di FANT PRECARIO.
Agosto 1971: la moneta e le coscienze
La scorsa puntata [ci hanno rubato il lavoro] intendeva illustrare il sistema bancario italiano individuando, in prospettiva, alcuni tratti di un mondo non solo in continuo assestamento, ma destinato a perdere i connotati che ne hanno informato l’aspetto dai tempi di Marco Licinio Crasso a oggi. Nel prosieguo del discorso si affermerà con forza che “banca” è ormai un simulacro: fotografia fittizia di qualcosa che non esiste più, se non nelle menti dei tanti draghi che cercano di accreditarsi sul mercato del lavoro (anch’esso fittizio e autoreferenziale).
Prima di arrivare a descrivere il “simulacro-banca” conviene però indicare il processo di feticizzazione che ha investito i nomi e i ruoli di coloro, operaio e imprenditore, che sono stati i protagonisti non solo dei “Trenta gloriosi” ma anche dell’intero postmoderno [e chi se lo ricorda…], sia pure in modo del tutto difforme.
Questa II puntata svierà quindi (ma non troppo) dal progetto originario, cercando di illustrare le ragioni dello svilimento della potenza della parola e del gesto: una potenza che progressivamente si è rivoltata contro i suoi attori originari, per diventare gabbia e punizione. Ecco come.
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Otto giorni
Fra il discorso di Nixon e il memorandum di Powell passano otto giorni. Domenica 15 agosto 1971 il presidente sospende la convertibilità del dollaro in oro e, nello stesso discorso, congela per novanta giorni salari e prezzi. Lunedì 23 agosto l’avvocato Lewis F. Powell Jr. di Richmond spedisce a un amico della Camera di Commercio un memorandum confidenziale intitolato Attack on American Free Enterprise System.
Nessun legame diretto unisce i due atti. Il primo è una decisione di Stato presa a Camp David, il secondo è il parere privato di un avvocato d’affari. Ma letti insieme mostrano le due metà dello stesso problema: come uscire dalla crisi di redditività della fine degli anni Sessanta e come governare una società che nel frattempo aveva imparato a fare domande.
La storiografia economica privilegia la prima data. Qui si sostiene che la seconda, o meglio ciò che essa annuncia, conti di più per capire come la svolta sia entrata nelle teste oltre che nei bilanci.
Il memo: che cosa dice davvero
Powell non teme i comunisti: teme le persone rispettabili. Il testo riconosce che avversari del sistema sono sempre esistiti, ma colloca la novità altrove: nel campus, nel pulpito, nei media, nelle riviste colte, nei tribunali. I bersagli hanno un nome: Ralph Nader, definito il più efficace antagonista dell’impresa americana, Herbert Marcuse, e Charles Reich con The Greening of America (testo integrale).
La risposta proposta è organizzativa e di lungo periodo. Le imprese devono finanziare studiosi e oratori, sorvegliare i libri di testo e la televisione, pretendere spazio nei palinsesti, e soprattutto usare i tribunali, che Powell considera lo strumento più importante. Due mesi dopo Nixon lo nomina alla Corte Suprema.
Il commento che circola in rete semplifica su due punti. Non esiste una singola “frase” decisiva, e il memo non ebbe effetto immediato sulla popolazione: restò riservato fino a quando il giornalista Jack Anderson lo rivelò nel 1972, per mettere in dubbio l’imparzialità del neo-giudice (Powell Archives). La Camera di Commercio creò una task force di dirigenti d’impresa, le cui proposte furono adottate nel novembre 1973.
Sul peso reale del documento gli storici sono divisi. Mark Schmitt ha osservato che le storie classiche della destra americana non lo citano nemmeno, e che la sua fama di “progetto” nasce dopo il 2000 (The American Prospect, 2005). Lawrence Glickman aggiunge che Powell ripeteva la retorica dei free enterprisers anti-New Deal, vecchia di quarant’anni: nuovo era il contesto, non il testo (thread, 2020).
