di MARTINA TAZZIOLI. A inizio giugno il Ministro dell’Interno francese Gérard Collomb ha annunciato l’ invio di 150 poliziotti a Calais, in aggiunta al dispiegamento cospicuo di forze dell’ordine già presenti in città, per evitare “che Calais e Dunkerque non diventino luoghi di “fissazione” dei migranti e per fare in modo che le “giungle” non si riproducano”. Il “timore delle giungle”, ovvero della moltiplicazione di spazi autonomi, fornisce una griglia di analisi efficace per leggere congiuntamente la strategia della dispersione esercitata nei confronti dei “movimenti secondari” dei migranti in Europa da un lato e la criminalizzazione crescente di pratiche di solidarietà nei confronti di migranti e rifugiati. Calais, 4 giugno 2017, ore 17;57: una trentina di poliziotti posizionati ai margini di un campo situato nella periferia di Calais in mezzo alla zona industriale blocca l’ ingresso di decine di giovani per lo più afghani, eritrei, sudanesi e iracheni che aspettano nel bosco circostante lo scoccare delle ore 18. Quando l’orologio dei poliziotti segna le sei in punto, i migranti vengono lasciati entrare nel campo, dove hanno a disposizione due ore per ricaricare i cellulari con il generatore che ogni giorno porta  in loco Dominique Menard, cittadino di Calais, e per prendere il cibo preparato dagli attivisti di Calais Solidarity Kitchen e dall’ associazione Auberge des Migrants. Dopo le venti scatta il divieto di fornire ogni tipo di supporto materiale ai migranti, nonostante l’ ordinanza della sindaca di Calais, Natascha Bouchart, che a inizio marzo vietava la distribuzione di cibo in varie zone della città sia stata sospesa dal tribunale di Lille poco dopo tre settimane. Il “délit de solidarité” racchiuso nel Codice di Ingresso e di Soggiorno degli Stranieri e del Diritto di Asilo francese in realtà non può legittimare la criminalizzazione del supporto ai migranti in transito: come sottolinea l’ associazione di giuristi francesi per l’ immigrazione, Gisti, nella modifica del 2014 dell’ articolo 662 del Codice, è prevista la clausola secondo cui non è punibile ogni atto “necessario alla salvaguardia della vita o dell’integrità fisica dello straniero”. Questa criminalizzazione crescente delle pratiche di solidarietà attiva nei confronti dei migranti è indice in fondo di una disqualificazione di ben più ampio raggio di ogni alleanza trasversale che finisce in un certo senso per ridurre il divario tra migranti e non, in opposizione a politiche di vulnerabilizzazione e illegalizzazione tese a sottrarre terreno.

Sottrarre terreno, sia sul piano dei diritti che su quello degli spazi di esistenza prima ancora che di movimento, sembra essere la principale tattica oggi adottata quotidianamente dalle autorità francesi. Sottrarre terreno, rendendo impossibile il soddisfacimento dei bisogni vitali in città-frontiera come Calais, gettando spray al peperoncino nell’acqua dei migranti o sui loro indumenti. Sottrarre terreno disperdendo e trasferendo i richiedenti asilo nei CAO, i “centri di accoglienza e orientamento”,situati fuori dai grandi centri urbani, e di cui finora il Ministero dell’Interno non ha ancora fornito una lista ufficiale, per quanto il loro numero sia stimato intorno a 540. Infine, sottrarre terreno terreno aumentando ciò che un’ operatrice del centro di accoglienza di Parigi a Porte de la Chapelle ha definito il “tasso di evaporazione” dei migranti, vale a dire la percentuale di fuga sempre relativamente alta dai centri di accoglienza e, più in generale, dalle zone “calde”, come Parigi e Calais. Un modello, quello dei CAo, che richiama sotto certi aspetti il cosiddetto sistema dell ‘ “accoglienza diffusa” lanciato dal governo italiano nel 2011, in risposta alla dichiarata “Emergenza Nord Africa”.

