di GIROLAMO DE MICHELE.

Il 22 luglio 1946, in un’aula della Costituente dove ancora risuonavano le vibranti parole di protesta, appena pronunciate, di Sandro Pertini per la scarcerazione dei criminali fascisti susseguente all’amnistia – e l’imbarazzata replica di Togliatti – prese la parola l’insegnante socialista Bianca Bianchi, una delle madri costituenti: il suo discorso, di cui rifiutò l’anticipata lettura ai colleghi maschi, fu la prima presa di parola della Repubblica sulla scuola. Se «fra i precetti degli uomini civili c’è quello di dare la mercede agli operai», disse Bianchi, «ce n’è un altro giustissimo: dare il sapere liberatore agli spiriti». È per questo che «bisognerebbe prendere con serietà il problema della scuola»: che «in Italia non è mai stata libera, è stata sempre asservita a qualche cosa o a qualcuno».

È sotto il segno di queste parole che Anna Granata pone il suo La scuola inclusiva ha fallito, ultimo volume della collana fact-checking di Laterza (pp. 176, euro 17). Il titolo antifrastico richiama uno stereotipo ripetuto dai molti che criticano «l’idea di scuola inclusiva, aperta agli alunni neurodivergenti o con disabilità, agli studenti migranti di ogni età, a coloro che non parlano ancora la lingua italiana o non sono mai andati a scuola».

Al contrario, Granata dimostra che nella storia dell’Italia democratica eccellenza e inclusione sono andate a braccetto, realizzandosi l’una attraverso l’altra, «tanto che possiamo parlare di una vera e propria eccellenza inclusiva». Si dipana quindi una doppia storia della scuola democratica: quella della progressiva inclusione dei soggetti esclusi, retaggio del Ventennio e dell’incompiutezza risorgimentale; e quella delle donne e uomini che, all’interno delle istituzioni educative, hanno messo in moto, esemplificato, dimostrato la fattibilità dei processi di inclusione. Sicché, a fronte di uno stanco e inconcludente discorrere di pretesi distinguo fra diritti civili e diritti sociali, viene facile rispondere che la scuola è il contesto concreto che dimostra la strumentalità di una distinzione fra diritti: e che la conquista dei diritti civili – cioè la realizzazione degli artt. 34 e 38 della Costituzione – è avvenuta all’interno di quel progresso sociale previsto dall’art. 3. I soggetti dell’inclusione sono (con le parole vintage dell’autrice) i marmocchi, i disadattati, le giovinette, i meridionali, gli analfabeti.

Per tutti vale quanto sottotitola Granata per gli ultimi due: in un Paese diviso, è il padroneggiamento della lingua che unisce, facendo della cultura una pratica attiva della libertà. Come su uno schermo vediamo, attraverso questi capitoli dedicati a ciascuno dei soggetti, scorrere la storia d’Italia attraverso i luoghi dell’istruzione: l’abolizione delle classi differenziali e l’affermazione delle classi miste, l’alfabetizzazione dei figli della forza lavoro che realizzava il boom economico e le sperimentazioni delle didattiche per le disabilità, fino all’accettazione dell’infanzia come dimensione autonoma, non riconducibile all’adulto in miniatura. In ciascun caso si è trattato di dismettere lo sguardo e la pratica coloniale coi quali si riduceva l’altro al sé, e di accettare il principio che «da vicino nessuno è normale».

E dentro questo film attraversano lo schermo – cioè la storia della Repubblica – don Milani e Mario Lodi, Massimo Amanniti e Alessandra Ginzburg, Emma Castelnuovo e Alberto Manzi, Gianni Rodari e Bruno Ciari, Mirella Antonione Casale, Anna Maria Melli ed Ernesto Codignola, Albino Bernardini e Rosa Calzecchi Onesti – che mette a verifica quel «multiforme ingegno» con cui, da traduttrice, aveva definito Odisseo nella pratica delle 150 ore, dove l’ingegno è multiforme perché collettivo.

Ma una storia che non sia orientata alla creazione del futuro diventa inevitabilmente antiquaria, o archeologica: ecco quindi che questo libro, scritto dentro e contro il «progressivo lavoro di decostruzione di un patrimonio didattico ed educativo costruito negli anni» e caratterizzante la nostra scuola – non solo dai governi di destra: la ferita della Buona Scuola è tuttora aperta –, quando, per un solo apparente paradosso, «anziché estendere all’età adulta l’idea di una formazione culturale ampia e svincolata da scopi strumentali, si è estesa un’idea utilitaristica del sapere all’età infantile e giovanile», diventa uno strumento di difesa e di lotta contro il neocolonialismo, l’autoritarismo, in una parola il neoliberalismo: un programma per l’anno scolastico che prende il via in questi giorni.

questo testo è stato pubblicato sul manifesto il 14 settembre 2026