Il memo va quindi letto come sintomo più che come causa. È la migliore fotografia di uno stato d’animo di classe che negli stessi anni produce la Business Roundtable (1972), la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute (1977). Nel 1975 il rapporto della Commissione Trilaterale, The Crisis of Democracy, dirà la stessa cosa in linguaggio accademico: le democrazie soffrono di un eccesso di domande.
La struttura: dal salario al debito
La fine di Bretton Woods non crea la finanziarizzazione: ne toglie il freno. Sganciato il dollaro dall’oro, la creazione di moneta e di credito perde il suo ancoraggio esterno, e i cambi diventano essi stessi un mercato. I passaggi decisivi vengono però dopo: la sentenza Marquette del 1978, che libera di fatto i tassi delle carte di credito, la stretta di Volcker dell’ottobre 1979, la deregolazione degli anni Ottanta.
Il meccanismo sociale è descritto da Wolfgang Streeck in Tempo guadagnato. Quando la crescita del dopoguerra si ferma, il conflitto distributivo viene rinviato con tre espedienti successivi: prima l’inflazione, poi il debito pubblico, infine il debito privato. Il salario che non cresce più viene sostituito dal credito, e il lavoratore diventa debitore.
Qui sta il nesso con la cultura. Un’economia fondata sul debito ha bisogno di soggetti che si pensino come consumatori e come titolari di un rischio individuale, non come parte di un conflitto collettivo. Il debito inoltre ipoteca il tempo: chi deve restituire ha già impegnato il proprio futuro, e ha interesse a che esso somigli al presente.
Guerra e finanza, 1971-1980
La finanziarizzazione nasce in tempo di guerra, e non per coincidenza. Tre passaggi del decennio lo mostrano.
Il Vietnam e il dollaro. La crisi del dollaro comincia prima di Nixon. Johnson esita per un anno e mezzo ad aumentare le tasse per finanziare la guerra, temendo di dare argomenti agli oppositori del conflitto e di sacrificare la Great Society. Inflazione e deficit della bilancia dei pagamenti spingono gli stranieri a vendere dollari e comprare oro, fino alla corsa speculativa del marzo 1968 (Wilson Quarterly). Il 15 agosto 1971 chiude un conto aperto anche dalla guerra: gli Stati Uniti smettono di garantire in oro i dollari spesi pure per combattere.
Il Kippur e i petrodollari. Con la guerra del Kippur dell’ottobre 1973 arrivano l’embargo dei Paesi arabi produttori e il quadruplicarsi del prezzo del greggio. Gli avanzi dei Paesi esportatori affluiscono alle banche occidentali e al mercato degli eurodollari, che li prestano soprattutto all’America Latina. Nel 1974 Washington e Riad stringono un patto: gli Stati Uniti comprano petrolio e forniscono aiuti militari, l’Arabia Saudita reinveste i proventi in titoli del Tesoro americano. Re Faisal pretese il segreto, e le cifre sono emerse solo nel 2016 grazie a una richiesta di Bloomberg (History News Network). Petrolio, armi e debito pubblico si saldano in un unico circuito. La stretta di Volcker del 1979 trasformerà quei prestiti nella crisi del debito latinoamericano del 1982.
Il Cile come laboratorio. L’11 settembre 1973 il golpe di Pinochet apre la strada ai Chicago Boys. Nel marzo 1975, con l’inflazione vicina al 350% annuo, Milton Friedman incontra il dittatore e raccomanda un taglio della spesa del 25%, apertura agli scambi, privatizzazioni, prezzi e tassi liberi, meno tutele del lavoro (ProMarket). Le riforme che in Occidente avranno bisogno di vincere le elezioni, in Cile e poi in Argentina dal 1976 sono imposte da giunte militari: la guerra interna come condizione del mercato.