Per quanto  invisibilizzare i migranti in determinati spazi-frontiera non significhi affatto sbarazzarsi di quella stessa presenza, le due strategie finiscono parzialmente per convergere nella demarcazione sempre più netta tra gestione dei richiedenti asilo che accettano di stare nei circuiti dell accoglienza da un lato e criminalizzazione di coloro che si sottraggono alle trappole dell umanitario, preferendo tentare di attraversare la Manica, o di restare sul territorio francese senza depositare la domanda di asilo. Chi non accetta di stare nei percorsi di accoglienza viene privato della somma di denaro giornaliera in Francia erogata dal’ OFII, l’ Ufficio dell’ Immigrazione e dell’ Integrazione, e da gennaio 2017 versata su una carta di debito che il richiedente asilo deve usare per ritirare il montante. Con il sistema della carte di debito incorporato nei canali dell’accoglienza, i richiedenti asilo, oltre a diventare potenzialmente tracciabili, sono oggetto di un disciplinamento che scandisce il ritmo e la quota del loro prelievo: il montante può essere ritirato solo in tre prelievi mensile, e alla fine dei trenta giorni l’ eventuale somma di denaro rimasta viene sottratta dal conto del richiedente asilo e torna nelle casse dell’ OFII.

La linea di separazione sempre più marcata, tra chi accetta di stare all’ interno dei circuiti e delle condizioni del sistema di asilo, e chi si sottrae a queste limitazioni spaziali, la troviamo all’ opera anche in Italia, dove gli ostacoli per i richiedenti asilo che fuggono dai centri di accoglienza sono sempre più diffusi, e ad essere sanzionati sono anche i movimenti all’interno del territorio nazionale. In questo senso, il termine “movimenti secondari”, usato correntemente dalle istituzioni europee e dalle organizzazione internazionali per indicare i movimenti dei migranti all’interno spazio europeo, dovrebbe essere rielaborato in chiave critica alla luce della criminalizzazione della mobilità interna ai singoli stati membri.

In altre parole, non è soltanto l’attraversamento dei confini nazionali da parte di alcuni soggetti a essere bersaglio di misure di contenimento e selezione ma quei movimenti e quelle presenze nello spazio che sono esito di pratiche di sottrazione e di rifiuto, nei confronti delle misure di identificazione forzosa così come degli spazi di confinamento imposti dal regime dell’asilo. La “bulle humanitaire” situata a Porte de la Chapelle a Parigi, cosi soprannominata per la tensostruttura a forma di bolla, viene presentata dalla stessa cooperativa che lo gestisce, Emmaus Solidarité, come vero e proprio ingranaggio del sistema di accoglienza nazionale. Infatti, se da un lato questa viene definita come “bolla di accoglienza incondizionata”, per il fatto di “accogliere tutte le popolazioni migranti, indipendentemente dalla loro nazionalità”, come riferisce la direttrice del centro, dall’altro l’obiettivo è evitare che i migranti “se clochardisent”, ovvero si installino in città senza essere registrati da nessuna autorità o organizzazione. Per prevenire dunque un uso della bolla come luogo di transiti ripetuti, ai migranti non viene concesso passare per il centro de La Chapelle più di una volta. Centro di smistamento, identificazione e canalizzazione, la “bulle humanitarie” può essere definita l’ hotspot di Francia? Una volta all’interno della “bulle”, i migranti sono chiamati a presentarsi a un ufficio del Ministero dell’ Interno francese, CESA, dove avviene il prelievo delle impronte e il confronto immediato nel database Eurodac, per verificare che le tracce biometriche non siano già state catturate da altri paesi europei. Scovare i potenziali “dublinanti” sembra essere la principale occupazione delle autorità francesi in questo momento, per riattivare i trasferimenti forzosi, verso Italia, Germania e perfino Norvegia, dopo la parziale eccezione spazio-temporale di Calais Ottobre 2016. Di fatti, la procedura Dublino è stata sospesa per i migranti che si trovavano a Calais al momento dello smantellamento della “giungla”, mentre la stessa misura eccezionale non veniva applicata per coloro trasferiti nei CAO da Parigi.

