono i ricordi alla seconda metà degli anni Settanta, a pochi anni dalla crisi del ‘73. Istintivamente verrebbe da interpellarne la memoria nel tentativo di comprendere l’“irrazionale razionalità” o lo stato demenziale del voto italiano. Ciò nondimeno il senso di quest’ultimo va ritrovato tra la situazione degli assetti complessivi del capitalismo contemporaneo e le prime performance del governo Renzi; e da questa dialettica ne potremmo uscire con delle lezioni per la ricombinazione e la generalizzazione delle lotte sociali, se non in Europa, per lo meno in Italia.

La crisi rientra in uno dei tanti assiomi dell’accumulazione e della valorizzazione del capitale dove lo “sviluppo” è un orizzonte di senso tanto evocato quanto discorsivo, eppure mai conseguito: afferisce a quella sfera concettuale progressiva e storicistica che rinvia il presente ad un futuro intangibile. E infatti l’“imbonitore” Renzi, fin dall’insediamento, ne ha evocato l’imminenza, ma all’oggi esso risulta invisibile. L’abbiamo detto in altre occasioni: il governo Renzi è una versione differente dei precedenti governi “commissariati” da Napolitano e prim’ancora dall’UE; una versione con un profilo marcatamente politico, con l’obiettivo di normalizzare e disciplinare il “senso comune” rispetto alle politiche di superamento dell’austerity verso lo sviluppo.

“La ‘ripartenza’ renziana – ha ben notato Giso Amendola – tanto reclamata da quegli ampi settori del capitalismo italiano, sta esattamente in questo tentativo di giocare politiche di stabilizzazione dell’austerity e ricorso ad una maggiore iniziativa nazionale: allentateci il guinzaglio e noi produrremo la mitologica ripresa”1. Dacché quel tentativo è stato osato, la borghesia italiana ha incassato un desiderato, seppur insperabile, bottino di consensi.

Però il colpaccio del PD è molto di più della vittoria del capitale finanziario e dei rentier italiani: è un consenso raccolto anche e soprattutto tra le fila delle classi lavoratrici.

2. Per sbrogliare la matassa elettorale e decifrare la fase storica del capitalismo contemporaneo vale la pena di far nostra quella lezione di Deleuze in cui si dimostra come “la psicanalisi” appartenga “fondamentalmente al capitalismo, non a livello ideologico, ma a livello pratico” e che vi siano tante più “somiglianze” fra Marx e Freud di quante non ve ne siano fra il “plusvalore” e la “libido” ma non sul “versante delle grandi oggettività”, bensì su quello dell’“attività soggettiva del desiderio”2, della produzione di soggettività a partire dalle politiche economiche.

E infatti nell’instillare fiducia, Renzi esegue una sorta di terapia di rianimazione: adoperando a più livelli concetti come “sviluppo”, “crescita”, “ripartenza” e “ripresa”, egli produce un “discorso pubblico” in cui determina un’ “egemonia culturale”3. Il superamento della crisi avverrebbe a patto che i lavoratori accettino di rientrare nel solco del patto fiscale, per poter accedere agli aiuti dello Stato-capitale: detto altrimenti, come la disoccupazione esisterebbe a causa dei precari, così la crisi sarebbe superabile se i lavoratori accettassero di farsi tassare, ignorando che l’evasione è una fuga per chi guadagna una miseria e un arricchimento per chi detiene il comando.

Come segnala Lazzarato sulle orme di Deleuze e Guattari, l’“assiomatica del capitalismo contemporaneo” prevede la ripresa dall’appropriazione fiscale accompagnata da una tiepida distribuzione della moneta: “tutti (imprenditori, ricchi, operai, popolazione) pagano imposte elevate che oggi fanno gridare all’esproprio, cosicché il denaro torni ai ‘ricchi’, garantendo la chiusura e la realizzazione del ciclo economico e di profitti elevati”. Dopotutto la migliore performance del capitalismo contemporaneo è quella avvenuta “dopo la crisi del ’29” quando gli americani scoprirono con il “New Deal ciò che i Greci sapevano da tempo: che pesanti imposte di Stato sono propizie ai buoni affari”4.