Nello stesso periodo la guerra si allontana dalla vita dei cittadini americani. Nel 1973 finisce la leva obbligatoria e nasce l’esercito di soli volontari. Sarah Kreps ha mostrato che dal dopoguerra gli Stati Uniti finanziano le guerre sempre più con il debito e sempre meno con le tasse, e che il costo nascosto riduce la responsabilità democratica (Texas National Security Review). Senza coscrizione e senza imposte di guerra il conflitto esce dall’esperienza del ceto medio: lo combattono i volontari, lo pagano i creditori. È la premessa materiale della rimozione culturale descritta più avanti.
| Anni | Conflitto | Rilevanza per moneta, petrolio e finanza |
| 1965-1975 | Vietnam: ritiro americano nel marzo 1973, caduta di Saigon nell’aprile 1975 | Spesa in deficit, inflazione, fuga dal dollaro verso l’oro |
| Settembre 1973 | Golpe in Cile | Primo laboratorio delle riforme di mercato sotto regime militare |
| Ottobre 1973 | Guerra del Kippur | Embargo, primo shock petrolifero, nascita dei petrodollari |
| 1975-2002 | Guerra civile in Angola | Guerra per procura fra blocchi su petrolio e diamanti |
| 1975-1990 | Guerra civile in Libano | Fine di Beirut come piazza finanziaria del Medio Oriente |
| 1976-1983 | Dittatura argentina e Plan Cóndor | Apertura finanziaria e moltiplicazione del debito estero |
| 1978-1979 | Rivoluzione iraniana | Secondo shock petrolifero, sfondo della stretta di Volcker |
| Dicembre 1979 | Invasione sovietica dell’Afghanistan | Dottrina Carter (gennaio 1980): il Golfo dichiarato interesse vitale, difeso anche con le armi |
| Settembre 1980 | Guerra Iran-Iraq | Petrolio e armamenti; l’Iraq finanziato dalle monarchie del Golfo |
Il decennio conta anche altri conflitti, meno legati al circuito finanziario: l’indipendenza del Bangladesh (1971), l’invasione turca di Cipro (1974), l’Ogaden (1977-1978), la Cambogia dei Khmer rossi e l’invasione vietnamita (1978), la guerra cino-vietnamita (1979), la guerra fra Uganda e Tanzania (1978-1979).
La sovrastruttura: Malden, Lucas e gli anni Cinquanta inventati
Il volto che vende sicurezza finanziaria agli americani è quello di un ex operaio siderurgico. Karl Malden, nato a Gary, Indiana, aveva lavorato in acciaieria dal 1931 al 1934 (RogerEbert.com). Dal 1972 è il tenente Mike Stone di The Streets of San Francisco; dalla metà del decennio, e per ventun anni, è il testimonial dei travelers cheques American Express (NPR).
La campagna di Ogilvy & Mather faceva leva su una paura: perdere il contante lontano da casa (CBC). Malden, in abito scuro e cappello, la risolveva con l’autorità bonaria del poliziotto televisivo. Va precisato che i travelers cheques non sono credito ma moneta prepagata: la carta arriva dopo, con la campagna “Do you know me?”. Il gesto simbolico però è lo stesso, e riguarda proprio il ceto medio: la finanza si presenta come protezione, con la faccia di un padre.
Nell’agosto 1973 esce American Graffiti. Il film è ambientato nel 1962, ma quasi tutti i suoi riferimenti culturali vengono dagli anni Cinquanta: si svolge, di fatto, prima che gli anni Sessanta comincino (Buckingham). Seguono Happy Days (1974) e Grease (film, 1978). Vera Dika descrive il modello come il ritorno a stili e canzoni di un’epoca senza problemi, anteriore alle rotture politiche del decennio successivo (Cambridge UP).
Quegli anni Cinquanta sono un’invenzione. Dal quadro spariscono il maccartismo, la segregazione, la Corea, la paura atomica; restano le auto, il juke-box, il drive-in. Il risultato è un’operazione sul tempo: gli anni Sessanta diventano una parentesi rumorosa fra due normalità, e la normalità coincide con il consumo.
La guerra fuori campo
La sottrazione più netta riguarda la guerra. Gli anni Cinquanta di Happy Days, in onda dal gennaio 1974, sono gli anni della Corea (1950-1953, oltre 36.000 caduti americani), ma nella serie la Corea non esiste. Il programma debutta dieci mesi dopo il rientro delle ultime truppe dal Vietnam e accompagna la caduta di Saigon con il juke-box del drive-in. Il pubblico guarda un decennio senza guerra mentre esce da una guerra perduta.
