di TONI NEGRI, MARCO ASSENNATO.

 

 

Uno spunto d’analisi perché la nostra ricerca di costruzione di potere nella crisi faccia qualche passo in avanti. Inutile insistere su quanto è acquisito: potere è immaginazione e pratica di rottura del comando neoliberale – nulla di riducibile all’anelito trascendente della semplice rappresentanza dei conflitti e men che mai alla meccanica identificazione in un qualche governo o all’abiura per i tradimenti dello stesso. Si tratta di dare corpo alla politica per spezzare l’unilateralità della governance e riaprire un campo largo in cui nuovi diritti, nuovo welfare, nuove quote di reddito possano tornare ad essere esigibili. Occorre forse sottolineare ancora una volta quanto ciò nulla abbia a che fare con vie di fuga esistenziali in illusori controspazi – nazionali, locali, comunitari? Pensiamo di no. Lo abbiamo ripetuto molte volte: realismo politico e un pizzico di coraggio basteranno a sbirciare nell’accumulazione del comando finanziario nuove contraddizioni, faglie, nelle quali la governance traballa se vi si pianta il cuneo delle coalizioni e dei conflitti sociali. E neppure questo passaggio può esaurirsi nel sogno di un ritorno sovranista “classico” come grimaldello per spezzare lo strapotere dell’euro. Come se sostituire moneta a moneta risolvesse per incanto, le complesse dinamiche del debito e della presa istituzionale che la finanza esercita sulle nostre vite. Ironicamente verrebbe da chiedere: quanta politica si gioca nello scandalo globale che colpisce la Volkswagen? Quali contraddizioni sovrane rivela quell’affare? O ancora, messa di canto l’ironia: quanta permeabilità delle frontiere e dei confini ha mostrato l’impressionante pervicacia dei profughi siriani nel loro attraversamento dei territori d’Europa?

Ecco allora il primo punto. Possiamo pensare che la coalizione sociale che vogliamo costruire sappia produrre sperimentazioni intelligenti in grado di intervenire direttamente su questi passaggi? Acutizzarne la criticità per produrre politica, diritto, nuove istituzioni comuni? Cosa manca per dare per scontato che la moneta europea, la sua gestione e il suo controllo rappresentano certo le figure odiose del comando, ma per ciò stesso sono anche il primo terreno di lotta che le coalizioni europee devono sapere attraversare? Ci pare che a questo abbia fatto riferimento, da ultimo, Christian Marazzi identificando nella proposta di un nuovo Quantitative Easing per la moltitudine, una rivendicazione di medio termine: specificando tuttavia che si tratta di un obiettivo direttamente politico, praticabile solo nel tenore di una lotta di liberazione europea.

Allora più che nella proliferazione delle analisi delle sconfitte, o in fughe esistenziali dall’infelicità – o almeno: accanto all’analisi il più possibile disincantata sullo stato dell’arte – occorre la felice cronaca di quanto negli ultimi mesi va sedimentando in Europa: coalizioni e forme politiche che dalla Grecia alla Spagna, all’Inghilterra, nelle loro differenze, mostrano l’urgenza di ripartire dalla crisi definitiva del paradigma riformista che nell’ultimo trentennio ha egemonizzato le socialdemocrazie europee. Al limite: di uscirne via e lasciare quel corpaccione in decomposizione agli appassionati di necrofilia. Forme politiche nuove, perché capaci di farsi attraversare e quindi di esprimere i nuovi strati del proletariato metropolitano e cognitivo, le nuove forme del lavoro e della produzione, la mente generale della ricchezza sociale, combinando conflitto e governo, lotte e faglie sul piano istituzionale. Non si tratta davvero di ripetere ossessivamente e ancora una volta a cosa guardare: ma di coagulare la potenza delle diverse singolarità che si esprimono nei conflitti in organizzazione politica. Tanto più che emerge – nell’esperienza del referendum greco come nei passaggi istituzionali, nelle municipalità spagnole come nella “presa d’assalto” del Labour Party Inglese – una inedita e definitiva coincidenza tra nuova composizione del lavoro e generazioni fresche, che hanno vissuto il loro battesimo politico a partire dai movimenti moltitudinari del nuovo secolo. “Sinistra” è una parola troppo stanca per esaurire questo nuovo arcipelago. In Europa si contendono il campo politico nazionalisti e mondialisti. Ma lo scontro, se lasciato alle sfere separate della governance, produce solo silenzio. A noi giocare lo spartito di un nuovo cosmopolitismo europeo.

Su questo terreno, primo fra altri, ci troviamo in contrasto con il Movimento 5 stelle. Quando nacque ci sembrò essere prodotto dallo stesso processo di soggettivazione di nuove figure del lavoro e di nuove generazioni. Dovemmo però ricrederci: se il processo di soggettivazione era il medesimo, non ne seguiva un percorso di aggregazione e di sviluppo su un programma di rinnovamento democratico – ma piuttosto una deriva rancorosa – tristi passioni, complotto, sospetto, paura e vendetta – rispetto all’impegno per una lotta di liberazione europea. Di conseguenza il M5S è precipitato nel gorgo della comunicazione egemone – di dualismi retorici prodotti dal vecchio sistema – senza essere capace di svincolarsi se non con sberleffi e scandali. Oltre il rivendicato (ma stitico) “reddito di cittadinanza”, il M5S non vuole (e non può) costruire movimento reale e proporre nuovi rapporti di potere. La sua convenzione partitica non ha agganciato le nuove generazioni. Ovunque in Europa questo populismo qualunquista va sconfitto. Esso rappresenta oggi l’alibi e domani il sostituto dei governi liberali. I movimenti spagnoli, la grande esperienza greca, il rinnovamento del Labour inglese ed il crescente disagio tedesco fanno piuttosto intendere il sordo rumore della battaglia che sta svolgendosi in Europa. Le coalizioni che nascono, lo ascoltano, lo interpretano e si preparano allo scontro. 

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