di FABIO MENGALI.

 

 

 

Una breccia democratica è sicuramente ciò che può caratterizzare il ciclo dei movimenti, per usare un’etichetta, anti-austerity in Europa. Con una lieve diacronia, possiamo tracciare un comune che è esploso, ad esempio, tra Spagna e Italia con il movimento degli indignados nella prima, la mobilitazione del lavoro vivo universitario e operaio in sinergia con le rivendicazioni attorno ai beni comuni (luoghi di produzione immateriale artistica come i teatri, lotte ambientali per la sovranità territoriale) nella seconda. Un lessico transnazionale ha identificato nell’austerità una politica economica e sociale che ha dato le condizioni oggettive per la soggettivazione moltitudinaria. Questa ondata di politicizzazione della società è stata potente e innovativa perché non ha mai identificato nei confini nazionali il problema del potere costituito, ma anzi ha interconnesso le vertenze particolari e la strategia generale con la governance europea. In un certo senso i conflitti che si sono sviluppati, parimenti alla dinamica brasiliana sebbene inserita in un altro contesto dello sviluppo capitalista, hanno visto per protagonisti proprio quelle generazioni precarizzare per cui il patto fordista non ha mai rappresentato niente, mentre quello biopolitico ha iniziato a frammentarsi, facendo prevedere l’impossibilità di continuare a concepire la concatenazione lotte-sviluppo. Sviluppo, infatti, significa espropriazione delle conquiste dei passati cicli di lotta (salario, welfare e diritti), non progressione degli spazi di libertà delle forze produttive. Un’altra caratteristica comune è il rifiuto della rappresentanza e la creazione di modalità e luoghi della decisione del basso che hanno sfiduciato un’intera classe politica dirigente. E’ proprio l’orizzontalità dei movimenti, di contro al verticismo della decisione e alle imposizione dall’alto, ad aver in prima istanza evidenziato l’assetto dell’Unione Europa dal punto di vista economico, istituzionale e politico.

Nel tempo presente, parlando almeno dall’Italia, viviamo una crisi dei movimenti nei termini della loro capacità di aggregazione, organizzazione e massificazione delle istanze di conflitto. Non voglio assolutamente dire che le strutture di movimento o esperienze di, per così dire, micro-conflitto siano assenti sul panorama nazionale o europeo. La difficoltà sta tutta, però, nel riuscire a darli uno slancio all’altezza dei meccanismi di potere disciplinare e di biopotere che il sistema-Europa attua sulla lunga durata. Per questa ragione la progettualità politica della trasformazione dello stato esistente delle cose non può esimersi dall’assumere il piano europeo come spazio minimo dell’azione politica e sociale.

Nell’ultimo anno, dopo un lungo processo di accumulo, le cosiddette situazioni di verticalizzazione hanno avuto il merito di mostrare il vero volto dell’Unione Europa: le rotture istituzionali, le spinte centrifughe dal comando del capitale transnazionale della finanza, hanno creato un cortocircuito nella trasmissione della decisione politica della governance. Di quale governance stiamo parlando? Una fotografia del Vecchio Continente ci è utile per comprendere, appunto, la posta in palio per i movimenti.

L’Europa assume i caratteri di un Impero dal punto di vista geografico e politico: al centro di decisione e comando si oppongono le periferie degli Stati membri del sud del continente. La corte di questo Impero non ha una concentrazione fisica e non assume alcun carattere di unitarietà, piuttosto la vediamo diffusa su più punti del Nord Europa – Berlino, Francoforte, Bruxelles – talvolta contraddittori fra loro. Più ci si allontana geograficamente dal centro andando verso il Mediterraneo, più la norma classifica e include differenzialmente gli Stati-membri nell’accesso alla ricchezza e alla decisione politica; la norma in questo caso è il dispositivo del debito (Schuld) nei suoi effetti di ricatto economico, soggezione/soggettivazione, subalternità. Soprattutto su questa ultima posizione, ogni Paese perde qualsiasi velleità di Ragion di Stato in quanto l’organizzazione del suo potere nazionale non solo trova la sua fonte sul piano sovranazionale dei mercati, ma quest’ultimo interseca e in certi casi si sovrappone al piano locale.