American Graffiti fa lo stesso con il Vietnam. Il conflitto compare solo nelle didascalie finali, fuori dalla storia raccontata: si legge che uno dei ragazzi è disperso in Indocina. La guerra è il futuro dei personaggi, non il loro presente, e resta oltre i titoli di coda.
L’unica guerra degli anni Cinquanta che la televisione mostra è quella di M*A*S*H (1972-1983): ambientata in Corea, ma letta da tutti come un discorso sul Vietnam. La guerra torna dunque solo come allegoria del presente e come commedia. Hollywood affronta il Vietnam a viso aperto soltanto alla fine del decennio, con Tornando a casa e Il cacciatore (1978) e Apocalypse Now (1979). Negli anni Ottanta la saga di Rambo lo riscriverà come una guerra tradita in patria dai politici.
L’eterno presente funziona quindi per sottrazione. Dal passato viene tolto ciò che divide: la classe, la razza, e soprattutto la guerra. Un passato pacificato serve a far apparire pacificato anche il presente. Una società che fa combattere i volontari e paga le guerre a debito consuma un passato in cui le guerre non ci sono. Per chi si occupa di finanza è questo il punto decisivo: la finanza toglie la guerra dal bilancio, la cultura la toglie dalla memoria.
Il passato che non passa
Fredric Jameson ha dato a questo fenomeno il nome di nostalgia film e ha indicato in American Graffiti il suo atto inaugurale (JSTOR Daily). Il film nostalgico, per Jameson, non rappresenta il passato: lo evoca per connotazione stilistica, attraverso la patina dell’immagine e gli attributi della moda. È pastiche, cioè imitazione senza distanza critica, e segnala una società che non riesce più a pensarsi storicamente.
Franco Berardi ha parlato di una lenta cancellazione del futuro avviata fra anni Settanta e Ottanta, e Mark Fisher ne ha fatto il centro di Ghosts of My Life (estratto). Per Fisher la cultura ha perso la capacità di afferrare il presente: le forme tornano, si ricombinano, ma non producono più lo choc del nuovo. Simon Reynolds ha documentato lo stesso processo nella musica in Retromania.
Nell’introduzione incompiuta ad Acid Communism Fisher formula la tesi nel modo più vicino a quello qui sostenuto. Il vero bersaglio del neoliberismo, scrive, non erano i nemici ufficiali, il blocco sovietico e la socialdemocrazia già in crisi, ma gli esperimenti di socialismo democratico e libertario fioriti alla fine degli anni Sessanta (programma UNAM). È quasi alla lettera la diagnosi di Powell, rovesciata di segno.
In Europa il movimento arriva con qualche anno di ritardo e per importazione. In Italia Happy Days va in onda sulla Rai dalla fine del 1977, l’anno del movimento, e Grease esce nel 1978. La parola d’ordine dell’epoca è “riflusso”; la marcia dei quarantamila a Torino è dell’ottobre 1980, il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, il taglio della scala mobile del 1984. Anche qui la restaurazione del costume precede di poco quella dei rapporti di forza.
Operaio e imprenditore: due feticci
Nel primo libro del Capitale Marx chiama feticismo il fenomeno per cui un rapporto sociale fra persone appare come una proprietà delle cose. La merce sembra valere da sé, e il lavoro che la produce scompare dalla vista. Nella prefazione avverte che le persone vi compaiono solo come “personificazione di categorie economiche”.
Oggi “operaio” e “imprenditore” funzionano allo stesso modo. Sono figure staccate dal rapporto che le produce, a cui si attribuiscono qualità proprie. L’operaio è diventato un’icona: la tuta blu, la catena di montaggio, il turno, evocati con nostalgia nei comizi e nella pubblicità, mentre il lavoro reale è logistica, servizi, contratti a termine, piattaforme. L’imprenditore è diventato un eroe che “crea ricchezza” e “dà lavoro”, mentre la proprietà delle grandi imprese passa a fondi d’investimento e gestori patrimoniali: soggetti senza volto che non fanno impresa, amministrano rendimenti.