Alla base delle politiche fiscali c’è sempre la questione monetaria, cioè una precedente azione redistributiva. Così andrebbe letto il patto fiscale del governo Renzi preceduto dagli 80 euro mensili per i possessori di un reddito complessivo non superiore ai 24 mila euro. Per quanto riguarda l’esito elettorale, analisti e commentatori si sono guardati bene dal segnalare l’argomento, eppure la questione monetaria ha surrettiziamente permesso il colpaccio elettorale e ha attivato, allo stesso tempo, l’apparato di cattura della riduzione del “cuneo fiscale”. Dunque, la moneta ha svolto precipuamente la sua funzione: disciplinamento della forza lavoro all’interno dell’appropriazione fiscale; propaganda politica e consolidamento di un’egemonia culturale sui concetti sviluppisti. Si badi che per un precario 80 euro in più in busta paga non sono cosa da poco. Deriso e canzonato, quel pugno di euro ha agito così sul versante dell’“attività soggettiva del desiderio” come sul versante dell’ “oggettività” fiscale.

3. Il governo Renzi concentra la filosofia della “nuova governance economica della politica”, ossia quella “funzione di stabilizzazione e di conservazione dei rapporti tra poteri politici ed economici a garanzia delle libertà di mercato”, dove le crisi sono chance “per rendere più viva e diretta la presa capitalistica su territori e popolazioni”5.

La “stabilizzazione” delle politiche di rigore indotta dalla governance europea per favorire crescita e sviluppo è però una verità assiomatica che nessuno ha mai dimostrato. Così come nessuno ha mai dimostrato che costringendo le spese sociali, tagliando welfare e salari e svalutando il lavoro vivo vi sia una crescita economica. È pur vero che “l’economia, lo sviluppo e la crescita economica” sono “parole” che producono “sovranità politica per le istituzioni politiche”6.

Soffermiamoci ancora sugli 80 euro e la variabile denaro. Che il denaro generi “rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali” è cosa nota, ma il denaro rappresenta qualcosa in più. Esso rappresenta non solo la “forma dei rapporti sociali” ma anche “li sancisce”, “organizzandoli” e presentando immediatamente la “lurida faccia” del valore capitalistico come “scambio comandato, organizzato per lo sfruttamento”, dove la sua unica faccia è “quella del padrone”. L’intervento della moneta è dunque politico poiché “esprime e qualifica le relazioni di potere”7. Negri, rileggendo il Marx dei Grundrisse, ne complica l’interpretazione offrendoci ciò cui è addivenuta la “forma-denaro” come “legge del valore” nel suo massimo livello: rappresentazione della “crisi” e del rapporto “antagonistico” su una “dimensione sociale”8.

Complicando ancor più l’analisi, con Deleuze, aggiungiamo che la moneta è sì, un rapporto sociale, ma dietro di esso vi è un “dualismo nascosto”, un sistema di flussi che consente il funzionamento di “tutta la macchina capitalista”: un “flusso di finanziamento” e un “flusso di pagamento”, un flusso di uscita e un flusso di entrata, flussi di natura completamente differente, ma sostenuti entrambi dalla moneta9.

Gli 80 euro hanno funzionato come organizzazione della “congiunzione dei flussi” all’interno dell’eterogeneità costitutiva del capitalismo contemporaneo; una moltiplicazione di ingressi e di uscite in un piano di isomorfismi sociali, temporali e linee di demarcazione territoriali10. Il che rientra in un “management della crisi” differenziato fra regioni del sud e regioni del nord: nelle forme di riterritorializzazione dello sfruttamento del lavoro vivo a seconda dei luoghi e dei differenti “gradienti” dello sviluppo così come nel disciplinamento sociale per mezzo della fiscalità. Sicché gli 80 euro danno una netta indicazione ai lavoratori precari, ai freelance, ai lavoratori autonomi, alle partite IVA, a tutti gli incapienti fiscali: o rientrate in quel patto sociale misurato dalla fiscalità oppure non usufruirete delle misure per lo sviluppo, restando fuori dal grosso piano di emersione dall’austerità. La retorica è anch’essa un assioma indimostrabile, anche se va condiviso almeno per riscuotere le briciole del banchetto del partito neoliberista.