Come per ogni Impero, alle singole contee viene rilasciato un margine di autonomia: agli Stati membri si lascia la traduzione delle disposizioni governamentali all’interno dei propri ordinamenti giuridici, il controllo delle frontiere ed il monopolio della forza. Questo è l’unico fattore che ci permette di parlare ancora di Stato-nazione, perché per tutto il resto rimane un fantasma: esso si dà nell’immaginario collettivo e nel simbolico, lo si vede nella macchina amministrativa, ma il ruolo delle sue istituzioni liberal-rappresentative non è materiale.  La norma del debito è del resto un orpello della dottrina ordoliberale per la creazione costante di competizione all’interno di uno spazio; e la competizione ha bisogno innanzitutto di disuguaglianza, assenza di omogeneità, dimensione locali differenti. Come farebbero i mercati finanziari, altrimenti, a stabilire i tassi di interesse sui debiti? Come farebbe la Germania a stimolare la produzione di plusvalore e territorializzarla al suo interno? Si parla non a caso di un’Europa differenziale a trazione tedesca. L’austerità è come viene tradotto questo rapporto. Un’altra faccia di questa Europa, inoltre, è il regime dei confini e delle frontiere per governare la mobilità. A questo proposito credo sia utile fare un breve riferimento a Gramsci per due questioni.

In una visione per così dire neogramsciana dei rapporti internazionali il livello di ricchezza più basso nell’Europa mediterranea provoca appunto sia un aumento dei costi delle merci esportate dal Nord generando subalternità, sia trova nel Sud un terreno da colonizzare per la speculazione finanziaria e gli interessi degli istituti di credito. E’ per questo che Merkel, Juncker, ecc., hanno spinto fino all’ultimo per creare solo la paura della Grexit. Un po’ come per l’Italia il mantenimento del divario Nord-Sud è stato nell’interesse del capitalismo industrializzato settentrionale.

In secondo luogo, quella delle élites europee è una vera e propria guerra di posizione: si svolge sulla lunga durata, mira alla trasformazione molecolare delle forme di vita come vuole una rivoluzione passiva. Cosa si intende per tutto questo? La rivoluzione dall’alto europea ha previsto un accentramento dei poteri per evitare qualsiasi spinta centrifuga delle periferie, dovuta ai partiti nazionalisti e ai governi della cosiddetta sinistra radicale o dei populismi di sinistra. Per adempiere a questa rivoluzione le élites europee hanno dovuto comprendere la strategia altrui e tatticamente inglobarla all’interno della loro, proprio come Cavour ha fatto rispetto al mazzinismo tra il Risorgimento e l’Unità d’Italia. Da cui il disciplinamento dell’esperienza greca di governo anti-austerità e dei movimenti che hanno espresso il grande boato dell’OXI di luglio. Da cui la gestione del flusso migratorio epocale che ha portato ad un lavaggio democratico dell’Europa dopo aver silenziato la moltitudine ellenica e alla sopraffazione delle spinte nazionaliste dell’Est, così come dei partiti di destra estrema. Le élites europee hanno capito che per creare egemonia, nonostante le rotture istituzionali e non, bisognava comprenderle al proprio interno, comprendere il loro ruolo e sovvertirle superandole. Cosa è diventato il referendum di luglio? Un modo per assumersi responsabilmente il fatto che la Grecia restasse in Europa. Ed i muri dell’Ungheria? Un modo per proporre il meccanismo delle quote per i profughi e l’espulsione dei migranti economici senza lo status di rifugiati: solidarietà e umanità da un lato, pragmatismo e ricerca di consenso da un altro per riconfermare quell’estremismo di centro che guida il Vecchio Continente. In entrambi i casi, ha vinto l’affermazione della decisione centralizzata, dell’unità degli Stati membri nonostante le faglie che si erano create.