Entrambe le figure vengono dal capitalismo industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, quello che la finanziarizzazione ha lasciato alle spalle. Sono anch’esse un passato che non passa: immagini d’epoca usate per descrivere un presente che non somiglia più a loro. Come la merce di Marx, nascondono il rapporto reale. Oggi quel rapporto non è soltanto quello fra capitale e lavoro in fabbrica, ma quello fra debitori e creditori, fra chi lavora e chi detiene gli attivi finanziari.
Mario Tronti, in Operai e capitale (1966), aveva fatto dell’operaio un soggetto politico. Luciano Gallino, quasi mezzo secolo dopo, ha descritto La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012) come una lotta condotta dall’alto e vinta. Il passaggio dell’operaio da soggetto a immagine misura la distanza percorsa dal 1971.
Marx ha un nome preciso per questo slittamento: maschere di carattere (Charaktermasken). Capitalista e operaio, nel Capitale, non sono persone ma ruoli recitati per conto dei rapporti che li producono. La differenza è che oggi le maschere sopravvivono agli attori: restano appese al muro come ritratti di famiglia in un salotto, mentre la commedia si recita altrove.
Tre obiezioni (avviso ai naviganti)
La tesi regge come lettura d’insieme, ma va difesa da tre obiezioni serie, che ne cambiano la formulazione.
Non ci fu regia. Powell chiedeva centri studi, cattedre e cause giudiziarie, non commedie televisive. American Graffiti è il film personale di un regista della New Hollywood, rifiutato da più studi prima di essere prodotto. Il revival degli anni Cinquanta comincia dal basso e prima del 1971: gli Sha Na Na suonano a Woodstock nel 1969. La nostalgia rispondeva a una domanda reale di un pubblico sfinito da Vietnam, Watergate e crisi petrolifera. Il concetto adatto è l’egemonia di Gramsci, non il complotto: un’offerta culturale spontanea che incontra un interesse organizzato e ne viene selezionata e amplificata.
Nemmeno la finanziarizzazione fu voluta. Greta Krippner, in Capitalizing on Crisis, mostra che l’espansione della finanza non fu un obiettivo perseguito dai governi, ma l’esito involontario di tentativi di risolvere altri problemi: inflazione, conflitto distributivo, vincoli di bilancio (scheda dell’editore). Giovanni Arrighi ricorda poi che le fasi finanziarie ricorrono nella storia del capitalismo, da Genova ad Amsterdam a Londra. Il 1971 è una soglia, non un’origine.
La cultura non si fermò. Gli anni Settanta sono anche il punk, l’hip hop, il femminismo di massa, il movimento omosessuale, il cinema della New Hollywood. Lo stesso American Graffiti si chiude con le didascalie sul destino dei protagonisti, uno dei quali disperso in Vietnam: è un’elegia, non solo un sedativo. Dika sostiene che alcuni film nostalgici mettono sotto accusa l’epoca che evocano. E gli anni Cinquanta reali non furono soltanto conservazione: sono gli anni di Rosa Parks e dei beat.
Riformulata, la tesi diventa questa:
Fra il 1971 e i primi anni Ottanta un mutamento strutturale non pianificato e una controffensiva ideologica in parte pianificata si incontrano.
La cultura di massa fornisce, senza che nessuno glielo ordini, l’immaginario che rende il nuovo assetto abitabile: un passato pacificato al posto di un futuro aperto.
La forza di quell’immaginario sta proprio nel non essere propaganda.
Il terzo nome
Operaio, imprenditore. Manca un terzo nome, ed è quello che interessa questa serie: banca.
Nel terzo libro del Capitale Marx indica nel capitale produttivo d’interesse la forma più esteriore e feticistica del rapporto capitalistico: denaro che genera denaro, D–D’, senza passare, almeno in apparenza, per la produzione. La banca tradizionale stava a metà di quel cammino. Raccoglieva il risparmio e lo trasformava in credito, cioè in futuro altrui: prestava a chi non aveva ancora, scommettendo su ciò che avrebbe avuto.