Il dato della disoccupazione nel Sud d’Italia è il segnale di una “geografia della crisi” ove la differenza diviene il margine delle inclusioni tramite politiche monetarie, in modo da indirizzare gli ingressi in quel che resta del welfare; altrimenti è dispositivo per riprodurre il comando sulla cooperazione sociale per l’esercizio di attività lavorative sottopagate e ipersfruttate, ossia gli unici sbocchi di un mercato del lavoro bloccato dalla crisi.

4. La questione monetaria è centrale nel capitalismo contemporaneo, e ancor più come piano di tensione fra la crisi e l’antagonismo di classe. Essa è in grado di attivare flussi che organizzano e qualificano le relazioni di potere e di disciplinare i rapporti di classe tramite lo strumento della fiscalità, ma dipende in misura sempre maggiore dalla cooperazione sociale piuttosto che dalle capacità individuali. Laddove diviene campo di battaglia, la moneta invera appunto la polarità politica su cui si regge l’economia politica capitalistica, vale a dire la tensione fra dominio, cattura, assoggettamento e lotta di classe, liberazione.

Dalle riflessioni di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi – in chiusura del loro contributo alla discussione sul “sindacalismo sociale”11 – deduciamo che le forme di mutualismo e autogestione che negli ultimi anni insistono proprio sulla “questione della moneta” mettono al centro la pratica della riappropriazione come esperienza diretta, conflittuale e produttiva di liberazione della ricchezza sociale, a patto però che si intrattenga una lotta aperta per disarticolare i meccanismi di cattura fiscali e di “welfare residuale” o di “impresa sociale” e, allo stesso tempo, si lotti per la rivendicazione di un reddito di base universale, individuale e incondizionato. In ultimo: le lotte di riappropriazione potrebbero svolgere un’importante funzione strategica di unificazione e di ricomposizione delle differenti figure di lavoratori precari; proprio perché sono lotte con implicazioni radicali per il livello fondativo dell’economia capitalista, rompendo la contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio, potrebbero diventare forme di contropotere diffuse sul territorio che redistribuiscono dal basso la ricchezza sociale.

 

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  1. http://www.euronomade.info/?p=1846 

  2. G. Deleuze, <i>Psicanalisi ed economia politica: lezioni all’Université de Vincennes</i>, in <i>Lavoro, merce, desiderio</i>, G. Brindisi e E. De Conciliis (a cura di), Mimesis, Milano 2011, p. 35 

  3. Nell’accezione gramsciana da affiancare alle categorie di “senso comune” come “concezione della vita” e come “morale più diffusa”, cfr. A. Gramsci, <i>Quaderni del carcere</i>, V. Gerratana (a cura di ), Einaudi, Torino 1975 (1947), pp. 65, 75-76 

  4. M. Lazzarato, <i>Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista</i>, Derive Approdi, Roma 2013, pp. 23, 29, 124-29 <i>passim</i>. 

  5. Efficacemente ha notato Alessandro Arienzo, <i>La Governance</i>, Ediesse, Roma 2013, pp. 137-38. 

  6. “L’economia produce legittimità per lo Stato, che ne è il garante”, M. Foucault, <i>Nascita della Biopolitica</i>, Milano 2006 (2004), p. 81. 

  7. M. Lazzarato, <i>op. cit.</i>, p. 120 

  8. A. Negri, <i>Marx oltre Marx</i>, Manifestolibri, Roma 1997, pp. 39-41 

  9. G. Deleuze, <i>op. cit., </i>p. 39 

  10. S. Mezzadra, B. Neilson, <i>Border as Method, or, the Multiplication of Labor, </i>Duke University Press, Durham and London 2013, p. 86 

  11. http://www.euronomade.info/?p=2482