Oggi ci troviamo quindi una regolamentazione della mobilità della forza-lavoro migrante che o per il suo basso costo o per obiettivi di produttività futura viene fatta entrare in Europa, respingendone le istanze che hanno messo in crisi uno dei fondamenti della costituzione materiale, cioè l’unità nella decisione tra Paesi europei e la difesa dei confini esterni. La dottrina dell’austerità risorge più forte che mai, con le Leggi di Stabilità italiane che attaccano gli ultimi brandelli di welfare per farne terreno di accumulazione di capitale e la vita intera andando a drenare il reddito individuale e familiare con il regime di tassazione regressivo (in Italia, almeno). E’ interessante ciò che hanno detto Beppo e Raul sulla figura del nuovo povero nel loro parallelo tra Spagna e Brasile, perché il povero non è l’indigente, ma è il diseredato dalla cittadinanza europea, l’espropriato della ricchezza e delle tutele sociali che contemporaneamente viene messo a lavoro. Come è stato notato, se davvero avessimo dovuto abolire Dublino, estendere Schengen alle persone migranti e creare un sistema di accoglienza dignitoso, avremmo dovuto rinunciare all’austerità.

Restando con Gramsci, cosa ha determinato una risposta così celere da parte della governance? La comprensione che i rapporti di forza nazionali sono inseriti in una costellazione transnazionale. Cosa che, a vari livelli, né Syriza, né Podemos, né tantomeno Orban o Le Pen hanno compreso fino in fondo. Certo, non manca loro il piano tattico del posizionamento rispetto alla Germania e alle istituzioni comunitaria; eppure, queste scelte riguarda la tattica per un fine strategico nazionale, quando in realtà avremmo bisogno proprio di invertire sul transnazionale la nostra strategia.

L’organizzazione transnazionale dei movimenti è dunque una necessità per combattere la strategia della governance europea, che ingloba le posizioni che le sono contrarie secondo un processo dialettico di cui si fa tesi e sintesi. Per destrutturare questo comando non possiamo parlare solo del Sud Europa, ma è necessario delegittimare le istituzioni post-democratiche nella loro guerra di posizione egemonica. Tali istituzioni, a livello simbolico ed ideologico, sono un riferimento per la composizione di classe in sé: l’obiettivo è dunque quello di eliminare un consenso che comunque formalmente non si è mai registrato, neanche attraverso la delega e la rappresentanza moderne. La domanda di ridiscussione del debito, se assunta dai movimenti che si oppongono alle grandi opere, al saccheggio del reddito collettivo e individuale, alla distruzione del welfare, assume un’importanza progettuale per dare respiro all’autodeterminazione dei territori e riappropriarsi di quegli strumenti che generano ricchezza, dal welfare al quantitative easing della BCE, respingendo il dispositivo principale di subalternità. Confederare queste lotte sul piano europeo è ciò che costituisce la strategia, come Blockupy ha tentato di fare negli ultimi anni portando una moltitudine europea ai piedi dei palazzi di potere. Se le élites puntano ad un federalismo autoritario de facto (perché non sancito da una costituzione formale), noi dobbiamo cercare di costituire un confederalismo degli avamposti di lotta riprendendoci quel NO costituente che è stato l’OXI greco. E questo è possibile al di là di qualsiasi verticalizzazione o momento elettorale, che pure tatticamente può essere utile, perché significa dare un progetto complessivo duraturo e mantenere il posizionamento politico fuori dall’egemonia neoliberale. Creare una breccia democratica nell’era della post-democrazia vuol dire immaginarsi un’altra Europa fuori dai meccanismi istituzionali e governamentali che l’hanno caratterizzata negli ultimi decenni. Vuol dire quindi non cercare solidarietà passiva tra progetti di governo per contro-utilizzare le istituzioni europee: bisogna riconoscere le maglie della governance dove si sovrappongono ai nodi territoriali, concepire e organizzare una varietà di tattiche locali direzionate, però, ad una strategia comune sul piano transnazionale. Solo in questo modo il tempo della moltitudine europea sarà alla stessa velocità delle oligarchie al comando ma non ne seguirà i ritmi, costringendosi altrimenti a tenere un’attitudine politica meramente difensiva. Ritrovare e rifondare la democrazia in Europa significa proprio dettare una temporalità diversa – libera, autonoma ma che tiene d’occhio il suo nemico e ne capisce i movimenti presenti e futuri.

 

*Copertina di Sandro Moretti.

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