Dopo il 1971 quella funzione non scompare, ma si sposta, si cede, si cartolarizza. Il nome resta, con i suoi marmi, i suoi sportelli (sempre meno), il suo lessico di fiducia e prudenza. Come per l’operaio e l’imprenditore, la parola sopravvive al rapporto che la riempiva. Jameson parlerebbe di pastiche, Baudrillard di simulacro: una copia perfetta di qualcosa che non c’è più, o che c’è sempre meno.
Nella prossima puntata entreremo in un salotto buono, dove tutto è vero e dove, proprio per questo, qualcosa manca.
Cronologia 1969-1985
Le due serie, economico-politica e culturale, corrono parallele per quindici anni.
| Data | Evento | Piano |
| Agosto 1969 | Gli Sha Na Na a Woodstock: primo revival degli anni Cinquanta | Cultura |
| 15 agosto 1971 | Nixon sospende la convertibilità del dollaro; blocco di salari e prezzi | Economia |
| 23 agosto 1971 | Memorandum Powell alla Camera di Commercio | Politica |
| 1972 | Nasce la Business Roundtable; Jack Anderson rende pubblico il memo | Politica |
| 1973 | Heritage Foundation; cambi fluttuanti; shock petrolifero | Politica, economia |
| Agosto 1973 | Esce American Graffiti | Cultura |
| 1974 | Debutta Happy Days | Cultura |
| 1975 | Rapporto Trilaterale The Crisis of Democracy | Politica |
| Metà anni Settanta | Karl Malden testimonial American Express | Cultura |
| 1977 | Happy Days arriva sulla Rai | Cultura |
| 1978 | Sentenza Marquette sui tassi delle carte; Grease al cinema | Economia, cultura |
| Ottobre 1979 | Stretta monetaria di Volcker | Economia |
| 1979-1980 | Elezione di Thatcher e di Reagan | Politica |
| Ottobre 1980 | Marcia dei quarantamila a Torino | Politica |
| 1981 | “Divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia | Economia |
| 1984-1985 | Decreto e referendum sulla scala mobile | Politica |
Fonti: pagine consultate per questo testo:
- Powell Memorandum, testo e scheda storica, Powell Archives, Washington and Lee University
- Testo integrale del memo, Greenpeace USA
- The Legend of the Powell Memo, Mark Schmitt, The American Prospect, 2005
- Thread di Lawrence Glickman sul memo, 2020
- Scheda di Capitalizing on Crisis, Greta Krippner, University of Michigan
- Necrologio di Karl Malden, RogerEbert.com, e NPR, 2009
- Storia della campagna American Express, CBC, Under the Influence
- American Graffiti, David Buckingham, Growing Up Modern
- The Sonic Triumph of American Graffiti, JSTOR Daily
- Reconsidering the Nostalgia Film, Vera Dika, Cambridge University Press
- Estratto da Ghosts of My Life, Mark Fisher, openDemocracy
- The Forgotten Economic Crisis of ’68, Wilson Quarterly
- Revealed: Nixon cut secret deal with Saudis in 1974, History News Network (da Bloomberg, 2016)
- Book Review Roundtable: How Are America’s Wars Financed?, Texas National Security Review, su Sarah Kreps, Taxing Wars
- The Chicago Boys and the Chilean Neoliberal Project, ProMarket, 2023
A (pessima) memoria:
- Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, 1994
- Franco “Bifo” Berardi, After the Future, 2011
- Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki, The Crisis of Democracy, 1975
- Mark Fisher, Realismo capitalista, 2009
- David Harvey, Breve storia del neoliberismo, 2005
- Fredric Jameson, Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, 1991
- Simon Reynolds, Retromania, 2011
- Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, 2013
- Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, 2012
- Sarah Kreps, Taxing Wars, 2018
- Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, 1981
- Karl Marx, Il Capitale, libro I (1867): prefazione e cap. 1, par. 4; libro III (1894), sezione V
- Mario Tronti, Operai e capitale, 1966