E sempre dentro il centro di accoglienza de la Chapelle ai migranti viene chiesto di dichiarare la volontà o meno di chiedere asilo in Francia. Per i primi, si apre teoricamente il percorso di trasferimento verso i CAO, mentre per i secondi scattano ciò che possiamo definire le espulsioni dell’umanitario: gli stessi operatori dell’ organizzazione umanitaria Emmaus Solidarité sono incaricati di far lasciare ai migranti la “bulle” nel più breve tempo possibile, forzando in tal modo  a percorsi di erranza tutti migranti che si sottraggono alle trappole di Dublino. L’ espressione espulsioni dell’umanitario serve dunque a catturare le geografie erranti dei migranti esito del loro rifiuto di stare nel regime dell’asilo francese, e, insieme, i trasferimenti forzosi aumentate del 30% nel 2016, spesso avvenuto in seguito alla collaborazione di organizzazioni umanitarie, preposte a convincere i migranti a lasciare Parigi per entrare nei CAO. Insieme a questo, le espulsioni dell’umanitario giocano un ruolo di primo piano negli smantellamenti ripetuti di campi informali e spazi-rifugio effettuati dalla polizia nella capitale francese: quando lo sgombero forzato avviene in presenza e con la cooperazione di organizzazioni come Emmaus o France Terre d’ Asile, si parla di “mise à l’abri”, ovvero un’espulsione effettuata,  gli operatori dell’umanitario, “al fine di eliminare in campi per trasferire i migranti nei circuiti dell’accoglienza”.

Guardando a queste operazioni di partizioni molteplici e di illegalizzazione preventiva che avvengono  nei confronti di molti migranti all’interno della bulle, si può in fondo parlare di un funzionamento-hotspot del centro de La Chapelle; in realtà, lungi dall’ ospitare e convogliare tutti i migranti che giungono a Parigi, il centro è ben noto ai migranti per l’accesso selettivo da un lato, prima di tutto a livello numerico, e dall’altro per essere una potenziale trappola per chi ha lasciato le impronte  digitali altrove in Europa. Alla politica della dispersione sul territorio fa da specchio, e tutt’altro che in opposizione, la cartografia della “canalizzazione” dei movimenti di quei migranti che finiscono nei circuiti dell’asilo, da cui molti finiscono poi per fuggire o per essere espulsi.

Come a Calais, anche nella cittadina di Grand-Synthe, a pochi chilometri dal porto di Dunkerque, la caccia all’uomo da parte de la gendarmerie francese avviene piuttosto in sordina, senza dare luogo ad alcun spettacolo del confine: l’invisibilizzazione della presenza dei migranti viene messa in atto attraverso un’operazione di costante marginalizzazione e segregazione spaziale. Dopo l’incendio del campo umanitario nella periferia di Grand-Synthe, i migranti sono stati confinati in un prato situato tra l’autostrada e il centro commerciale, nei pressi della foresta di Pythouk, anche in questo caso senza la possibilità di installarsi veramente, vale a dire senza poter piantare tende o lasciare alcuna traccia della propria presenza durante il giorno.

In un regime di asilo che non contempla la presenza di “persone in transito”, sul piano giuridico così come su quello politico, la strategia della dispersione e le espulsioni dell’umanitario delineano misure di “fissazione” spaziale per i migranti che accettano le condizioni dell’ “accoglienza”, in contrasto alla moltiplicazione di spazi di transito e rifugio semi-autonomi. “La jungle de Calais n’aura jamais fin”: la frase pronunciata da un abitante di Calais può essere reiterata ben oltre i confini di quella che è per i migranti la città-frontiera di Francia per eccellenza. Le zone di transito e di rifugio informali dei migranti che punteggiano lo spazio europeo e riemergono a più riprese, indicano una cartografia in movimento di un’ Europa degli spazi minori da tracciare. Spazi minori, in quanto spesso numericamente irrilevanti o effimeri, a rischio costante di espulsione e che spesso non sono menzionati nelle narrazioni ufficiali dello spazio europeo e di cosa è “Europa”. Al tempo stesso, sono luoghi di cui è importante conservare memoria nel loro riemergere a distanza di mesi o anni, per mappare il riassestamento del regime dei confini di fronte a pratiche di disobbedienza spaziale irriducibili all’ attraversamento “irregolare” dei confini.

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